di Attilio Piovano
Strepitosa e trionfale conclusione di stagione per il cartellone 2025-26 di Lingotto Musica, a Torino: la sera di venerdì 22 maggio 2026, presso l’Auditorium ‘Agnelli’. Protagonista assoluta la Royal Philharmonic Orchestra, blasonata formazione britannica tornata al Lingotto dopo ben quindici anni di assenza. A dirigerla, con gesto chiarissimo, sempre funzionale al risultato desiderato, mano salda, impressionante chiaroveggenza e profondità interpretativa, il fuoriclasse Vasily Petrenko, pietroburghese naturalizzato britannico.
Piatto forte della serata la monumentale, mirifica e sempre emozionante Quinta sinfonia che Gustav Mahler compose nel biennio 1901-02 nella quiete della sua casa stile Secession a Maiernigg, in Carinzia, sulle rive del Worthersee (specie entro l’angusta Hütte immersa nel bosco, dunque a stretto contatto con la natura), ma che continuò poi a rifinire e rivedere, soprattutto quanto a strumentazione – Erwin Ratz nell’edizione critica, cita ben sette differenti stesure – sino al 1911, poco tempo innanzi la morte. Di fatto, un vero e proprio macrocosmo, che ebbe la sua première a Colonia, nel 1904, con al direzione di Mahler stesso: un viaggio dell’anima, un’avventura dello spirito in cui c’è spazio per contrasti marcatissimi, sbalzi contestuali, cesure, improvvise dissolvenze, sonorità che trascolorano, invenzioni timbriche inaudite, una pagina che guarda alla modernità del Secolo Breve, per dirla con lo storico britannico Eric Hobsbawm, di cui Mahler seppe preconizzare le immani tragedie ancora di là da venire e che pure, non senza contraddizioni, guarda nostalgicamente, talora con ironia, a un passato irrimediabilmente perduto.
E occorre subito dire che raramente è accaduto di ascoltarne un’interpretazione così pregnante ed efficace. A partire dall’esordio dell’iniziale Trauermarsch con il richiamo livido, fantasmatico e soffocato della tromba e poi subito quel clangore indicibile, quella virulenza fonica quasi espressionista, tellurica, dell’intera compagine, mai apparsa così terrifica, grazie a un’orchestra di prim’ordine e a un direttore di classe superiore. E allora ecco che è emerso al meglio l’autobiografismo soggettivo della Quinta dall’incredibile dilatazione temporale. Perfettamente a fuoco il carattere espressivo dei cinque movimenti distribuiti nelle tre parti in cui si suddivide l’intero edificio sinfonico. E dunque i crolli, le implosioni, gli slanci e i ristagni del secondo tempo (Stürmisch bewegt), di cui Petrenko ha ben rilevato il ‘punto culminante’ indicato dallo stesso autore, ma del quale ha anche saputo cogliere la rarefazione di certi passi e per contro la possanza dei Corali.
Quanto al vasto Scherzo, ha impressionato il modo appropriato col quale Petrenko ne ha restituito meravigliosamente la Stimmung, con quei suoi andamenti vigorosi e carnali da Ländler, in realtà vera e propria apoteosi del Valzer viennese, ma anche con l’evanescenza sonora di tratti al limite dell’udibile, ed ecco quei diafani pizzicati da serenata notturna e molto altro ancora. Ne è emerso tutto il senso di struggente nostalgia per un mondo ormai tramontato, destinato a raggiungere il culmine nel sublime Adagietto per soli archi ed arpa, adottato dall’indimenticabile Luchino Visconti in Morte a Venezia, di cui Petrenko ha distillato fraseggi, dinamiche e timbrica con una puntualità davvero certosina. Non meno ammirevole l’esattezza degli episodi fugati del conclusivo Rondò, dalla catartica allure, in cui si è avuta conferma (se pure ce ne fosse bisogno) dell’elevato livello di tutte le prime parti della RPO. Che gioia risentire con perfetta chiarezza tutte le reminiscenze dai tempi precedenti, quasi sincretistica ricapitolazione, specie il melodizzare del tema dell’Adagietto che ora cammina spedito. Petrenko, insomma ha saputo indugiare nei passi topici della superba Sinfonia imprimendole invece la giusta spigliatezza nella parte conclusiva, giù giù sino all’epilogo, salutato da una vera e propria ovazione: a direttore e orchestra, festeggiata a lungo in tutte le sue sezioni.
La serata si era aperta con il beethoveniano Concerto per violino e orchestra op. 61 traboccante di tenerezza e suadente felicità melodica, cronologicamente contiguo alla Quarta Sinfonia e ai primi due Quartetti op. 59 ‘Razumowsky’. Attesissima, Anne-Sophie Mutter, vera e propria leggenda vivente del violino, che in questo 2026 festeggia il 50° di carriera, avendo debuttato tredicenne al Festival di Salisburgo grazie al mitico Karajan: per la prima volta ospite di Lingotto Musica, per quanto singolare possa sembrare. Concentratissima, ancorché fin eccessivamente dilatata, la sua interpretazione specie dei primi due movimenti del capolavoro di Beethoven: del quale, dopo il luminoso Allegro traboccante di effusività melodica e il delicato Larghetto, dal tema limpido come una boccata di aria pura – dolce e sommesso, rarefatto e solennemente ieratico, sempre rivestito di nuovi impasti – ha poi ben colto l’esuberanza e anche un certo humour nell’effervescente e slanciato Finale, impregnato di bonaria arguzia smaccatamente popolaresca, dal tema argentino: scattante come una fanfara di caccia e dai freschi, leggiadri episodi uno più fascinoso dell’altro. Tecnica inossidabile, sempre al top, esibita al meglio specie negli impegnativi passi cadenzanti, suono coinvolgente e caldo (grazie anche alle straordinarie qualità foniche del suo personale Stradivari datato 1710) e molto altro ancora. Quale bis Likoo di Aftab Darvishi e Anne-Sophie Mutter stessa, risalente allo scorso anno, preceduto da una sua arguta allocuzione in cui c’era anche spazio per un riferimento alla ormai non meno leggendaria Cinquecento: proprio nel tempio della ormai ex Fiat, nel luogo esatto della ex Sala Presse dove nacquero svariati e fortunati modelli e dove ora vi è l’Auditorium ipogeo progettato da Renzo Piano.























