di Attilio Piovano
Molti i concerti della ventesima edizione del Festival MiTo degni di essere menzionati e recensiti. Impossibile, ovviamente, seguirli tutti e recensirli in toto, data la vastità delle multiformi e screziate proposte di alto livello. E allora, anche quest’anno, ecco almeno una sintesi delle molte serate seguite, attingendo dal fedele calepino, insomma dal diario di bordo dei concerti ascoltati sul côté torinese.
Dopo la trionfale inaugurazione nel segno di Britten, di cui si è scritto, altro evento emozionante già la sera dell’8 settembre, presso l’Auditorium ‘Agnelli’ del Lingotto: protagonista la Filarmonica della Scala magistralmente diretta da Riccardo Chailly che ha impaginato un programma per intero sul versante russo. E dunque in apertura un doppio Rachmaninov orchestrale, vale a dire la Fantasia sinfonica La roccia op. 7 ispirata in egual misura a Lermontov e ad un racconto di Cechov (Il viaggio), seguita dalla quadripartita suite dall’opera Aleko. Il primo dei due brani in programma presenta una struttura dialogica intesa ad evidenziare con tratti cupi e scuri la figura maschile, ovvero la roccia (impressionanti i contrabbassi in apertura) e l’immagine di una donna, alias nube dorata, mediante leggiadri profili; l’andamento rapsodiante svela peraltro una già scaltrita maestria nell’orchestrare con lussureggiante profluvio di ‘effetti’. Di opera giovanile si tratta (1893) sicché manca ancora, per lo più, la compiuta pregnanza di quei temi incisivi e cinematografici che di Rachmaninov, si sa, costituiscono l’inconfondibile firma. Siamo in presenza pur tuttavia di pagina gradevole e ben scritta, nonostante una sua innegabile e un po’ inconcludente dispersività: peccati veniali ai quali la Filarmonica scaligera ha supplito con una coinvolgente interpretazione volta a lumeggiarne i colori per lo più sgargianti.
Nella suite da Aleko (nonostante la fortunata partitura sia di due anni anteriore) si ammira invece una già idiomatica inventiva, mercé la padronanza assoluta nella strumentazione e la rabdomantica capacità di porre in atto mezzi efficaci, quali l’intensificazione drammatica e una felice curvatura. All’esordio la fascinosa Introduzione, poi l’assai celebre ed eseguita Danza delle donne venata di ironia nonché striata di vago esotismo, il delicato Intermezzo quasi cajkovskijano (non a caso l’autore del Lago dei cigni ammirò molto il lavoro) e da ultimo la plateale, effettistica Danza degli uomini, pur in presenza di un certo mistero. Applausi scroscianti e consensi meritatissimi, a Chailly ed alla compagine scaligera.
Che si sono poi prodotti in una memorabile interpretazione della Quarta Sinfonia di Čajkovskij dagli assuntiautobiografici (in filigrana vi è la complessa figura della von Meck, nevrotica e morbosa mecenate), riverbero di una profonda crisi esistenziale. Lavoro di cui Chailly ha distillato l’attacco con neoclassica politezza per scatenare poi l’orchestra nell’epilogo del vasto primo tempo. Grandi emozioni nel toccante Andantino di cui è emerso al meglio ilcarattere smaccatamente russo, onirico e melanconico. Prova di bravura poi nel celeberrimo Scherzo ‘pizzicato’. Da ultimo l’esaltante e altisonante Finale al fulmicotone, dalle plurime variazioni, e dalle baluginanti fanfare che ha fatto crescere oltremodo la temperatura emotiva della platea. Un vero trionfo. E pazienza per piccole, occasionali défaillances di intonazione di legni e talora ottoni. Quale bis la Sinfonia dalla verdiana Forza (…La potenza del fato…) che la Filarmonica della Scala, sotto l’esperta bacchetta di Chailly, sommo e scrupolosissimo concertatore, come sempre, interpreta con un’intensità che non ha eguali.
Nel pomeriggio dell’8 settembre, al Tempio Valdese, si era potuta ascoltare una gran bella interpretazione della schönberghiana Verklärte Nacht op. 4, pagina metamorfica dalla straordinaria densità armonica, ad opera del Sestetto Sincronia, ammirevole per coesione e appropriatezza stilistica. In programma anche di Čajkovskij Souvenir de Florenceche, in abbinamento allo stupefacente pathos della più celebre pagina dell’esponente della Seconda Scuola Viennese, suona fatuo e leggero. Ma pur sempre gradevole.
