di Luca Chierici
Èandata in scena l’altra sera alla Scala l’esecuzione di Pélleas et Mélisande di Debussy, la più famosa opera impressionistico-simbolista, davvero straordinariamente precoce per i tempi in cui fu composta, di difficile ascolto perché tutta giocata su una sorta di declamato che lascia poco spazio alle consuete strutture e ai colpi di scena del melodramma classico e romantico.
Un’opera nuova dunque come potevano esserlo poco più tardi Salome ed Elektra di Strauss, ma senza clamori, da ascoltare quasi come in un sogno. C’erano state diverse recite importanti di Pélleas alla Scala, a partire da quelle storiche di Toscanini fino ad arrivare alla versione Abbado del 1986 con la regia di Vitez e a quella di Pretre del 2005, in seguito alla quale aveva regnato il silenzio per ventuno anni.

Il compito del direttore è qui quello di rendere percepibili tutte le raffinatezze di un gioco orchestrale continuo e raffinatissimo, quasi un commento alla vicenda che peraltro non offre motivi notevoli di differenziazione. In questo caso la concertazione e direzione di Maxime Pascal, noto in Teatro per avere presentato lavori di Sciarrino e Francesconi, ha lasciato piuttosto a desiderare, non andando oltre una onesta lettura che raramente era in perfetta sintonia con le declamazioni dei personaggi in scena. Pascal ha comunque meritato gli applausi finali, assieme al Direttore del Coro Giorgio Martano e assieme al regista Romeo Castellucci che firmava il suo primo lavoro operistico in un teatro italiano, avvalendosi qui della drammaturgia di Christian Longchamp e della collaboratrice Giulia Giammona.
Il regista ha immerso immediatamente la scena in un totale nebbioso che commenta l’incontro tra Mélisande e Golaud nella foresta, spostando poi l’azione – se così si può dire – nel misterioso castello di Arkel dove dominano colossali statue incastonate nella roccia e poi nel parco prospicente al castello. Nell’Atto secondo domina il soggetto dell’acqua: una fontana abbandonata – qui una coppia di sfere vitree colme di acqua – nella quale Mélisande, ormai sposa di Golaud, lascia distrattamente (?) cadere l’anello nuziale. Pélleas e Mélisande, quasi in un rito cristiano, si purificano con l’acqua delle sfere, come in un battesimo. L’Atto terzo dà a Castellucci l’ispirazione per una bellissima scena ove Pélleas gioca con i lunghi capelli di Mélisande, calati dalla camera di quest’ultima al sommo di una torre, come se i capelli dessero luogo alla caduta di un flusso d’acqua dai numerosi rigagnoli. Nell’Atto quarto si consuma la tragedia che culmina nell’omicidio di Pélleas da parte del gelosissimo Golaud. La stessa conclusione dell’opera viene commentata dal regista in maniera misteriosa, con una Mélisande morente e sola.
Di notevole spessore sono stati tutti i protagonisti, a partire dal Pélleas di Bernard Richter, forse la voce migliore di tutto il cast, se si tiene conto dell’età del pur bravissimo Simon Keenlyside (Golaud). Sara Blanch era una Mélisande corretta ma non particolarmente affascinante, John Relyea un Arkel dalla non perfetta dizione, Allegra Maifredi una voce bianca completamente a proprio agio, nonostante la giovane età, come Yniold, Marie-Nicole Lemieux bravissima nel ruolo di Geneviève.
La lunga serata si è conclusa con un successo unanime da parte del pubblico, una esigua parte del quale non aveva retto l’attenzione a partire dall’Atto quarto, dopo l’intervallo.























