OSNRai: inaugurazione di stagione con Beethoven, Mendelssohn e Šostakovič


di Attilio Piovano foto © OSNRai


Orchestra Sinfonica Nazionale Rai in gran spolvero (e in formazione extra large), la sera di venerdì 11 ottobre 2019, per una gran bella inaugurazione di stagione, a Torino. Auditorium Toscanini gremitissimo (molti i giovani, fa piacere rilevarlo), pubblico delle grandi occasioni, numerose le autorità e gli ospiti di rango anche da fuori città, con tanto di diretta radiofonica su Radio3 Suite (e sul circuito Euroradio) e ripresa televisiva a cura di Rai Cultura con diretta su Rai5. 

Apertura nel segno di Beethoven – idealmente anticipando i festeggiamenti previsti per il 2020 in concomitanza con il duecentocinquantesimo del musicista di Bonn – e in prima posizione ecco l’Ouverture Egmont alla quale James Conlon ha riservato cure specialissime: potendo contare sulla compagine Rai davvero in gran forma, e con nuova, giovane linfa tra i ranghi dopo i recenti concorsi e l’immissione di professori in varie sezioni. Conlon ha centellinato con cura estrema la prima parte, ma senza eccessiva estenuazione o dilatazione dei tempi (come talora invece accade) distillando la partitura quel tanto che occorre per poi fiondarsi con decisione nella sezione di Allegro. Grande attenzione alla dinamica e ai colori (cupi in apertura e poi sempre più sfolgoranti), così pure a quel pulsare incessante, a quelle frasi irrequiete e turbolente che di fatto sono imbevute di quel medesimo spirito libertario e ideali kantiani poi riversati nel Fidelio e altresì nella Nona: giù giù sino alle luminescenti e sfavillanti fanfare che chiudono questa celeberrima pagina – per certi versi al pari della Quinta – all’insegna di uno sfolgorante baluginio e di una trascinante, assertiva verve. Esecuzione memorabile, di gran livello, muscolosa e nel contempo elegantissima, come da tempo non accadeva di ascoltare.

Successo personale, poi, per Conlon stesso – meritatamente festeggiatissimo da pubblico e orchestrali – e per l’intera OSNRai al termine di una superba esecuzione della Quinta di Šostakovič (che Conlon ha diretto per intero a memoria, ed è dettaglio non secondario). E allora quante emozioni nei climi raggelati del Moderato iniziale – frutto di uno Šostakovič appena trentunenne e già perfettamente padrone di se stesso tanto da risultare idiomatici – poi posti a reagire con certe drammatiche ed esacerbate ‘scariche di fucileria’ che s’adergono ben presto e altisonanti sonorità degli ottoni. Di grande efficacia l’energetica resa del sublime Allegretto dai ritmi caracollanti e dalle frasi sghembe, grottesche e impregnate di sarcasmo agrodolce come solo il grande Šostakovič sapeva concepire. Poi il magnifico Largo dagli incommensurabili pallori lunari per il quale Conlon ha saputo trovare la giusta intensità, ponendo in luce quelle innegabili affinità con lo Stravinskij del neoclassico Apollon Musagète (piuttosto evidenti all’ascolto), più ancora facendo emergere al meglio la forma pressoché perfetta: col climax dinamico ed espressivo al centro e al termine la riconquista delle rarefatte sonorità, impreziosite da raffinati tocchi timbrici. Da ultimo l’Allegro finale a briglie sciolte, un’incredibile galoppata che pur tuttavia si interrompe per far posto a una spaziosa radura centrale, quasi oasi lirica dalle dolcissime sonorità. Protratti e convinti applausi a direttore ed orchestra, festeggiati comme il faut.

A centro serata campeggiava il poco noto e relativamente raro mendelssohniano Concerto in re minore per violino pianoforte e orchestra MWV O 4 (a Torino, in Rai, lo si era ascoltato l’ultima volta addirittura  ventotto anni or sono nell’aprile del 1991). Lavoro ibrido e che denota solamente in nuce le già enormi potenzialità del geniale Felix: all’epoca della composizione (1823) contava appena 14, diconsi quattordici anni. E al solo pensiero vengono i brividi di stupita ammirazione. Solisti di lusso la pianista Mariangela Vacatello dalla tecnica solida e dai bei cantabili, talora un poco intemperante (a tratti tende a scalpitare, incalzando) e il violinista Roberto Ranfaldi, violino di spalla dell’OSNRai, ma con consolidate incursioni in ambito solistico e un’affermata attività anche in ambito cameristico. E si sente. Dacché il Concerto, dopo un esordio flamboyant con climi cavallereschi ed epici, annovera svariati passaggi dove violino e pianoforte sono pressoché soli, con l’orchestra  che  si limita ad accompagnare. Buona l’intesa tra i due, bene la resa di passaggi melodicamente effusivi e così pur di quelle zone in bilico tra brillantezza Biedermeier e Salon Musik. Apprezzate le raffinate timbrature dello scrupoloso Ranfaldi e così pure il gioco perlaceo della Vacatello.

Certo, il Concerto – a fronte di innegabile freschezza – soffre di una certa verbosità ed anche qualche ingenua ovvietà, perdonabili a un quattordicenne di genio e di nome Mendelssohn: è il caso dell’inconcludente ultima parte del primo tempo che i due validi solisti hanno affrontato al meglio, cercando di attenuarne il più possibile l’irrimediabile e un po’ anodina  prevedibilità. Il campo era quasi tutto loro nel tempo lento, come un Andante di sonata per violino e pianoforte con occasionali interventi dell’orchestra;  col tema d’esordio che curiosamente riecheggia il bachiano corale «Erkenne mich mein Hüter»: e questo è notevole davvero, rivelando come l’ancora adolescente Felix doveva già essere edotto dell’universo Bach, del quale – si sa – avrebbe ‘riscoperto’ la Passione secondo Matteo, dirigendola a Lipsia appena ventenne. Ecco poi il colore vagamente ungherese del debordante e un poco frivolo finale dove Vacatello e Ranfaldi parevano avere una visione lievemente differente: la pianista preferendo puntare sull’esplicita e un po’ vacua brillantezza, il violinista – pur affrontando con tecnica pressoché impeccabile l’impervia parte – dando corposità e rilievo però anche a certe pieghe melodiche e ad alcune già ingegnose atmosfere armoniche. Di spicco alcuni passaggi ‘perlacei’ del pianoforte e altri impregnati di naïveté tipicamente romantica, come di filastrocca infantile. Successo per entrambi e due bis: un gradito Schumann e la celeberrima e assai ‘orecchiabile’ Romanza senza parole detta Canto di primavera (Fhühlingslied) che a fine esecuzione parecchi canterellavano in sala. Fortunata replica la sera successiva.


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