di Monika Prusak
Una serata ben riuscita ed emozionante ha visto sul podio del Teatro Massimo di Palermo Gabriele Ferro, accademico di Santa Cecilia e direttore onorario a vita del teatro d’opera palermitano.
Il concerto è iniziato con la Sinfonia di salmi per coro e orchestra di Igor Stravinskij, nella versione del 1948, ed è proseguito con l’acclamato Adagio per archi op. 11 di Samuel Barber (in sostituzione della prevista Suite n. 2 Daphnis et Chloé per orchestra e coro di Ravel). Il culmine della serata è stato il Boléro, la composizione che, con il suo slancio e la sua audacia, ha procurato a Ravel una fama mondiale indiscussa.
Maurice Ravel nacque esattamente centocinquantanni anni fa, il sette marzo 1875, a Ciboure, piccola località balneare francese ai piedi dei Pirenei. Allievo di Gabriel Fauré al Conservatorio di Parigi, è stato un grande estimatore di Erik Satie e Claude Debussy, con i quali condivideva l’approccio raffinato alla composizione, un simile temperamento e la riservatezza. Appassionato anche di musica russa, ha composto musiche per i Ballets russes di Sergej Diaghilev, impresario impegnato nella divulgazione della cultura russa in Europa. Per le sonorità rarefatte delle sue composizioni, Ravel, similmente a Debussy, veniva considerato un compositore impressionista, ma questa etichetta non piaceva a nessuno dei due, perché imprecisa e piuttosto riduttiva. È nota anche la vicinanza di Ravel a Igor Stravinskij, con il quale faceva parte degli Apaches, un gruppo di artisti e intellettuali di giovani generazioni, che cercavano di promuovere le correnti più avanzate nei rispettivi campi d’interesse. A detta dei contemporanei di Ravel, la sua casa era piena di piccoli oggetti provenienti dall’Estremo Oriente e dalla Spagna. Sembra evidente che fosse influenzato anche dalla musica della penisola iberica, terra natìa di sua madre.
Una delle sue prime grandi composizioni per orchestra è proprio Rapsodie espagnole Op. 54, ma sarà il Boléro, ispirato nel suo carattere alla danza spagnola del XVIII secolo e nato come musica per balletto su richiesta di Ida Rubinstein, a conquistare tutto il mondo con il suo ritmo incalzante e il carattere ostinato. Una «tessitura orchestrale senza musica», che sfrutta i colori dei singoli strumenti che tessono una trama ripetendo sempre lo stesso tema su un ritmo continuo e implacabile, in un crescendo graduale e preparato che tuttavia culmina in una esplosione irresistibile e sorprendente.
Alla luce di quanto detto, non stupisce la scelta di Gabriele Ferro di eseguire il Boléro di Ravel insieme a una composizione di Stravinskij, anche se risulta curioso un accostamento tanto distante con una composizione sacra. Non di facile ascolto (e altrettanto complessa esecuzione), la Sinfonia di salmi contiene momenti di una bellezza unica, che toccano l’inconscio. È buona la resa dell’insieme orchestrale di un organico singolare, con due pianoforti ma senza violini e viole. Il Coro del Teatro Massimo è a tratti un po’ timido, ma nel complesso riesce a dare alla composizione il giusto apporto artistico ed espressivo. L’interpretazione dell’Adagio di Barber non esalta, probabilmente a causa del cambio di programma, e le dinamiche risultano a tratti eccessivamente appiattite. È eccellente, invece, l’esecuzione del Boléro, nel quale, nonostante qualche svista ritmica iniziale nei fiati, Ferro riesce a costruire un crescendo graduale e intenso, mantenendo fermo il ritmo incessante, che costituisce il punto focale della composizione. È coraggiosa la scelta del direttore di alzare il volume piuttosto presto, pur riuscendo a mantenere la tensione e a culminare con grande energia in una vera e propria esplosione di ritmo e colori.























