di Attilio Piovano
Penultimo titolo di stagione al Teatro Regio di Torino, I Puritani di Bellini: in scena a partire dalla sera di mercoledì 6 maggio 2026 (e fino al 17b dello stesso mese). I Puritani mancavano dal 2015 quando erano stati proposti in coproduzione col Maggio Musicale dopo una lunga assenza (l’allestimento precedente era addirittura del 1996). Questa volta invece di nuovo allestimento si tratta, con la regia di Pierre-Emmanuel Rousseau: che firma altresì scene e costumi, per la direzione di Francesco Lanzillotta. Costui in sede di concertazione, ha compiuto un lavoro minuzioso e puntualissimo, insomma davvero ammirevole. Il risultato è stata un’eccellente edizione, sotto il profilo meramente musicale, mentre il côté registico, come si dirà, ha destato non poche perplessità e delusione presso il pubblico e la critica.
Un’opera, I Puritani, in cui c’è spazio per tematiche particolarmente care al compositore catanese, e dunque il tema eroico-patriottico, quello amoroso e quello della follia. Come si sa, al suo apparire nel 1835 a Parigi, al Thêátre Italien, ebbe accoglienze a dir poco trionfali; in Francia il soggetto legato alla storia inglese ai tempi di Cromwell e dei suoi seguaci (i puritani per l’appunto, in lotta coi partigiani degli Stuart) risultava particolarmente gradito, grazie all’ormai diffusa moda per soggetti di tal fatta, particolarmente in sintonia col sentire romantico che in certa letteratura, specie nei romanzi di Walter Scott, vedeva uno degli apici assoluti.
Legittimo domandarsi se l’opera regga tuttora al gusto moderno: ardua una risposta netta. Certo il macchinoso libretto dovuto alla non eccelsa penna del verboso Carlo Pepoli, patriota italiano fuoriuscito, rifugiatosi a Parigi – totalmente inesperto in fatto di drammaturgia, tant’è che Bellini dovette mettervi le mani, chiedendo corposi quanto pressoché inutili rifacimenti, nonché sorvegliandone costantemente il lavoro – si rivela oggi una delle remore maggiori. Difetti vistosi «nella coerenza e nell’impianto drammatico» appaiono evidenti. Non a caso, beninteso per quanto possa valere la riflessione che stiamo per proporre, molti dei giovani presenti la sera del 30 aprile (Anteprima Giovani), tra i quali non pochi studenti di Conservatorio, lo hanno rilevato apertis verbis, finendo per restarne istintivamente ‘condizionati’ e fornendo un giudizio complessivo di fatto non lusinghiero sull’opera nella sua interezza; un’opera, per di più, afflitta altresì da una significativa ‘lunghezza’, il che non giova.
Al libretto in particolare – sia concesso ribadirlo ancora una volta, come sempre accade quando si rivede l’opera – spetta la palma di uno dei peggiori in assoluto del repertorio ottocentesco: con certe sue espressioni terribili, se non in qualche caso del tutto risibili e occorrerebbe citare almeno un terzo degli insopportabili versi di cui si sostanzia per testimoniarne l’irrimediabile mediocritas, ma evidenti ragioni di spazio lo impediscono e una semplice campionatura di due o tre versi sarebbe del tutto inutile. E dire che, sul piano strettamente musicale, di un capolavoro assoluto si tratta, con i suoi tesori belcantistitici e la preziosità delle sue melodie immortali.
Ciò detto il merito dell’innegabile successo tributato dal pubblico la sera della ‘prima’ a fine spettacolo spetta principalmente al direttore e agli ottimi interpreti. La bacchetta esperta di Lanzillotta si è posta meravigliosamente al servizio della musica; una direzione, la sua, ammirevole per precisione, accuratezza e partecipe vivacità. Tempi del tutto appropriati, quelli staccati da Lanzillotta che ha impresso la giusta verve a certi baldanzosi e pimpanti ritmi (la cabaletta «Suoni la tromba intrepida» ne è il più noto esempio) di cui è costellata la celebre partitura belliniana, specchio di un’epoca e di un gusto nazional-pre-risorgimentale, per così dire, che altri tendono invece ad ammorbidire eccessivamente, finendo per tradire il dettato testuale. Nessun timore, dunque, da parte di Lanzillotta, ad ‘accettare’ quei vistosi quanto endemici contrasti tra l’allure scorrevole e musicalmente ottimistica di non pochi passi, in apparenza stridente rispetto agli assunti tragici del plot. Ma si sa, si tratta per l’appunto del gusto di un’era, tanto vale accettarlo nel doveroso intento di restituirne la valenza.
