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Il «Guillaume Tell» di Damiano Michieletto alla Royal Opera House

Riccardo Rocca di Riccardo Rocca
7 Luglio 2015
in OPERA, RECENSIONI
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Home OPERA
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Trasmesso in diretta nelle sale di oltre trentacinque Paesi di tutto il mondo. Dopo le polemiche degli scorsi giorni, che hanno costretto la Royal Opera House a creare un grado di censura, abbiamo assistito alla rappresentazione cinematografica. Il regista tocca da vicino le corde profonde di quest’opera, le sa rappresentare secondo un linguaggio immediatamente comprensibile, essenziale e sempre “sul pezzo”. Ottime la direzione di Pappano e il cast vocale


di Riccardo Rocca foto Clive Barda


L’OPERA DIFFUSA AL CINEMA in collegamento diretto da Londra (o New York) sembra progressivamente guadagnare un successo di pubblico crescente; e le ragioni sono molteplici e presto dette: lo zoom sulla scena e sui volti dei protagonisti valorizzati da una regìa cinematografica pronta a coglierne ogni espressione al momento giusto, un posto a sedere comodo, il prezzo modico, una rosa di spettacoli che in piccole realtà altrimenti non sarebbero producibili dal vivo, l’ottima qualità dell’acustica, la possibilità di godere negli intervalli di introduzioni sull’opera, interviste con gli artisti e di sbirciare dietro le quinte dello spettacolo. Sulla base di queste premesse è evidente come il mito della purezza dello spettacolo dal vivo finisca per perdere terreno, a maggior ragione se l’offerta cinematografica si realizza in una sala moderna e se il confronto si effettua, come spesso accade, con un’esperienza dal vivo in posti di non eccellente categoria.

Il Guillaume Tell trasmesso l’altro ieri in diretta dalla Royal Opera House ha dimostrato sotto tutti i fronti di che cosa è capace uno spettacolo d’opera confezionato secondo standard di accuratezza e qualità eccellenti su tutti i fronti. Va subito detto, a proposito della regìa, che la polemica sulla scena dello stupro di gruppo è una montatura giornalistica come se ne potrebbero creare a bizzeffe: i palcoscenici tedeschi pullulano di regìe con scene di dubbio o pessimo gusto — veri e propri atti di stupro nei confronti del pensiero dei compositori — o di premières che potrebbero dare adito ad esilaranti articoli di colore su urla e contestazioni (alla recentissima apertura dei Münchner Opernfestspiele con Pelléas et Mélisande inscenato da Christiane Pohle, il dubbio in sala era se ci fosse qualcuno non intento a buare).

Damiano Michieletto Guglielmo Tell
Damiano Michieletto Foto Fabio Lovino

Venendo dunque al merito, che Damiano Michieletto sia un regista di talento è cosa chiara da tempo; eppure con questo Tell ha saputo non solo riconfermare una felice sintonia con il teatro di Rossini, ma anche gratificare un’opera che, rappresentata oggi, richiede prepotentemente ne siano onorati i requisiti di grandezza e complessità. Come in poche e lucide parole ha raccontato Pappano nella proprio commento, nel 1829 Rossini dispose a Parigi di tutte le più avanzate maestranze teatrali dell’epoca e le utilizzò per spalancare una porta nel futuro. Michieletto sembra essersi posizionato proprio là, sull’uscio di quella porta per raccontare una storia che oggi riporta in vita i brividi del capolavoro di Rossini: il nascente sentimento di patria — ispirato ad ideali di sopravvivenza e autodifesa, mai di (posteriore) arrogante nazionalismo — viene espresso dal regista mediante una regìa delle masse corali sempre perfetta e puntuale oltreché illuminata da luci pertinenti all’atmosfera suggerita dalla musica; l’amore figliale raffigurato in un intenso abbraccio a Jemmy nel quale Tell canta «Sois immobile» o l’espressione di Tell quando dice a Gesler «Tu n’as pas d’enfant!» sono solo due dei mille dettagli che potremmo ricordare. E poi il sentimento di perduta armonia famigliare («Jemmy, songe à ta mère! Elle nous attend tous les deux!»), con quel tavolo apparecchiato al quale Hedwige siede in lacrime; il complesso sentimento di amore che unisce Mathilde ad Arnold, le cui scene a due sono gestite secondo una prossemica accuratissima e mozzafiato.

