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Il suono meraviglioso di Philippe Graffin e Claire Désert

Laura Bigi di Laura Bigi
26 Settembre 2011
in Cameristica, CONCERTI, RECENSIONI
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Home Cameristica
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Foto di Graziano Barsotti

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In un’intervista di qualche anno fa un importante compositore italiano (Alessandro Solbiati), diede una definizione della musica che si può credere a ragione universalmente condivisibile. «La musica è pensiero, sensibilità ed espressione».

Una definizione concisa, forse elementare, ma che coglie in modo iconico tre categorie essenziali dell’arte musicale, la cui ricchezza non si esaurisce in quelle specie filosofico-estetiche, le quali rappresentano solo la sistemazione a posteriori di un’attività innanzitutto pratica. Esse non sono pura astrazione, dunque, e possono rappresentare una buona guida anche per giudicare una interpretazione, poiché qualsiasi evento di natura artistica le presuppone e le comprende in sé.

Pensiero
Elaborazione di un’idea, progetto, proposta.

Sopra il lago di Massaciuccoli, tra Viareggio, Lucca e Pisa, tra il mare e le prime colline delle Apuane, il comune di Massarosa ospita da ben quarantaquattro anni, nella piccola pieve romanica di San Pantaleone, il Festival di musica da camera della Versilia.
Gli sforzi e l’impegno tenace dell’Associazione Musicale Lucchese riescono in un risultato di ottima qualità dell’offerta musicale che è frutto di un progetto pensato secondo la volontà precisa di intrecciare l’arte dei grandi interpreti alla freschezza dei giovani talenti.
Il duo Philippe Graffin (violino) Claire Désert (pianoforte) arriva quasi alla chiusura del percorso di questa edizione con un programma che unisce Dohnányi, Enescu, Grieg, Ravel e Debussy: tutti autori in diverso modo affascinati dallo spirito passionale del folklore, dai suoni “esotici” dell’oriente europeo o di terre più lontane, di cui tentarono di tradurre o riprodurre le qualità.
Suggestioni tzigane e ispirazione popolare si intrecciano in una scaletta assai impegnativa per perizia tecnica richiesta.
Un lauto invito, anche alla scoperta di alcuni lavori tra i meno conosciuti (e almeno poco eseguiti) di Dohnányi (Andante alla zingaresca dai Ruralia Hungarica) e Grieg (Sonata n.1 op. 8 in Fa maggiore).

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Ernő Dohnányi fu personalità tra le più importanti della musica ungherese, e non solo, del XX secolo. Béla Bartók credeva persino che nel suo nome si potesse riassumere perfettamente tutta la musica del suo paese. E Dohnányi fu certamente una guida importante. Pianista, compositore, didatta e direttore d’orchestra si esibì con successo in Europa e negli Stati Uniti durante tutta la sua lunga carriera. Insegnò a Budapest, poi a Berlino, poi in America per tornare in Ungheria diverse volte e infine lasciarla dopo la guerra e l’avvento del comunismo. Ma amò profondamente la sua terra, i cui suoni offrirono sempre lo spunto per un’ispirazione. La fama della sua qualità artistica come interprete supera oggi, e sfortunatamente, quella della sua musica. Influenzato dallo stile tardo romantico di Brahms (che, ancora vivente, aveva manifestato particolare apprezzamento per un suo lavoro giovanile) come pure da Schumann, la sua individualità compositiva si concentra in una scrittura spesso molto brillante, vivida ed esibizionistica, soprattutto nei brani per pianoforte. Lo stesso vale per i lavori “tzigani”, di cui l’Andante alla zingaresca fa parte. Brillante, certamente, e così appassionato come lo sono soltanto le musiche dell’Est d’Europa. Intendo quella passione