Lanzillotta ha potuto contare su un’orchestra in ottima forma dalle valide prime parti (in tutte le sezioni): ammirate la spigliatezza dei legni (soprattutto) e l’incisività degli ottoni, non meno della corposa pasta degli archi. Ha saputo inoltre curare ad arte fraseggi e varietà di colori, ponendo in luce, e non è cosa da poco, la singolare ricchezza specie armonica (ma anche timbrica) della partitura, assecondando costantemente con mano sicura le voci, indugiando con misura ove occorre e incalzando con altrettanta appropriatezza nei punti topici, assicurando perfetto equilibrio al tutto (sintonia di orchestra e palcoscenico e sostanziale equilibrio ‘fonico’ complessivo). Un plauso specialissimo poi al coro, su livelli davvero elevati, istruito da Gea Garatti Ansini, recente e assai felice acquisizione alla testa della compagine vocale del Teatro Regio. Coro cui spetta un ruolo impegnativo e rilevante (cavalieri e damigelle in «A te, o cara, amor talora», unitamente al quartetto dei protagonisti, e nell’aria di Giorgio del second’atto «Cinta di rose e col bel crin disciolto» nell’atto secondo).
Il cast: molto valida l’Elvira sbozzata dal soprano Gilda Fiume; una parte assai impervia la sua e, nonostante qualche minima imprecisione (certe frasi leggermente calanti) e qualche ‘prudenza’ nelle note acute sulle quali non ha indugiato più di tanto, il soprano ha destato emozioni notevoli, convincendo appieno nei molti passi dell’opera che le sono riservati (da «Son vergin vezzosa» a «Qui la sua voce soave»), conferendo credibilità vocale ed anche attoriale (compatibilmente con le discutibili scelte registiche) alla follia di cui ella è vittima entro un plot romanzesco-guerriero, ma di fatto incentrato sul contrasto dei sentimenti e su un colore per lo più elegiaco.
Lo statunitense John Osborne, tenore inossidabile (nonostante la non più verde età), tuttora sempre generoso e affidabile, nella parte del cavaliere Lord Arturo Talbo, ha sfoderato una vocalità ammirevole, con squilli sonanti per nitore, possanza, precisione e intonazione, ma nel contempo rivelando sensibilità e intelligenza interpretative non da poco (e si sa che è un grande artista), dunque ammirato non solo per l’aspetto atletico. Molto bene poi anche il basso Nicola Ulivieri nei panni di Giorgio Valton, zio di Elvira, apprezzato anche per l’autorevole presenza scenica, insomma convincente sotto ogni profilo. Completavano il cast il baritono Simone Del Savio (Sir Riccardo Forth), laddove il mezzosoprano Chiara Tirotta ha restituito una Enrichetta di Francia di buon livello; a posto il basso Andrea Pellegrini (Lord Gualtiero Valton padre di Elvira) e bene anche il Sir Bruno Roberton di Saverio Fiore. Insomma, un cast omogeneo, equilibrato, ben amalgamato con la punta di eccellenza di Osborne, beniamino del pubblico a lungo meritatamente applaudito a fine recita, assieme alla citata protagonista.
Ed ora il versante visivo dello spettacolo. Perplessità, si diceva, e un certo sconcerto ha destato la scelta (davvero curiosa) di far precedere l’esordio dell’opera da una protratta ‘pantomima’ (nel silenzio totale) , un prequelin cui c’era spazio per l’evocazione dell’infanzia di Elvira, impersonata da una bimba, incerta e a lungo impegnata a gironzolare attorno a un cavallo a dondolo, una macabra presenza di donna impiccata (il regista dichiara di immaginare la madre di Elvira «morta di morte violenta»), poi cadavere adagiato sul letto, e altro ancora. Un espediente che, verosimilmente, mirava a creare tensione e senso di attesa, o quantomeno a delineare la personalità fragile di Elvira, ed ha finito invece per destare titubanza, incredulità e francamenteimbarazzo.
