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«Lohengrin» dei topi a Bayreuth

Riccardo Rocca di Riccardo Rocca
19 Febbraio 2016
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Home OPERA
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Opera • Riproposta dopo il suo discusso debutto di tre anni fa, l’opera wagneriana ideata da Neuenfels desta ancora perplessità; così anche la direzione musicale di Andris Nelsons non supera un’ordinaria apprezzabilità. Ottima la prova di Vogt nei panni del protagonista


di Riccardo Rocca


All’ombra del nuovo Ring firmato da Frank Castorf e diretto da Kirill Petrenko, la ripresa del tanto controverso Lohengrin “dei topi” realizzato nel 2010 da Hans Neuenfels ha chiuso la serie di spettacoli del Festival di Bayreuth nell’anno del bicentenario wagneriano.

Il fatto che l’attenzione su questa produzione sia stata catalizzata dai grotteschi ratti con i quali il regista degli scandali ha voluto identificare le masse corali non è solo dovuto all’intrinseca provocazione che inevitabilmente ne è conseguita, ma allo stesso ruolo protagonistico del coro in quest’opera, che Neuenfels ha indubbiamente riconosciuto e valorizzato. La scelta di intervenire su un aspetto così determinante può però avere effetti devastanti nel momento in cui essa viene utilizzata allo scopo di stravolgere l’atmosfera complessiva dell’opera: le piccole gag introdotte qua e là nei momenti più delicati  – che puntualmente generano l’inopportuna ilarità del pubblico – sono la manifestazione più clamorosa di un atteggiamento dileggiatore verso i classici a cui certo il Regietheater tedesco sembra non saper rinunciare. Accanto al coro di topi colorati, Neuenfels muove i personaggi del dramma con un certo disinteresse, al punto da rendere piuttosto sciatti momenti solitamente di forte impatto teatrale, come ad esempio l’incontro tra Telramund ed Ortrud all’inizio del secondo atto. L’imbarazzo nel sopperire all’assenza di una regia dei personaggi si manifesta, inoltre, nella necessità di utilizzare uno schermo con la proiezione di una specie di cartone animato, nel quale, di tanto in tanto e in modo anche simpatico, dei topolini reinterpretano le vicende dell’opera che Neuenfels sembra non saper illustrare con una vera regia sulla scena. La provocazione di Neuenfels trova però il suo culmine in un finale nel quale l’apparizione di Gottfried si concretizza in uno sproporzionato feto umano che sulla scena si dimena con movimenti scomposti. Si può ben immaginare l’effetto indisponente di una tale soluzione quando si ha presente la musica prevista da Wagner, ossia quanto di meno espressionistico e sguaiato sia mai stato composto in tutta la storia della musica.

Fortunatamente l’operazione di Neuenfels si è scontrata con una realizzazione musicale di segno opposto, ma che anch’essa ha avuto per protagonista il coro: la salita alla collina di Bayreuth vale la pena anche soltanto per l’unica esperienza di ascolto di un Festspielchor, ogni anno composto da coristi provenienti da tutto il mondo, la cui compattezza di suono, precisione, limpidezza, luminosità e capacità di sfumature sono qualcosa di assolutamente inaudito anche per gli abituali frequentatori dei maggiori teatri. Non v’è dubbio che a tale fascino sonoro contribuisca la celeberrima acustica del Festspielhaus, concepita, com’è noto, da Wagner a vantaggio di un rivoluzionario e rivoluzionato equilibrio tra voci ed orchestra. Se però Wagner compose probabilmente almeno parte della musica del Ring (1853-1874) e senza dubbio tutta quella del Parsifal (1877-1882) con in mente le peculiarità di questo teatro, non lo stesso si può dire per un Lohengrin che ebbe la sua prima tempo addietro, nel 1850, al Großherzogliches Hof-Theater di Weimar. La buca coperta ed una disposizione d’orchestra che tende ad ovattarne il suono complessivo ammorbidendo l’impatto degli ottoni a vantaggio di uno spiccato protagonismo degli archi, generano in una partitura come quella del Lohengrin un generale indebolimento di alcuni effetti che nei teatri tradizionali incantano il pubblico, si pensi in particolare alla musica di scena del terzo atto prima dell’arrivo del re. Non è certo un caso che il Lohengrin sia stato ammesso a Bayreuth soltanto nel 1894, a più di dieci anni dalla morte di Wagner e a diciotto dall’inaugurazione del Festspielhaus. Ad una resa orchestrale leggermente appannata ha però purtroppo in parte contribuito anche la direzione di Andris Nelsons, nei confronti della quale le aspettative superavano ampiamente gli esiti di una prova apprezzabile ma complessivamente ordinaria: le energie del Festival nel periodo di prove devono essersi quest’anno veramente polarizzate sulla nuova produzione dell’Anello a scapito dei vecchi spettacoli.

