I pescatori di perle di Bizet a Torino


di Attilio Piovano foto © Edoardo Piva


I pescatori di perle hanno inaugurato la stagione 2019-20 del Teatro Regio di Torino, lo scorso 3 ottobre 2019. Di opera davvero fascinosa e musicalmente elegantissima si tratta, frutto di un Bizet appena ventiquattrenne, ed era già un genio; più propriamente, era musicista dalla solida formazione con una vena melodica pressoché inesauribile, una rara sensibilità armonica e un senso infallibile della drammaturgìa: nonostante talora egli stesso, iper critico e sempre in preda al rischio di cadere in depressione, dubitasse, invero del tutto a torto, delle proprie innegabili qualità che lo avrebbero condotto a consegnare alla storia il capolavoro assoluto, Carmen, ovviamente. Una vera rarità – i Pêcheurs – opera impregnata di esotismo e giocata su un singolare intreccio di passione, sensualità e gelosia. Un’opera in complesso eccellente e coinvolgente che alterna momenti intimistici e altri assai turgidi, appena qualche lungaggine qua e là e poche, perdonabilissime ingenuità, di fatto piena di raffinatezze e di ‘anticipi’ rispetto a Carmen (nelle parti corali, soprattutto, ma anche tra le pieghe della parte di Leïla che a tratti già preconizza la dolce mitezza di Micaëla), dal sommesso preludio i cui temi più volte ritornano nell’opera con tecnica wagneriana, sino al conclusivo e incendio del villaggio.

Scelta coraggiosa, affidarle l’esordio di cartellone: al Regio mancava da ben sessant’anni sicché, ragionevolmente, pochi ricordano quella lontana edizione datata 1959 con Renata Scotto e nientemeno che Alfredo Kraus. Sul podio, gradito ritorno in città, ecco lo specialista Ryan McAdams, che proprio a Torino aveva diretto il medesimo titolo, ma in forma di concerto, alla guida dell’OSNRai nel mese di marzo del 2015. Come già allora, nuovamente McAdams ha diretto con finezza di tratto, cesellando con cura estrema la bella partitura e conseguentemente conquistando a poco a poco il pubblico, in apertura un po’ freddo e stranito, poi sempre più convinto: non a caso alla fine gli applausi sono fioccati copiosi. I consensi maggiori sono andati – meritatamente – al versante musicale, dello spettacolo e dunque innanzitutto a McAdams che ha potuto contare su un’orchestra in gran forma: con prime parti che hanno ben disimpegnato il loro ruolo e l’intera compagine che ha risposto docilmente al gesto preciso e puntuale del direttore, restituendo in tutta la sua freschezza gli aromi di una partitura variegata e percorsa da mille finezze armoniche e timbriche. Bel suono, fraseggi curati, tempi giusti, icastica nettezza, dove occorre, ma anche molta morbidezza.

Molti i momenti di rilievo e di accensione drammatica, è il caso del finale atto II in cui l’opera si va ibridando di mille screziature coloristiche. Appropriatezza di stile e intensità interpretativa hanno contrassegnato l’apprezzata performance dell’Orchestra del Regio; McAdams ha poi potuto avvalersi altresì dell’apporto determinante del Coro del Regio (ottimamente istruito da Andrea Secchi): coro che nell’economia generale dei Pêcheurs, coi suoi molti interventi, spesso innervati di ritmi pimpanti, riveste un ruolo di tutto rispetto, a partire dalla scena iniziale, giù giù sino al catartico finale, ovvero allo scioglimento della vicenda con la fuga dei giovani amanti propiziata dalla magnanima generosità del più anziano Zurga.

Ed ora il cast vocale. Bene il baritono Pierre Doyen (subentrato all’indisposto Fabio Maria Capitanucci), molto apprezzato nel dar corpo col giusto entusiasmo alla figura di Zurga capo dei pescatori (Une femme inconnue); costui in gioventù ha amato Leïla (ora sacerdotessa di Brahma) ed è legato da un contrastato rapporto di amicizia e gelosia al giovane Nadir, innamorato a sua volta della stessa Leïla. Ha invece convinto solo in parte, nei panni per l’appunto di Nadir, il tenore Kévin Amiel: parecchie le ineleganze e le incertezze sugli acuti la sera della ‘prima’ (la sua è però una parte impervia). A onor del vero è stato applaudito nella celebre Je crois entendre encore. Ammirata Hasmik Torosyan (ma la sua dizione si è rivelata subito a dir poco pessima) che impersonava la protagonista Leïla, in bilico tra i doveri di sacerdotessa e il richiamo irrefrenabile dell’amore; voce piccola più adatta forse ad interpretare Lakmé, ha svelato peraltro indubbie capacità di restituire le variegate sfumature della sua parte, sia nei passi solistici (Comme autrefois dans la nuit o ancora J’était encore enfant) sia nei duetti. Apprezzato poi anche il basso Ugo Guagliardo nella parte di Nourabad, gran sacerdote di Brahma.

Forti le perplessità, invece, sul côté visivo dell’allestimento affidato alla coppia Julien Lubek e Cécile Roussat che firmano regia, scene, costumi, coreografia e luci. Un allestimento fiabesco e onirico come un libro illustrato per bambini, quello ideato dai due artisti che furono allievi di Marcel Marceau, ma al tempo stesso a suo modo iper realistico, con tanto di fumante narghilè e sagome di palmeti, l’improbabile barchetta come di un luna park che scorre placida su un mare di specchio, e molto altro ancora. E allora policromi lustrini, il profilo della costa che si colora ora di rosa, ora di azzurro, e ancora di fucsia e i rilievi montani che assumono altrettante zuccherose colorazioni, come quegli oggetti minerali che un tempo servivano per marcare l’umidità, o quelle improbabili boulles con la neve, oggetto di collezionismo; e poi i prevedibilissimi movimenti coreografici, la trouvaille obsoleta di doppiare i protagonisti coi mimi e via elencando. Davvero troppi e fuorvianti i cambi di luce, con viraggi troppo rapidi, imprevedibili e per lo più ingiustificati, fastidiosamente didascaliche le molte ‘illustrazioni’ del testo, così le fiammelle di cartone che anticipano anzitempo il colpo di scena dell’incendio, ça va sans dire reso con un avvampante rosso fuoco che s’impadronisce della scena, laddove il blu intenso dominava i momenti notturni, salvo volgere in nero a rendere l’angoscia e il turbamento dei personaggi maschili. Allestimento ipertrofico, pericolosamente prossimo ai confini del kitsch: a partire da certe sagome architettoniche in guisa di silhouettes poste a ‘restituire’ un certo esotismo chissà perché arabeggiante e di maniera, equidistante tra pittoresca oleografia e intenzionale naïveté.

È mancata poi di fatto una vera regia, una mano che armonizzasse il tutto e che ponesse in evidenza, anziché distrarre coi già citati e troppo iterati cambi di luce, quel singolare mix di eterni temi, amore, gelosia, generosità, altruismo, forti legami amicali ed altro ancora, del quale si sostanziano i Pêcheurs. La riapparizione della barca ‘da luna park’, che si porta via i giovani amanti mentre il villaggio è in fiamme e la figura di Zurga giganteggia per humanitas, ha finito per rendere un po’ meno solenne e ieratica la chiusa, salutata peraltro – lo si anticipava – da convinti applausi a direttore, orchestra, coro e solisti.


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