Sull’invenzione del Jazz


di Giampiero Cane


Molto più inventivi, meno inventivi, diversamente inventivi di quel personaggio di B(efore) C(hrist) cui venne il delirio d’inventare, inventando quel che c’era, l’erba, i tramonti, la luna ed altro; molto più inventivi degli inventori degli dei, che nessuno ha mai visto, alcuni appassionati di musica, un po’ particolari nel loro agire, affascinati dal jazz, si sono dati da fare ad “inventarlo”.

Veramente l’inventore del jazz, cioè colui che si era chiesto come fare una musica di qualità in mezzo alla “maraglia” (marea di marmaglia?) dei ghetti emarginati e miserabili, era stato Jelly Roll Morton (non a caso ‘preso di mira’ da Baricco nel suo Novecento perché aveva un brillante incastonato in un dente). La sua luce ere la più splendente negli anni Venti, coi Red Hot Peppers, la sua band, la più cara tra quelle della nuova musica d’allora, il jazz; quella luce fu oscurata dalla crisi di Wall Street e dall’astro nascente, irresistibile, che si chiamava Louis Armstrong.

Quest’ultimo fu affatto ‘moderno’ nell’affrontare il ‘mercato’ che si offriva al suo successo. I dischi non erano ancora uno strumento di ampie prospettive: le sue registrazioni sarebbero finite nel catalogo marginale dei “race record” ed egli fece di sé una band regionale e andò in tournée, ma senza band. Lo precedeva un suo collaboratore che selezionava un paio di strumentisti per fare la così detta sezione ritmica; ai dilettanti locali faceva provare un qualche pezzo e poi via: arrivava Louis e s’accollava tutto lo show, senza problemi, come oggi potrebbe fare tranquillamente un praticante abituato alla così detta improvvisazione (facilmente riducibile a parafrasi o a luogo comune). In questo modo la musica del Sud (il New Orleans) si trasformava da contrappunto più o meno cameristico a solismo accompagnato, cioè a concerto.

Ciò a Jelly Roll parve un degrado, e questo gli bastò questo per aprire un bar a Chicago e lasciare la musica. Vi tornerà verso la fine degli anni Trenta a seguito delle insistenze di Alan Lomax per raccontare il passato di una musica di gran successo, ma che non c’era più. La musicologia del pensiero di Morton naturalmente non si proponeva affatto di cambiare la moda che, anche se di teoria inconsistente, procedeva sulla base del proprio successo.

La disposizione culturale negli States non poteva comunque ancora affrancare il pensiero comune dal considerare irrilevante ciò che nasceva dalla cultura della gente di colore, per di più “i negri”. Nella terra dov’era nato, il jazz doveva acquisire una nuova pelle, quella dei padroni. Poteva anche essere ribaldo o ribelle, ma doveva apparire non esente da una componente occidentale bianca. Di fatto, gli strumenti della cultura di massa, ma volendo anche democratica, erano in mano all’iniziativa capitalistica, quasi esclusivamente bianca. Negli USA il jazz risuonò nei racconti di Fitzgerald, la cui eco arriverà nella commedia Someone Likes it Hot.

Diversa la condizione in Europa, dove allora il razzismo non è ancora pensiero comune, ragion per cui in Francia negli anni Trenta scritti da Hugues Panassié escono i primi libri di una sensata critica sul jazz, certo meno analitica che non interessata a una sintesi caratterizzata da una sommaria sociologia.

È divertente osservare come il primo scrittore di jazz che abbia affrontato la qualità culturale dell’oggetto cui si è dedicato sia stato poi anche accusato di “razzismo alla rovescia” per aver sostenuto il primato dei neri d’America nella produzione di questa musica. Ancora negli anni Cinquanta, il buffo mensile Musica Jazz, in Italia, grazie al suo direttore era su queste posizioni. Oggi, chi abbia questo problema, volendo potrebbe cercare la verifica chiedendosi cosa valga un Benny Goodman nella storia del jazz al di là di essere stato pubblicizzato come King dello Swing. Lui e quell’infinita noia (con cui non andò a lungo d’accordo) che è Gene Krupa, il batterista di Sing Sing Sing.


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.