di Luca Chierici
La nuova edizione della celebre opera verdiana, che mancava alla Scala dal 2017 ha avuto diversi motivi di plauso dal punto di vista della concertazione e direzione di Riccardo Chailly, meno per la presenza di una sommatoria di regìa scene e costumi che avrebbero voluto gettare una nuova luce su un’opera che rappresenta un titolo ricorrente nella storia delle rappresentazioni scaligere.
Chailly, oltre a rappresentare un idolo per quel che riguarda le riscoperte del giovane Verdi, ha qui confessato apertamente la portata del fascino che Nabucco ha nei suoi confronti (“Nella sua grandezza Nabucodonosor mi trasmette un senso di vertigine”) e ha colto l’occasione per reintrodurre un Divertissement composto sei anni dopo il debutto dell’opera per il Théâtre de la Monnaie di Bruxelles, poi scomparso e riemerso solamente grazie a Knud Arne Jürgensen tra le carte poco accessibili custodite nella Villa verdiana di Sant’Agata. Chailly ne propone la prima esecuzione scenica moderna ed è riconoscibile “per uno splendido assolo del violoncello che richiama il timbro con cui l’opera si chiuderà… Seguono due numeri brillanti di matrice rossiniana, che esaltano il senso di grande virtuosismo collettivo che Verdi richiede all’orchestra”. Chailly si basa oggi sull’edizione critica a cura di Roger Parker pubblicata dalla University Chicago Press e Casa Ricordi. La nuova produzione è dedicata a Gianandrea Gavazzeni nel trentennale dalla scomparsa e nel sessantesimo della “prima” avvenuta il 7 dicembre 1966.
Molti aspetti registici e scenici di Nabucco da sempre sono stati legati a una rappresentazione comune alle moltissime opere a sfondo biblico che si sono avvicendate nel corso del tempo (in primis il Mosé rossiniano). Qui la lettura è basata anche sull’aspetto risorgimentale di Nabucco scaturito dal famosissimo momento corale dell’atto terzo. Il regista Alessandro Talevi si è avvalso delle scene e costumi di Gary McCann ambientando il Tempio di Salomone attraverso una struttura circolare con una grande cupola emisferica, caratteristica tipica del Pantheon romano, mentre il palazzo babilonese è concepito come un’alta torre in stile contemporaneo. I costumi della moltitudine degli ebrei sono tipici, nella loro povertà, di un popolo dominato dai babilonesi, mentre questi ultimi richiamano le divise in nero di un possibile riferimento militare austriaco.
Di grande levatura era la compagnia di canto, tutta meritevole di applausi a scena aperta e di giubilo finale. Naturalmente la grande attesa era per l’Abigaille di Anna Netrebko, che ha dato voce al ruolo sicuramente più difficile tra tutti quelli verdiani femminili. Nabucco, Luca Salsi, ha interpretato con convincimento il proprio ruolo di egemone mentre Michele Pertusi ha dato voce a uno Zaccaria di grande pregio quale guida e Gran Pontefice degli Ebrei. Francesco Meli era un Ismaele focoso e Fenena era Veronica Simeoni, cantante veramente notevole, forse non sufficientemente “grintosa” come il suo ruolo richiede. Al termine della rappresentazione si è detto che tutti i protagonisti sono stati applauditi a lungo (non dimentichiamo la decina di minuti di ovazioni che hanno seguito il «Và pensiero») con una particolare intensità per la Netrebko, Salsi e Pertusi. Ovazioni anche per il coro diretto da Alberto Malazzi e un buon successo per i responsabili della parte scenica e registica.























