di Attilio Piovano
Duplice spettacolo, in apertura di stagione, emblematicamente intitolata Fatale, al Teatro Regio di Torino, la sera di giovedì 15 ottobre 2026. In scena l’accoppiata (sempre) vincente costituita dalla mascagnana Cavalleria Rusticana e Pagliacci di Leoncavallo. Ed è solamente il prologo, per così dire, ad una vera e propria inedita ‘tetralogia’, destinata a protrarsi sino al prossimo 22 novembre: che comprenderà altresì La Bohème ancora di Leoncavallo ed Iris parimenti di Mascagni.
A dirigere i quattro titoli il direttore musicale del Regio, Andrea Battistoni: che, di concerto con il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Cristiano Sandri, ha fortemente voluto il ciclo stesso. Uno sforzo davvero ragguardevole per il teatro e le sue maestranze, nonché un ambizioso progetto che vedrà impegnati due registi, Daniele Menghini per i titoli di Mascagni e Francesco Micheli, al suo debutto al Regio, sul versante di Leoncavallo, e un unico direttore – lo si diceva poc’anzi – a garantire un’unitarietà stilistica ovvero di visione musicale, nonché un doppio cast vocale di notevole livello, insomma non già un’unica serata, bensì un vero e proprio Festival inaugurale. E si tratta di ben ventidue complessive recite in poco più di un mese: un’impresa di tutto rispetto in cui giocano un ruolo fondamentale altresì Orchestra, Coro e Coro di Voci bianche (diretti questi ultimi rispettivamente da Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio).

I numeri forniti dal Teatro restituiscono la singolarità e l’eccezionalità del progetto: gli artisti coinvolti, tra cast, mimi tersicorei, figuranti e marionettisti, sono ben 120, cui si sommano gli 80 coristi e le 30 voci bianche, per i quali sono stati realizzati in totale 761 costumi. Ben due team di regia, per complessivi 15 professionisti, circa 100 professori d’orchestra, impegnati tra buca e palcoscenico, e 95 tecnici e addetti tra macchinisti, attrezzisti, sarte, elettricisti, fonici, personale della logistica e dei laboratori.
Due nuove produzioni, quelle di Cavalleria e Pagliacci, rese possibile grazie alla partnership con Intesa Sanpaolo che, confermando il proprio sodalizio col teatro, ha garantito il sostegno al dittico di apertura. Di notevole impatto le scene firmate da Davide Signorini che, non a caso, all’apertura del velario, hanno destato ammirato stupore nel folto pubblico. E si tratta di scenografie interamente in legno, costruite e dipinte a mano nei laboratori del Teatro, poi utilizzate altresì in Pagliacci, e pur diversamente coniugate.
E dunque Cavalleria. Battistoni, vero specialista del repertorio verista, potendo contare sull’Orchestra del Teatro Regio in ottima forma in tutte le sue sezioni – che bella la pasta degli archi, ma anche i legni delicati, gli ottoni possenti e via elencando – dal podio ha governato con mano salda: rivelando ancora una volta notevole profondità di lettura e raffinata sensibilità interpretativa. Centellinando la partitura dello straordinario capolavoro giovanile, Battistoni ne ha ‘illustrato’ al meglio le ricche valenze, e allora non solo la carnalità sensuale, ovvero il versante passionale che di Cavalleria è il dato più vistoso, bensì anche il côté più delicato e rarefatto, le mille preziosità della partitura, la straordinaria ricchezza del tessuto armonico e altresì la raffinata orchestrazione, fin dal diafano e delicatissimo esordio: lumeggiando inoltre i non pochi tratti che apparentano Cavallleria alla futura scrittura pucciniana (all’epoca invero ancora in fieri). Molto apprezzabile la vastissima gamma che Battistoni riesce ad ottenere, trascorrendo dal più che pianissimo di certi passi al fortissimo dei dirompenti clangori di altri, dove occorre: ma sempre con garbo e misura.