Singolare incursione nell’universo barocco la sera del 9 settembre (ancora al Lingotto) con l’esecuzione di due lavori di Marc-Antoine Charpentier. E si è trattato dell’Idylle en musique Les Arts Florissants del 1685 (e si tratta della «gloria delle arti celebrate dalla Musica e salvate dalla Discordia per merito della Pace») e poi della pressoché coeva Opéra ballet in due atti La Descente d’Orphée aux Enfers, entrambe dai vistosi presupposti allegorici. Ottimi interpreti solisti – diplomati del Jardin des Voix – e (soprattutto) danzatori dalla strepitosa bravura facenti capo all’ensemble Les Arts Florissants che proprio dal lavoro di Charpentier trae il nome, guidati da William Christie (direzione, clavicembalo e organo), artista ch’ebbe un ruolo pionieristico fin dal 1979 nella riscoperta del Barocco francese. Regia di Marie-Lambert-Le Bihan e Stéphane Facco, fantasiose coreografie di Martin Chaix, sontuosi e policromi costumi.
Sala gremita, e fa piacere constatarlo, ancorché il Lingotto – diciamolo – non sia certo il luogo adatto per tale musica (perché non pensare alla cornice dorata del Carignano? Dalla capienza assai più ridotta… certo, ma si sarebbe potuto proporre in replica per due sere…). Sicché già da metà sala il suono del complesso strumentale, ammirevole per correttezza filologica, stentava a propagarsi. Peccato, inoltre, che la proiezione di sopratitoli dai toni grigi su fondo nero e con caratteri troppo piccoli (quantomeno nella prima parte) risultasse difficilmente leggibile. Certo, non accade spesso di ascoltare e vedere ‘rappresentati’ (invero con ammirevole raffinatezza ed eleganza) due lavori siffatti, dai tratti stilistici pur fascinosi, ma talora un poco monocromi. Onore al merito di aver incluso in cartellone anche una simile serata (resa possibile da specialisti di elevatissimo livello) che ha riscosso innegabile successo di pubblico, nonostante non pochi momenti in cui la tensione finiva per venir meno, specie sul piano squisitamente musicale: e ci si concentrava quasi esclusivamente sul lato visivo dello spettacolo che restituiva, obiettivamente, il goût per la grandeurtipicamente stile Luigi XIV.
Pomeriggio monteverdiano di godimento puro (al Valdese, l’11 settembre) con il sublime Vespro dalla Selva morale e Spirituale del 1640 interpolata da due pagine di Dario Castello e Francesco Turini: sommi interpreti gli artisti de Il Pomo d’oro guidati dal colto Giuseppe Maletto. Fusione perfetta, vocale-strumentale, omogenea pastosità (e non solo nelle armoniose pagine a otto voci), eleganza indicibile nel porre in luce ad arte i numerosi madrigalismi, secondo la ben nota teoria degli affetti e molto altro ancora: e pareva di essere stati idealmente trasportati sotto le volte di San Marco, all’epoca del Divo Claudio. Tempio gremito e successo indicibile.
Ha colto nel segno, ancora una volta, la premiata ditta Pasquale Buonarota / Alessandro Pisci (drammaturgo, regista e attore il primo cui si deve il testo, attore il secondo, ma anche regista e autore) impegnati in Un tè con Beethoven alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani il pomeriggio di sabato 12 settembre: uno spettacolo tutto arguzia, sapida comicità e intelligenza, adatto a un pubblico di giovani e giovanissimi, ma pienamente fruibile dagli adulti, dunque ‘leggibile’ a più livelli, stante la quantità indicibile di allusioni e citazioni colte, pur entro un impianto drammaturgico di ammirevole e sciolta scorrevolezza. E allora ecco sbozzato un ritratto anticonformista (ma pienamente fedele) del burbero Beethoven, colto nella quotidianità attraverso la presenza del nipote Karl: scavezzacollo e insofferente rispetto alle impegnative e paterne attenzioni e alle esigenti prese d’atto pedagogiche dello scomodo zio, contraddittorio, maniacale e spesso buffo con i suoi tic e le sue ubbie. Un dialogo serrato tra i due attori, alternato alla musica cameristica di Ludwig van (il quarto dei Quartetti op. 18 nella fantomatica tonalità di do minore, offerto dalla giovane formazione torinese del Quartetto Teide). Un’ora filata di puro divertissement, all’insegna di ironia e smagata nonchalance, con un toccante finale mercé l’evocazione del commovente Testamento di Heiligenstadt. Un modo davvero intelligente per avvicinare i giovani all’autore della Nona e, più in generale, alla Musica tout court, alla ‘classica’ erroneamente reputata ostica e lontana. A maggior ragione, poi, puntando su uno dei generi più ardui ed esoterici per antonomasia, quello del Quartetto per l’appunto.