Certo, I Puritani non sono opera affatto facile da mettere in scena; la fedeltà al (terrificante) libretto non si sa bene come intenderla. Trasporre in altra epoca o meno? Spesso i registi evitano più o meno saggiamente una ricostruzione ‘filologica’ dei tempi di Cromwell, e così è stato anche stavolta. Però certe opzioni devono, inevitabilmente, contemplare la possibilità da parte del pubblico (si pensi ai giovani e ai neofiti) di venire decrittate immediatamente, senza lambiccati eccessi o rimandi pseudo psicanalitici, come nel caso della suddetta ‘pantomima’. Il regista dichiara come mettere in scena l’opera sia stimolante, una vera sfida. Prendiamo atto, ma tocca anche concludere che la sfida non sembra essere stata vinta, o quanto meno le soluzioni poste in atto non sono le più efficaci. Rendere la pazzia di Elvira – quella stessa pazzia così cara ai temi del Romanticismo che accomuna questa eroina ad esempio alla donizettiana Lucia, fatti salvi i dovuti distinguo – col gesto di farle dipingere in rosso il nome dell’amato Arturo sulla parete di fondo di una presunta cella di manicomio o simili (già letto di morte della madre), quasi artista di strada impegnata a imbrattare un muro, non è parsa – diciamolo – idea azzeccata, finendo per suscitare ilarità; e, sia permesso, non valgono le dichiarazioni del regista circa la sua fragilità, il suo essere malata, la sua presunta schizofrenia, il suo possibile trauma infantile subìto…. Ciò che conta è sulla scena: così pure poco convincenti apparivano i gesti volti a trattenerla, ‘contenerla’ e calmarla, quasi rinserrandola in una camicia di forza. Il suo abbrancare una simbolica croce e gettarla sul pavimento con rabbia, poi, a taluno è parso gesto non già del tutto blasfemo, ma certo di cattivo o forse pessimo gusto (riverberato, negativamente, dal farle brandire un secondo e più piccolo crocifisso col quale pareva tentare di trafiggersi o qualcosa del genere). Una parte del pubblico ne è rimasta impressionata negativamente e anche un poco infastidita. Benché sia pur vero che il libretto recita «in odio del cielo, in odio ai viventi…», con tanto di maledizione da parte di Elvira per la fuga di Arturo.
Perché poi usare due pistoloni nella scena del duello, con tanto di padrino a dirigere le operazioni, laddove il libretto evoca il ferro e l’acciar? Ed una delle due armi da fuoco in finale d’opera esplode un colpo ferendo il protagonista che, pur tuttavia, muore soltanto un poco dopo, schiattando al suolo…
Cupe e opprimenti, claustrofobiche (e ci sta) le scene dovute allo stesso Pierre-Emmanuel Rousseau a delineare un interno con scala, finestrone goticheggiante e poi, movimentate a vista, pareti damascate che vengono a delineare gli altri ambienti (ma le didascalie alludono ad altro…, per dire, in apertura si parla di “spazioso terrapieno della fortezza” e pittoresche montagne, “che fanno bellissima e solenne veduta” e nulla di tutto ciò vi era, niente evocazione dell’alba e via elencando). Costumi un poco anodini, fuori dal tempo, certo, ma non già stranianti, slegati da vincoli temporali. Ottocenteschi? Il regista dichiara di aver ambientato l’opera nel 1835, anno della sua première, con abiti neri e grandi cappelli e richiami cinematografici a film come Nosferatu e Lezioni di piano. Bon, prendiamo atto. Lampi di luci per l’uragano in apertura del terz’atto che parevano laser da discoteca e stridevano non poco (luci firmate da Gilles Gentner e coreografie di Carlo D’Abramo con movimenti della masse piuttosto prevedibili, ancorché a loro modo funzionali). Spettacolo buio, e non bastavano a ‘rischiararlo’ quell’allusivo e bianco velo iniziale al quale il regista tanta importanza ha annesso (nelle sue dichiarazioni) tanto da farlo trasmigrare dalla madre a Elvira a Enrichetta: con singolari dettagli (le casse con le armi che poi trascorrono sul proscenio e paiono bare…). Come già nella pur a suo modo dissimile edizione del 2015, nel complesso il tutto risultava troppo scuro, anche laddove si parla di nozze, con le figure spesso in ombra e le cose non sono cambiate nemmeno nel finale un poco imprevedibile (col rimando a quanto già adombrato in apertura, la madre morta eccetera) ma poco convincente. Mancava infatti il senso della felice svolta della vicenda stessa e del lieto fine. Anzi, per dirla tutta, il regista si è preso alquanti arbitrii, nel far ferire come si è detto il protagonista Arturo, nel far svenire Elvira e insomma nel vanificare completamente il pur forzato scioglimento positivo della vicenda. Discutibile e per l’appunto arbitrario.
Il pubblico la sera della prima, con applausi convinti al direttore, al cast e al coro (senza eccessive approvazioni per la regia, ma nel contempo, senza palesi contestazioni) ha decretato un successo pieno allo spettacolo: che prevede in complesso sette recite.























