di Luca Chierici
Un meritato successo è stato decretato dal pubblico per la rappresentazione del Faust di Gounod – parliamo qui della replica del ventinove ottobre scorso – per i risultati musicali e per la regìa e la scenografia che si riferivano a una co-produzione con il Palau de les Arts di Valencia, la Staatsoper di Berlino e il Teatro Real di Madrid.
Lo spettacolo era fondato sulla regìa di Johannes Erath, per la prima volta alla Scala, coordinata dalle scene di Heike Scheele, i costumi di Gesine Völlm, le luci di Fabio Antoci e i video di Bibi Abel. L’idea principale di Erath, una volta soddisfatto il lugubre incipit che culmina con il patto con il diavolo, richiamava una coloratissima ambientazione circense dove Méphistophèlés diventa un domatore con tanto di frusta impegnato a reggere un numeroso drappello di mimi dove compare una Marguerite che precedentemente era stata evocata dal diavolo stesso per convincere Faust a vendere la propria anima.

Le idee di Erath per quanto complicate, soprattutto nel seguito, da una massa di personaggi a volte di difficile collocazione, sono sempre efficaci e seguono a loro modo il prosieguo degli avvenimenti con una visione a suo modo nitida del libretto di Jules Barbier e Michel Carré. Mefistofele assume le sembianze di direttore d’orchestra, poi addirittura da Papa alla tastiera di un grande organo da chiesa rivestito dalle note efficaci del compositore. Il personaggio di Marguerite si triplica in altrettante sosia sempre vestite in tulle bianco e con un bianco ombrellino, quello di Siebel compare vestito da Pierrot e altrettanto accade per Valentin. La scena è spesso coronata da una circonferenza luminosa che regola l’entrata e l’uscita dei personaggi ed è a un certo punto arricchita da finestre che ospitano il coro.
Tra gli interpreti vocali – lode al Coro diretto da Alberto Malazzi – si sono distinti soprattutto il Faust di Julien Dran, tenore che ben riveste la lunga strada che lo porta dalla vecchiaia alla sfrontata giovinezza e innamoramento nei confronti di Marguerite, e il Méphistophèlés di Alex Esposito, padrone della scena da capo a fondo. Meno efficace come Marguerite era Ekaterina Bakanova, a volte non perfetta nella linea vocale. Kevin Godinez era un Valentin perennemente preoccupato della sorte della sorella, Siebel (Marcela Rahal) un’ottima interprete del ruolo. L’orchestra diretta da Daniele Rustioni ha suonato benissimo leggendo con precisione il gesto di un direttore che va assumendo sempre di più un’importanza ragguardevole in campo internazionale.





















