Jenufa al Teatro Comunale di Bologna


Successo per l’opera di Leóš Janáček: ottimo connubio tra la direzione di Valčuha e la regìa di Hermanis


di Giampiero Cane foto Rocco Casaluci


GRANDI APPLAUSI HANNO CELEBRATO l’allestimento presentato al Comunale di Jenufa, la prima importante opera teatrale del compositore Leoš Janáček, un moravo cresciuto tra Brno, Lipsia, Praga e Vienna nella seconda metà dell’Ottocento, nella sostanza un autodidatta che affronta e risolve in modo personale i suoi problemi di scrittore.

Anche se, oltre Jenufa, hanno avuto allestimenti anche Káťa Kabanová, la Piccola volpe astuta e l’Affare Makropulos, nessuna può dirsi sia entrata nelle abitudini dell’opera italiana soprattutto perché, a quanto pare, il musicista compone utilizzando per la sua musica elementi del parlato popolare, i quali, naturalmente sfuggono, come a chi scrive, alla quasi totalità degli ascoltatori che ignorano il moravo. Trascurando questo fattore (che poté ben essere determinante nel primo Novecento quando questa Jenufa andò in scena, e con modesto esito), il resto può ormai essere colto con sufficiente facilità, quasi con naturalezza.



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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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