di Redazione

khoreiaIl nuovo CD proposto dall’etichetta italiana Velut Luna ha come titolo Khoreia, che in greco significa danza. Sapendo che l’album è interamente dedicato al pianoforte a quattro mani, l’ascoltatore più tradizionale si aspetterebbe almeno una serie delle danze slave di Dvořák, piuttosto che uno o più libri delle brahmsiane danze ungheresi. Invece no: la scelta coraggiosa e apprezzabile, accennata nelle brevi note di un booklet carente, è quella di proporre soltanto brani di nicchia, che coprano un arco temporale ampio più di due secoli, partendo dalla seconda metà del Settecento, sino ad arrivare ai giorni nostri.

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Si inizia con una sonata in puro stile galante di Johann Christoph Friedrich Bach, ricordato più che altro per essere figlio del Grande Bach, e questa sonata, purtroppo, ne conferma l’oscurante etichetta di musicista nettamente inferiore al padre. È uno stile molto distaccato e asettico, quello del piccolo Bach, che non cattura l’ascolto, ma può anche risultare gradevole all’inizio di un’incisione, quasi come se fosse un’accogliente introduzione ai brani che seguiranno. Ma perché, con tutta la bella musica originale che esiste per pianoforte a quattro mani, troviamo poi scomodata una trascrizione della Holberg Suite di Grieg, che, per quanto ben dosata nei piani sonori dal duo, non può minimamente reggere il confronto con l’originale per orchestra d’archi?

Peccato, perché gli interpreti suonano davvero bene, ed è un piacere ascoltarli. Giulio Potenza e Oda Voltersvik hanno un ottimo amalgama, il suono è sempre definito e pastoso, e gli stili esecutivi sono ben differenziati tra le varie epoche. I finali sono sempre molto leggeri, e le scelte interpretative mai scontate, per non parlare del tocco perlato e alla perfetta dizione dei trilli che sfoggiano in Bach.

Inutile dire che la resa del duo dipende più dalla qualità delle opere eseguite che dall’indubbia capacità interpretativa. Ecco perché il lavoro più convincente sembra essere l’op. 109 di Schumann, le Ballszenen. Questa sì, composizione poco conosciuta ma degna di nota e giustamente eseguita, in cui l’essenza dei pezzi brevi, tipica dello Schumann pianistico, si associa alla riflessione del periodo più maturo.

È presente anche un brano contemporaneo, Electric Prisms, commissionato proprio per questo CD. Autore ne è l’irlandese Philip Martin (1947), che sembra rifarsi alle atmosfere sonore tipiche dell’impressionismo francese. Ci riesce anche con un certo agio, ma la domanda sorge spontanea: ha senso abbinare un’opera di questo genere a Bach, Grieg e Schumann? Segnaliamo la qualità dell’incisione, davvero pregevole.

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Pubblicato il 2016-10-14 Scritto da StefanoCascioli

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