di Attilio Piovano
Penultimo concerto di stagione per Lingotto Musica, a Torino, martedì 21 aprile 2026. Protagonista l’Accademia Bizantina, guidata dal fuoriclasse Ottavio Dantone che (in veste di direttore, e continuista) ha impaginato un programma davvero fascinoso, omogeneo e variegato al tempo stesso.
E allora ecco di Haendel ben due Concerti grossi dall’emblematica op. 6 (i nn. 11 in la maggiore e 12 in si minore), posti a incorniciare due pagine rispettivamente di Arcangelo Corelli (Concerto grosso in do maggiore op. 6 n.10) e Francesco Geminiani (Concerto grosso in mi minore op. 3 n. 6). Infine, per chiudere, il sommo Pergolesi del Concerto per violino in si bemolle maggiore e del toccante (nonché celeberrimo) Stabat Mater per soprano, contralto, archi e basso continuo, solisti di lusso il violinista Alessandro Tampieri (Concertmaster) dalla tecnica sempre inappuntabile e dal piglio coinvolgente e le voci esperte del soprano Suzanne Jerosme e del contralto Delphine Galou.
Dalla doppia tastiera di organo portativo e cembalo ‘sovrapposti’, Dantone (alternando con gusto i due strumenti) governa con mano esperta e saldezza la compagine costituita da quattordici scelti strumentisti: e si tratta di fior di strumentisti, per l’appunto, dalla coesione perfetta, in grado di dar vita a un suono che restituisce tutto il piacere (filologico) del repertorio barocco, nel contempo con quelle minime, ma significative libertà di fraseggio e dinamica che fanno palpitare la musica stessa infondendole il giusto esprit, lungi da quei fastidiosi vezzi e da certe leziose ‘maniere’ che talora inficiano non poche esecuzioni di tale repertorio. Già, perché l’Accademia Bizantina, dal blasonato e vasto curriculum, si caratterizza proprio per questo: la capacità di coinvolgere e innescare emozioni nel rispetto assoluto delle consuetudini, ma al tempo stesso lungi dalla rigida e algida monocromia di altre esecuzioni oggi (fin troppo) di moda.
E allora, per dire, ecco che dei due Concerti haendeliani in programma Dantone e l’Accademia hanno colto perfettamente il carattere. Nel primo ponendo in luce il tono compassato dell’Andante larghetto d’esordio, facendosi poi ammirare per il dinamismo e la chiarezza dei fraseggi nel successivo fugato, come pure per l’esattezza geometrica posta in atto nell’Andante in guisa di Gavotta, e infine per il vitalismo energetico col quale è stato affrontato il conclusivo e brioso Allegro. Del secondo (vale a dire quello conclusivo dell’op. 6) è emersa al meglio la compassata ieraticità del Largo iniziale dai cerimoniosi ritmi puntati; così pure la bravura del complesso ha permesso di gustare l’inventio dell’Aria e Variatio dal melodizzare prossimo a certe coeve pagine operistiche in cui il Sassone eccelleva e di decrittare con chiarezza i ‘debiti’ smaccatamente vivaldiani del successivo Largo, seguito da ultimo dal brioso Allegro finale.
Della pagina corelliana si è potuta ammirare la spigliatezza dell’Allemanda successiva alla solennità di un emblematico e idiomatico Preludio, come pure la scioltezza di eloquio di Corrente e Minuetto. Quanto al non meno fascinoso Concerto del lucchese Geminiani, Dantone e Accademia Bizantina ne hanno posto bene in luce la netta contrapposizione tra l’austerità dei tempi lenti che taluno ritiene di natura addirittura ‘chiesastica’ e la scorrevolezza invero di matrice tutta corelliana di quelli veloci.
Seconda parte di serata, lo si anticipava, nel segno del sommo Pergolesi: i cui tratti sono pienamente riconoscibili nel Concerto per violino in si bemolle maggiore dal lineare taglio tripartito – tra le pochissime opere strumentali ch’egli poté comporre nella sua troppo breve esistenza – contrassegnato da una brillantezza e una verve di natura tutta italiana; Tampieri l’ha posta in luce con sobrietà e, nel contempo, misurata esuberanza, facendosi apprezzare per l’eleganza profusa nelle ornamentazioni estemporanee. Con quelle sue frasi e certi ‘modi di dire’ che richiamano recisamente inflessioni della Serva padrona, il bel Concerto seduce con la linearità del suo incedere, languoroso e melanconico nel Largo centrale ‘alla siciliana’ che, se fosse di Vivaldi, si direbbe di natura senz’altro ‘lagunare’, e invece fluente, comme il faut, nei tempi dalla rapida scansione.
Il vero e proprio clou con il celeberrimo e sempre toccante Stabat Mater, in assoluto uno dei vertici della musica sacra di tutti i tempi. Il musicista di Jesi, si sa, forse più di ogni altro, nel calibrato dosaggio di pur scarni mezzi espressivi, seppe conferire un singolare afflato al testo dell’accorata sequenza che tuttora commuove per il candore, l’intensità e quel suo precipuo intimismo.
Non poche le sezioni che hanno destato emozione, dei dodici brevi ‘episodi’ in cui Pergolesi suddivide il testo, affidati di volta in volta, alle voci, ora in funzione solistica, ora appaiate in duetti di inusitata bellezza: costantemente sostenute da un delicato substrato armonico di archi e organo, episodi volti a sbozzare, con mano geniale, il dramma della Vergine dinanzi al mistero della Croce, poco prima della morte, così ben riverberato in ambito figurativo dal cosiddetto genere della Deposizione.
Ammirate le due soliste, per pastosità e così pure per incisività di timbro, per appropriatezza stilistica, bravura ove occorre, eleganza e altro ancora (esemplare è apparso “O quam tristis”). Il soprano Suzanne Jerosme in qualche passo tendeva leggermente a ‘sforare’, senza peraltro mai sovrastare l’ottimo contralto Delphine Galou, sicché i duo risultavano omogenei ed equilibrati. Il vertice nell’interpretazione del capolavoro – vero e proprio percorso dell’anima, condotto con singolare partecipazione emotiva – lo si è raggiunto nel superbo “Fac ut ardeat” dalle aitanti figurazioni in fugato fitte di pathos. Applausi convinti e copiosi a fine serata e gradita ripetizione del numero in assoluto più pregnante dell’intero Stabat Mater.























