Storyville, New Orleans. Il piede di “Jelly Roll”


di Giampiero Cane


CENT’ANNI FA LA MUSICA CHE TUTTO IL MONDO avrebbe conosciuto in breve tempo col nome di jazz esisteva già, si barcamenava un po’, senza nome, ritengo, tra una musica e l’altra; tra il ragtime, canti disperati veri e finto-disperati, e la musica per il passatempo popolare, anch’essa agli inizi, giacché stava appena formandosi un nuovo pubblico che acquisiva e ampliava l’autonomia dei comportamenti che da qualche secolo era stata la conquista della borghesia, della popolazione cresciuta nelle città, che non era più in possesso solo della prole, ma del soldo guadagnato col commercio o con la pratica artigianale. I servi stavano trasformandosi in massa e ai confini della massa dei commercianti e salariati, nel sud degli States, c’era un ulteriore propaggine di ceti sociali liberi, ma irrilevanti, quella dei neri portati oltre oceano dall’Africa anche in tempi ormai lontani, liberati dalla condizione di schiavitù da poco, formalmente, cioè per legge nel 1868, ma in realtà, come tutti più o meno sanno bene, cittadini di un dio minore fino ad oggi, o quasi.

In un qualche cassetto conservo ancora (ma non è di me che intendo parlare, bensì dell’oggetto) una piantina turistica della città di New Orleans. Questa è talmente “la città del jazz” che c’è uno stile ancora molto amato soprattutto da dilettanti che san far poco con gli strumenti musicali, che appunto si chiama col nome della città. Lucio Dalla, che era una persona simpatica con tratti improvvisi di inaspettata intelligenza, col clarinetto – che non sapeva suonare, ma comunque suonava meglio di altri – si dedicava appunto al “neworleans”, negli anni Cinquanta, detto anche “revival”, o “hot”, ché già da un lustro c’erano musicisti che s’erano lasciati alle spalle la pronuncia e la prosodia ormai arcaiche e si erano avviati nella ricerca di uno stile “cool”. Ebbene in quella vecchia carta, il quartiere di Storyville, la baraccopoli in cui stavano i Keppard, gli Oliver, i King e tutta la nobiltà della musica d’allora, là dov’è cresciuto Armstrong, quel quartiere non è contemplato. Adesso è il cuore della città turistica, ma non saprei dire come sia (non ci sono mai stato).

Per conoscere il mondo musicale degli storyvilliani d’antan, la cosa migliore è la lettura di Mr. Jelly Lord, libro nel quale Alan Lomax riferì su quel che Jelly Roll gli raccontava nottetempo nella Library di Washinton. Purtroppo non è tradotto in italiano. Di francobolli così potrei scriverne due dozzine per raccontare quello che c’è in queste memorie dettate al musicologo.

jelly

Qui, per ora, vorrei segnalare una questione di dettaglio su cui m’interrogo, ma che resta senza risposta (An Unanswered Question, rubando un titolo ad Ives): in quel che Jelly Roll suona per far capire a Lomax qualcosa di più quanto a quel che va dicendogli, egli col piede marca il tempo con evidenza. È un buon pianista Jelly Roll e non avrebbe nessun bisogno di comportarsi così. Ma lo fa. Di conseguenza, ogni tanto mi chiedo a cosa servisse la batteria per strumentisti come Peterson, Gillespie, Cootie o Django. Sarà, come mal si dice, nel Dna dei jazz, ma se Thelonious Monk sopporta che il più fantastico dei suoi assolo, in Bag’s Groove, pagina di Jackson registrata con quintetto di Miles Davis, sia non massacrato, ma quasi, da Kenny Clarke – che è uno dei più eleganti interpreti delle percussioni jazzistiche – vuol dire che il bisogno di spezzare la fluidità, fino a un certo punto ce l’hanno nel sangue.


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.