Memorabile il celeberrimo Intermezzo orchestrale, mai apparso così toccante e foriero di emozioni; e pazienza per l’arcangelo in scena che reca un simbolico giglio a Santuzza, e finisce per distrarre lievemente, quantomeno a giudizio di chi scrive, ed è forse lo specchio del consueto horror vacui dell’universo registico. Taluni, legittimamente, lo hanno trovato molto poetico interpretandolo quale angelo consolatore, ci sta. Scene per lo più brune (ma che si fanno poi anche luminosissime) e che riescono ad evocare in pari misura il mistero della notte in Sicilia e la solare, ancestrale sacralità della mattina di Pasqua. Ecco allora una sorta di ‘presepe pasquale’, così è stato definito (forse più una specie di articolato e composito retablo, tridimensionale e girevole, ma il termine è improprio, ce ne rendiamo ben conto), con soldati romani ad alludere alla rievocazione dei riti della Passione come in una sacra rappresentazione; e allora portantine con le statue recate in processione (e c’è anche un’allusione in chiusura ad un’Ultima cena figurativa e così pure di impatto il grande arazzo che viene srotolato dall’alto con una emblematica Crocifissione), il tutto ad evocare per l’appunto una ritualità popolare inscritta in una realtà rurale, una religiosità peraltro non priva di tratti contraddittori e di superstizioni paganeggianti in cui s’inscrive il dramma vissuto da una comunità intera che al tempo stesso «giudica e lascia esplodere la violenza».
Sul versante scenografico è il trionfo, a tratti fin ipertrofico, del barocchismo. Ma di un barocchismo reso con eleganza e sagacia (appena qualche eccesso ‘didascalico’ qua e là come nei mimi con fruste in concomitanza con «Il cavallo scalpiti» di Alfio). Nella regia di Menghini che muove ad arte personaggi e masse, ponendo una speciale attenzione al versante femminile, la dialettica tra «libertà dell’individuo e ineluttabilità del destino», come tiene a sottolineare Jouvin, da cui il centrato titolo della stagione (Fatale), è elemento cardine e ricorrente. Ottime, poi, le luci firmate da Gianni Bertoli cui si deve il fantasmagorico coup de théâtre negli istanti finali, di enorme pregnanza: laddove le luci stesse si fanno livide rivelando uno spettrale gioco di ombre. Non meno di rilievo, per il successo del doppio spettacolo, gli straordinari costumi di Nika Campisi per Cavalleria che riprendono originali abbigliamenti della Sicilia storica e di Giada Masi (Pagliacci), questi ultimi alquanto più moderni e talora fin novecenteschi con speciali sottolineature cromatiche, come il rosso per gli stivaletti di Nedda/Colombina, in apertura vagamente Anni ‘20, calzature riprese e ‘mostrate’ in chiusura alla riapparizione del Prologo. Da registrare ancora in Cavalleria i movimenti coreografici, a tratti perfino un poco ridondanti, ma davvero spettacolari, impossibile negarlo, di Marco Caudera e da citare, come poi anche in Pagliacci, la drammaturgia di Michele Panella.
Ed ora le voci. Applaudito debutto nei panni di Santuzza per il soprano Ekaterina Semenchuk, dall’ottima presenza scenica, personaggio in bilico tra «espiazione e redenzione». Ammirata la sua vocalità, un vero trionfo, pur non priva di lievissime disomogeneità (nei cambi di registro), che peraltro conferiscono un tratto di realismo verista, stilisticamente non improprio. Quanto al mezzosoprano Elena Zilio (che già al Regio faceva parte del cast nel pucciniano Trittico) ha sbozzato al meglio una Lucia accorata, e pur lungi da enfasi e smancerie, sia sul piano vocale sia su quello scenico. Al tenore SeokJong Baek l’onere di dar corpo a Turiddu, cui ha affidato i giusti accenti vocali (un poco impacciato sul piano scenico, ma con dizione apprezzabilmente chiara). Peccato per qualche eccesso di enfasi nella Siciliana cantata fuori scena a inizio spettacolo, ma è difetto lieve. Mentre Alfio era impersonato con esuberanza dal valido Ariunbaatar Ganbaatar dalla notevole scioltezza (sia vocale sia attoriale) e dalla chiara dizione, anch’egli. A completare il cast il mezzosoprano Veta Pilipenko (Lola), bene nel suo ruolo. Davvero ottimo l’apporto del Coro, poi, assolutamente determinante per la riuscita dello spettacolo, coro sul quale la colta e già citata Gea Garatti Ansini ha compiuto un eccellente e minuzioso lavoro.