Serata in stato di grazia speciale, nuovamente con l’OSNRai, in Auditorium ‘Toscanini’ (la sua ‘casa’ da sempre) il 12 settembre per la direzione del fuoriclasse Michele Mariotti che della compagine da ottobre sarà il neo Direttore Principale. A centro concerto di Britten i superbi Four Sea Interludes dal Peter Grimes in cui il mare è presenza immanente. Una lettura davvero esemplare quella di Mariotti, che ne ha restituito tutta la fragranza coloristica, nelle tinte aurorali di Dawn come nel conclusivo Storm e così pure nelle seleniche visioni notturne e nella ialina luminescenza di Sunday Morning. Una cura incredibile dei dettagli, grazie altresì alle ottime prime parti dell’Orchestra Rai e alla sua proverbiale coesione, hanno permesso a Mariotti di darci una magnifica interpretazione della mendelssohniana Sinfonia ‘Italiana’: per bellezza di timbri e certosina attenzione alle linee dei singoli strumenti. Riposata scorrevolezza e morbidezza vellutata nei tempi centrali e, per contro, un’eccitata brillantezza nel tellurico finale, indimenticabile. In apertura si è ascoltato Kaos, brano espressamente commissionato da MiTo alla giovane e colta Paola Prestini: un brano fuso in un unico blocco, ma in tre sezioni, della durata di poco meno di 15 minuti ispirato a novelle pirandelliane. E allora ecco l’iniziale La giara timbricamente screziato, poi Mal di luna e infine Requiem: lavoro scritto con mano esperta, talora dagli impressionanti apici dinamici, talaltra rarefatto e spettrale, rivelatore di un buon senso della forma, a riprova di come oggi si possa ancora scrivere musica in grado di ‘comunicare’ emozioni, pur avvalendosi di un linguaggio aggiornato (e informato, ancorché non certo ostico), grazie ad una ben metabolizzata conoscenza del grande repertorio, senza scadere nell’ovvio o nel banale. Chapeau.
Saporosa versione testuale della stravinskijana Histoire du soldat, quella di Mario Incudine e Peppe Servillo che lo stesso Incudine ha proposto al Piccolo Regio domenica 13, affiancato dall’Ensemble Prometeo (Cinzia Raimondi violino, Michele Marelli clarinetto e Ciro Longobardi pianoforte): i tre ne hanno offerto una lettura puntuale e corretta, in una rielaborazione a loro stessa cura con organico ridotto a un trio, per l’appunto. In realtà Incudine in veste di scaltrita voce recitante ha però ‘appiattito’ il tutto, quanto meno a giudizio di chi scrive, adottando una pressoché unica corda di recitazione, producendosi poi anche in un pezzo di bravura quale bis che, di fatto, confermava il suo virtuosismo, ma altresì la sua natura monocorde. Peccato: un’occasione perduta. I tre musicisti hanno fatto precedere la celeberrima piéce dai gradevolissimi Cinque pezzi per violino, clarinetto e pianoforte di Šostakóvič dalla cordiale immediatezza comunicativa, in bilico tra disimpegno, ironia, joie de vivre e un filo di mestizia.