Klaus Florian Vogt è Lohengrin

Stella di punta della recita, il Lohengrin di Klaus Florian Vogt, ormai un classico del nostro tempo nella storia interpretativa del ruolo. Vi è qualcosa di profondo e vero che lega la tersa scrittura di questa parte alla monocroma ma celeste vocalità di Vogt: musicista eccelso, dalla voce limpida e abbagliante fino agli estremi acuti, morbida e delicata in una linea di canto nitida e luminosa, divinamente adagiata sui tremoli degli archi; per i cultori del belcanto una specie di Rubini wagneriano dei nostri giorni. Si può facilmente immaginare l’impatto emotivo dal vivo di un terzo atto come quello di Vogt, a cui naturalmente è seguita un’interminabile standing ovation. Meno convincente è parsa la Elsa di Annette Dasch, interprete dalla spiccata ed intrigante personalità, ma oggi vocalmente al limite per una parte che richiede un certa comodità in acuto. Di indiscutibile impatto vocale invece Petra Lang nei panni di Ortrud: un’invocazione agli dèi declamata a pieni polmoni non è però sufficiente a far dimenticare la nostalgia di altre celebrate Ortrud del nostro tempo, si tratti di quella viscerale della Herlitzius, di quella fatale della Meier o di quella vile e sfacciata della Schuster. Il versante delle voci scure maschili ha offerto, accanto al re di Wilhelm Schwinghammer e all’araldo di Samuel Youn, la voce arsa di Thomas J. Mayer, il quale, nonostante la perfetta intellegibilità di ogni singola consonante, ha impersonato un Telramund di natura macchiettistica, senza però trovarne le ragioni in una lettura registica persuasiva e coerente. Un ulteriore elogio incondizionato per la prova corale va, in conclusione, al maestro del coro Eberhard Friedrich, meritatamente acclamato in sala dal pubblico festante.

© Riproduzione riservata

Tags: Annette DaschEberhard FriedrichFestival di BayreuthFestspielhausFrank CastorfHans NeuenfelsKirill PetrenkoKlaus Florian VogtLohengrinPetra LangSamuel YounThomas J. MayerWilhelm Schwinghammer
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Riccardo Rocca

Riccardo Rocca

Nato a Torino, consegue la maturità classica presso il Liceo 'Carlo Botta' di Ivrea, si laurea in Musicologia con Fabrizio Della Seta presso l'Università di Pavia con una tesi su un'opera di Manuel García senior ed una sull'interpretazione di Carlos Kleiber de 'La traviata'. Continua gli studi di Composizione con Carlo Alessandro Landini ed Elio Scaravella presso il Conservatorio 'Giuseppe Nicolini' di Piacenza. Collaboratore di testate quali 'Sipario', 'Musica' e 'il Corriere Musicale', è stato archivista dell'Opera di Stoccarda ed è attivo come pianista accompagnatore. Intorno alla musica dell'età di Rossini ed ai rapporti tra filologia ed esecuzione si concentrano i suoi interessi musicologici.

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