Evgenij Onegin all’Opera di Roma


di Gianluigi Mattietti foto © Yasuko Kageyama


È ormai da considerarsi un pezzo di storia dell’opera, l’allestimento di Evgenij Onegin creato da Robert Carsen per il Metropolitan nel 1997, pubblicato in blu-ray dalla Decca dieci anni dopo (con Gergiev, la Fleming e Chvorostovskij), poi ripreso dalla COC (Canadian Opera Company) ed ora approdato all’Opera di Roma. Sono passati ventitré anni da quel primo allestimento, nel frattempo ha subito diversi ritocchi, ma senza mostrare mai segni di invecchiamento. Le scene (di Michael Levine che ha firmato anche i costumi) erano concepite come enormi cubi vuoti, ambienti astratti, non naturalistici, con pochi oggetti di scena, ma in stile (una poltrona, alcune sedie, un letto, una scrivania). Interni senza porte (la balia Filipp’evna entrava e usciva da una botola sul palcoscenico), esterni appena accennati (ad esempio con cinque sottili tronchi di betulla che scandivano lo spazio nella prima scena), ma epoca e ambientazione ben connotate dagli abiti sontuosi.

La regìa di Carsen dava forma al dramma di sentimenti che è Evgenij Onegin, concentrandosi sulla recitazione, sui gesti, e su un raffinatissimo gioco di luci (di Jean Kalman) che coloravano quegli spazi trasformandoli in ambienti “fotosensibili”, capaci di reagire alle emozioni dei personaggi e di scandire il crescendo del dramma. Il giallo dorato della steppa russa, con uno spesso tappeto di foglie autunnali, trascolorava nel blu elettrico della camera di Tat’jana (che si rotolava gioiosamente su quelle foglie), lasciava poi spazio a un cerchio bianco al centro della scena (creato dalle contadine che scopavano via le foglie) dove Onegin, come l’impettito domatore di un circo, umiliava la povera Tat’jana.

La festa da ballo si tingeva d’arancio intorno a una folla che ondeggiava al ritmo di musica, come una massa compatta. La scena del duello era avvolta in una luce indaco, brumosa, dove i quattro personaggi si muovevano come ombre. Bellissima la transizione all’atto successivo, che comprimeva diversi anni (il periodo dei viaggi dello sconsolato Onegin) in pochi istanti: mentre un grande sole sorgeva sullo sfondo, alla fine del duello, arrivavano dei lacchè a prepare Onegin con abiti di gala per la festa da ballo del principe Gremin.

Sul podio, James Conlon ha offerto dell’opera una lettura intima, delicata, ricca di sfumature timbriche, ma allo stesso tempo nitida, precisissima, con un equilibrio sempre molto calcolato tra buca e palcoscenico. Solo il coro appariva talvolta sguaiato e fuori tempo. Il baritono Markus Werba, al suo debutto nel ruolo di Onegin, dimostrava come sempre buona tecnica, ma unita a una grande maturazione dal punto di vista espressivo. Una certa rigidità scenica, che gli è connaturata, non stonava poi troppo con il carattere scettico e distaccato del suo personaggio. Espansiva e appassionata, sia vocalmente che scenicamente, era invece la Tat’jana di Maria Bayankina (al suo debutto all’Opera di Roma), che non aveva molte nuances ma una grande freschezza nell’emissione. Ottimi anche il Gremin di John Relyea, dalla voce calda e avvolgente, e il tenore Saimir Pirgu, che dava grande personalità a Lenskij, intonando anche la celebre aria in maniera non languida, ma intensa e sofferta.


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L'autore: Gianluigi Mattietti

Docente di Storia della musica all'Università di Cagliari, autore di saggi e studi sulla musica del Novecento e contemporanea, collabora come critico musicale con le riviste Amadeus, The Classic Voice, Musica, Il Giornale della Musica, Golem informazione, Il Corriere Musicale.

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