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audace, anche languida e viscerale che è espressione di uno stile definito nettamente, che è idioma di un popolo. Un lingua, appunto, che d’istinto affascina l’orecchio occidentale che percepisce il cromatismo terreo del folklore rurale e immagina un luogo vivace e insieme difficile. Allo stesso modo la Sonata n.1 op. 8 di Edvard Grieg sembra essere ispirata da un viaggio. Scritta in giovanissima età dall’autore (estate 1865), durante una vacanza danese in compagnia dell’amico scrittore Benjamin Feddersen, accoglie al suo interno quei caratteri che sono propri al romanticismo nazionalistico, quello che, a partire dalla prima metà dell’Ottocento, vede rinascere l’interesse per i linguaggi tipici come manifestazione primaria di una identità, come specificità culturale.
Ancora svolgendo il filo rosso di questo percorso concettuale e musicale, s’incontrano le Impressions d’Enfance op. 28 di George Enescu, nelle quali la successione dei brani rispetta e riproduce lo svolgimento di una giornata: schizzi, suggestioni sonore diversissime (Ménétrier; Vieux mendiant; l’Oiseau en cage et le coucou au mur etc.) che accompagnano il sole dal suo levarsi fino al tramonto e alla notte. Memorie di folklore rumeno, pillole vivide di espressionismo.

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Più conosciuti gli altri brani, quelli della seconda parte del concerto: Ravel, Sonata in Sol maggiore per violino e pianoforte, e poi Tzigane, celeberrime, cui si aggiunge la Berceuse sur le nom de Fauré; infine Debussy, Minstrels e Il pleur dans mon coeur.


Sensibilità ed espressione
«Dialettica dell’interiorità come suono». (Dahlhaus a proposito della filosofia della musica di Hegel).
Philippe Graffin e Claire Désert

Désert e Graffin da molti anni si conoscono e si esibiscono insieme: l’amicizia ha cementato un affiatamento che nasce dalla condivisione di sensibilità e curiosità, aperte ed entusiastiche, che allontanano in parte il loro repertorio dai sentieri più battuti della tradizione. Entrambi vantano una lunga carriera, fatta di esperienze internazionali, collaborazioni importanti e registrazioni discografiche, nelle quali hanno sempre cercato di restituire il messaggio della musica come suggestione del nuovo, come piacere della conoscenza. La loro interpretazione certamente colpisce per l’energia, passione forte e sincera che sgorga schiettamente. Il gesto di Graffin è sempre ampio e possente, in grado di restituire con efficacia piena una lettura acuta del testo, che il suo sguardo non abbandona mai durante l’esecuzione. Se l’acustica penalizza il suono del pianoforte, che esce un poco ovattato dalle volte della piccola abside, Claire Désert dimostra quella duttilità paziente che sostiene la responsabilità delicata di prevalere o di semplicemente accompagnare: decisa eppure benissimo sciolta nel terzo tempo (Perpetuum mobile) della Sonata di Ravel, dove il contenuto altamente virtuosistico rapisce con grande coinvolgimento; delicata nel tratteggiare i colori lievi degli accordi che “macchiano” la melodia dolce del violino nella Berceuse di Debussy.
Il risultato migliore, però, si raggiunge con Grieg ed Enescu.
Il romantico lirismo dei temi nella Sonata di Grieg asseconda la naturale propensione dei musicisti nell’esprimere le qualità affettive di quella scrittura, così brillante nei temi, resi luminosi e leggeri nel primo tempo (Allegro con brio), più marcati e vivaci nel secondo (Allegretto quasi andantino), che è come una danza, una festa nel quale si sente il brusio allegro della folla. Il terzo (Allegro molto vivace) è anche il più impegnativo dal punto di vista tecnico: risolto con scioltezza, fluidità variegata che traduce pulito il suono anche nei passi che richiedono una ben pronta agilità.
La natura potentemente evocativa delle sonorità di Enescu è occasione per dimostrare come la volontà ferma di un continuo perfezionamento significhi il raggiungimento di un più alto livello di espressione, e non ceda alla consapevolezza di possedere completi i mezzi di un’arte.
Un saluto delicato in chiusura: Debussy, Beau soir, nell’arrangiamento di Arthur Hartmann, violinista americano amico del compositore.

Laura Bigi

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