Il sentimento di fiducia nella provvidenza per il popolo svizzero, pure tema ineludibile dell’opera ma più lontano dalla sensibilità moderna, è stato soddisfatto da Michieletto con un discreto personaggio muto, all’apparenza una guardia svizzera, che sprona Tell negli istanti di scoraggiamento. Non solo dunque questo regista tocca da vicino le corde profonde di quest’opera, ma le sa rappresentare secondo un linguaggio immediatamente comprensibile, essenziale e sempre “sul pezzo”. Scene di puro virtuosismo registico sono quella del torneo nel primo atto — dove, sulla musica danzante di Rossini, Michieletto costruisce una scena bellissima, nel quale Tell insegna al figlio il tiro con l’arco, non senza qualche piccolo spunto di umore (presente nella musica) — e la già citata scena del cosiddetto stupro (tra l’altro, a sentire il sovrintendente Kasper Holten, ammorbidita rispetto alla prima) semplice esplicitazione, nota a chiunque, degli orrori della barbara occupazione straniera, tema centrale del libretto e dell’opera nel suo complesso. Insomma, Michieletto ci racconta veramente quello che si legge nel libretto e lo fa al ritmo della musica di Rossini, la quale, accompagnata da immagini così vere e pertinenti, sembra rivivere una freschezza perduta: basti anche pensare a quel capolavoro di introduzione orchestrale della scena di Arnold nel quarto atto, magistralmente descritta da Michieletto come una notte di incubi e rimorsi, o alle musiche di scena (normalmente abbandonate al nulla drammaturgico). L’impressione è quella di un film straordinario, un tempo mitico, di cui ci siano state tramandata soltanto la colonna sonora e le testimonianze di chi lo vide all’epoca: di esso Michieletto ha magistralmente saputo ricostruire la parte visiva.

Il lavoro di Michieletto con i cantanti non è stato meno straordinario ed ha beneficiato di un’operazione di casting esemplare. Finley, oltre a possedere esattamente (e finalmente!) la morbida vocalità necessaria alla parte, unisce la prestanza fisica alle espressioni di un buon padre di famiglia animato da positivi e intensi sentimenti patriottici; John Osborn è oggi il più affidabile e convincente interprete di una parte complessa per vocalità e introspezione psicologica, ossia l’Arnold che fu di Nourrit; Malin Byström, bellissima come dev’essere una principessa, è attrice e vocalista tanto superlativa ed intensa da far presto dimenticare l’estraneità alle poche colorature da Rossini introdotte per la Cinti-Damoreau nel terzo atto. Strepitoso anche Nicolas Courjal come Gesler, ritratto da Michieletto come piacente, viscido e borioso governatore austriaco capo degli sgherri. E poi ancora Sofia Fomina splendido Jemmy, la Shkosa perfetta nella parte della materna Hedwige ed Eric Halfvarson, passato per una volta dai panni del Grande Inquisitore a quelli di Melcthal; ottimo anche Enea Scala nei panni del pescatore Ruodi.

Ancora una volta, dunque, quello di Michieletto è stato un lavoro di paziente, sano ed intelligente ripristino — ovviamente non letterale — della simbiosi tra “colonna sonora” e “immagine”, all’epoca tratto determinante ed imprescindibile del teatro d’opera e più tardi requisito distintivo dell’arte cinematografica. Ogni regìa che, come ad esempio il disarmante tentativo di Vick a Pesaro, disattende questo presupposto si colloca al di là di una logica di restituzione del pensiero del compositore e, sebbene legittima, finisce per trasformare le partiture dei grandi maestri in insensati ostacoli contro i quali la libera fantasia di un regista finisce inutilmente per scontrarsi. Nessun altro allestimento del Guillaume Tell era riuscito, negli ultimi anni, a riprodurre sulla scena con tale lucidità e forza la grandezza di questo capolavoro operistico rossiniano nei suoi aneliti di libertà, sommo commento al teatro musicale precedente e anticipazione del tempo che verrà.

La direzione di Pappano è stata coerente con le famose e felici esecuzioni del Tell in forma di concerto a Roma con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia: intensa e appassionata, a tratti bruciante, piena di colori e di contrasti tra oasi liriche e momenti di estrema concitazione. Sebbene accanto ad un capolavoro di restauro come quello di Michieletto non sarebbero state fuori luogo sonorità leggermente più moderne e sgargianti — ma questo è difficile con i complessi orchestrali e corali del Covent Garden — si è ancora una volta ammirato in Pappano un memorabile, sensibile ed oggi ineguagliato talento di accompagnatore delle voci.

Tags: Antonio PappanoDamiano MichielettoGerald FinleyJohn OsbornMalin ByströmRoyal Opera House
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Riccardo Rocca

Nato a Torino, consegue la maturità classica presso il Liceo 'Carlo Botta' di Ivrea, si laurea in Musicologia con Fabrizio Della Seta presso l'Università di Pavia con una tesi su un'opera di Manuel García senior ed una sull'interpretazione di Carlos Kleiber de 'La traviata'. Continua gli studi di Composizione con Carlo Alessandro Landini ed Elio Scaravella presso il Conservatorio 'Giuseppe Nicolini' di Piacenza. Collaboratore di testate quali 'Sipario', 'Musica' e 'il Corriere Musicale', è stato archivista dell'Opera di Stoccarda ed è attivo come pianista accompagnatore. Intorno alla musica dell'età di Rossini ed ai rapporti tra filologia ed esecuzione si concentrano i suoi interessi musicologici.

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