Quanto a Pagliacci, sulla cui partitura parimenti Battistoni ha compiuto uno scavo davvero incredibile, restituendone tutto lo spessore e la bellezza, il regista Francesco Micheli ha posto in luce, assai abilmente, la modernità dell’assunto, per così dire pirandelliano, dunque la tragica dicotomia tra sentimenti umani e finzione scenica, esplorando, come è stato notato, «il confine tra teatro e vita, la disillusione degli artisti e la fragilità di una generazione a cui il mondo non lascia spazio». Una regia che, pur muovendo da assunti dissimili, ha saputo armonizzarsi con quella di Cavalleria, e non è cosa da poco. Due regie diverse, che pure giocavano di rimando (al di là degli elementi scenici riconoscibili). Qualche lieve ristagno si è osservato nello spettacolo, quantomeno nella parte iniziale, dopo i mimi con falce, la spoliazione (un poco criptica, forse eccessivamente simbolica) della statua della Vergine; ma l’effetto ‘ristagno’, in realtà è insito nella struttura stessa – drammaturgia e musica – della pur eccellente partitura ed è stato seguito e riscattato appieno dall’incalzare della vicenda, lungi da un folclorismo superficiale e di maniera, vicenda restituita al contrario «alla sua urgenza umana e sociale». Il dramma di Canio e Nedda assurge, nella coerente e condivisibile ‘lettura’ di Micheli, a «simbolo – sono parole del regista stesso – di una comunità rurale che si scontra con disvalori protetti dal silenzio, per mostrare il trauma di un mondo in rapido cambiamento». Le scene di Signorini, ‘in comune’ con Cavalleria, prevedono una sorta di integrazione con un piccolo teatrino (Circo Paradiso) che, ruotato a vista dai mimi, efficacemente consente lo sviluppo della vicenda, volta ad intrecciare amanti ed attori, mostrando per così dire i due lati: la scena ed il backstage di un improvvisato e rudimentale camerino con tanto di specchio. Molto bene i movimenti coreografici di Matteo Ceccarelli ed un plauso speciale a validissimi mimi (quelli impegnati a far roteare spettacolari clave da circo, ma anche gli angioletti musicanti con gesti meccanici o i Pierrot). E non manca nemmeno qualche tocco di ironia, come quando Nedda sbatte le uova in maniera nevrotica e caccia poi via Tonio con la frusta da cucina.

Una Nedda davvero ardente e passionale quella restituita dalla validissima (e fascinosa) Carolina López Moreno, felice ritorno al Regio dopo La Rondine, abile nel conferire al personaggio tutta la carica eversiva e ribelle che le si conviene, contro le convenzioni e le regole radicate; le ha tenuto testa il tenore Martin Muehle che ha delineato un Canio strepitoso sul piano scenico, infondendogli tutta la vis tragica che il personaggio richiede, un personaggio costantemente altalenante tra la tragicità (nel plot) del suo mestiere di attore, ovvero di capo della Commedia, e la gelosia della sua vicenda umana. Un poco meno convincente, Muehle, dal punto di vista vocale, ma in possesso bensì di tecnica sicura e squilli poderosi: in «Vesti la giubba» (alias «Ridi pagliaccio)» vero manifesto di tensione drammatica non immemore del verdiano personaggio di Otello che il pubblico ragionevolmente attende con impazienza, ha regalato innegabili emozioni conseguendo notevole successo salutato da protratti applausi. Peccato per una intonazione qua e là perfettibile ed anche per alcune intemperanze ritmiche.
Da segnalare poi la buona performance di Ariunbaatar Ganbaatar, nuovamente sul palco nei panni dello ‘scemo’ Tonio, cui ha conferito toccanti e talora cinici accenti ed il giusto spessore, dopo aver interpretato Alfio in Cavalleria, e ancora Matteo Mezzaro (un Peppe/Arlecchino a tutto tondo, vocalmente e scenicamente pimpante) e l’ottimo baritono Joshua Hopkins (un assai valido e partecipe Silvio, vera cerniera della vicenda); una menzione poi per il primo ed il secondo contadino (il versatile e sempre elegante Lorenzo Battagion e Leopoldo Lo Sciuto). Molto belle e convincenti anche in questo caso le luci di Bertoli che sorprendono e affascinano per la varietà screziata della palette cromatica. In chiusura, un tocco di Grandguignol, col vestito di Nedda che si colora di rosso e il molto allusivo sangue sul bianco della camicia di Silvio. Determinanti gli apporti del Coro, ancora una volta ammiratissimo, e parimenti del Coro di Voci bianche, ottimamente istruito da Claudio Fenoglio.
Grande successo di pubblico la sera della ‘prima’ preceduto da un vero e proprio trionfo in occasione dell’affollata Anteprima giovani, in cui gli under 30 hanno potuto avvantaggiarsi durante l’intervallo dell’incontro nel foyer con Battistoni, Jouvin e Sandri, prodighi di dettagli e narrazioni di curiosità, antefatti e particolari esegetici delle due partiture.






