Tra le serate che maggiormente hanno coinvolto il pubblico, merita una sottolineatura speciale lo Stabat Mater rossiniano eseguito (giovedì 17) sotto le vaste volte della juvarriana Chiesa di San Filippo, dalla generosa acustica, affollata all’inverosimile. Speranza Scappucci, neo direttrice artistica del Festival, ha compiuto un lavoro a dir poco minuziosissimo sulle riunite orchestre dei Conservatori di Torino e Milano, formate da giovani tanto entusiasti quanto professionalmente già impeccabili. Tra loro e la direttrice, poi, si è creato uno speciale feeling, e allora scambi di lettere e biglietti, reciproche manifestazioni meritatissime di gioia e, a fine serata, applausi calorosi da parte del pubblico. Grazie all’apporto speciale dell’ottimo Coro Maghini (maestro del coro il sempre ineccepibile Claudio Chiavazza) e grazie altresì alle valide voci di Maria Grazia Schiavo, José Maria Lo Monaco, Levy Sekgapane e Andrea Pellegrini. Difficile estrapolare i momenti più emozionanti emersi da un’interpretazione a dir poco toccante di una partitura ora teatrale, ora intimista, ora fastosa, ora quasi cameristica. Che Scappucci ha restituito al meglio, regalandoci un’esecuzione di cui conserveremo a lungo gradita memoria.
Pomeriggio per intero britteniano, sabato 19, al Vittoria con i superbi Canticles (nn.1-3), interpolati da A charm of Lullabies op 41 e una scelta di Songs (tra cui lo spassoso e assai noto Oliver Cromwell). Interpreti di lusso e di eccezionale bravura il soprano Kelsey Lauritano, il tenore Matthew Swensen, volti a dare un’interpretazione quasi scenica e il sensibile pianista Brian Zeger (che ha chiosato con parole argute una performance di alto livello). Coinvolgente davvero (cornista nel cupo Still falls the Rain, Debora Maffeis). Poi ancora di Britten, la sera al Lingotto si è ascoltata la variegata Serenade op. 31, tenore Levy Sekgapane che in qualche tratto risultava soverchiato dall’orchestra non riuscendo del tutto a proiettare la voce sulla vasta sala, cornista e direttore Alessio Allegrini alla guida dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Integrava il programma in apertura di Pärt l’assai eseguito e sempre emozionante Cantus in memoriam Benjamin Britten dalla singolare forza espressiva, ad onta della voluta ‘staticità’ con l’evocativa campana a punteggiarne la partitura. In chiusura poi la Sinfonia n. 2 di Kurt Weill, dai tratti vagamente ‘alla Milhaud’, ora scherzosa, ora ripetitiva, dal lunghissimo e sospiroso Largo, un poco slabbrato, quindi dal bislaccoFinale. Con un fare lievemente naïf il direttore ha finito per trascinare il pubblico in prolungati applausi a tutte le sezioni dell’orchestra.
Felicissima chiusura di Festival il pomeriggio di domenica 20 al Lingotto con un memorabile concerto dei Bamberger Symphoniker diretta dal ceco Jakub Hrůša, gesto chiaro ed esuberante, per intero consacrato a Brahms: e dunque si è ascoltata un’eccellente interpretazione della Terza Sinfonia, ammirevole per colore pastoso degli archi, ottoni e legni incredibilmente incisivi, insomma una gioia per le orecchie fin dal primo tempo, poi emozioni grandissime nel celeberrimo Poco Allegretto venato di struggente mestizia, giù giù sino al singolare Finale. A seguire un’altrettanto indimenticabile esecuzione del vasto Secondo Concerto grazie alla superlativa prestazione del giovane pianista Lukas Sternath: suono possente in grado di fronteggiare la massa d’urto dell’orchestra, fraseggi magnifici, tocco eccellente, molta sensibilità e appropriatezza di stile, nonostante l’età. Farà parlare di sé, da seguire con cura. Come bis ci ha regalato una toccante interpretazione del brahmsiano Intermezzo op. 118 n. 2 in la maggiore.
La sera poi le Goldberg in Conservatorio, ad opera di David Fray che ha riscosso enorme successo di pubblico, una vera standing ovation: esecuzione di grande livello, certo, anche se non priva di qualche bizzarria (specie nel poco rigore agogico) e talune eccentricità (durata oltre settanta minuti, con ritornelli sempre identici, salvo libertà varie solamente nelle ultime).























