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«Giulio Cesare in Egitto», successo a Torino

Attilio Piovano di Attilio Piovano
23 Novembre 2014
in OPERA
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Home OPERA
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L’opera di Haendel, quintessenza del Barocco musicale, in scena per la prima volta al Teatro Regio. Ottima la direzione di Alessandro De Marchi. La regìa è di Laurent Pelly. Nel cast vocale Sonia Prina, Sara Mingardo, Jessica Pratt


di Attilio Piovano foto Ramella&Giannese


PER QUANTO SINGOLARE POSSA SEMBRARE, a Torino – la città dove trionfa il Barocco architettonico, dove ad ogni angolo un capolavoro di Juvarra o Guarini è lì, imponente e magnifico pronto tuttora a stupirci come l’originale facciata settecentesca di Benedetto Alfieri del Teatro Regio – l’haendeliano Giulio Cesare che del Barocco musicale è la quintessenza non era mai stato eseguito. E Torino è anche città romana, con le Porte Palatine, i resti proprio a due passi dal Regio… C’è sempre una prima volta. E per questa singolare e significativa prima volta il Regio ha fatto le cose davvero in grande, ripagato da un successo a dir poco strepitoso la sera di giovedì 20 novembre. Sul podio, e lo citiamo per primo perché a lui spetta il merito di aver compiuto un lavoro certosino, minuzioso e apprezzatissimo, lo specialista Alessandro De Marchi. Orchestra giustamente rialzata per ragioni foniche, doppio ensemble per la realizzazione del basso continuo (l’uno sul lato sinistro, l’altro su quello destro) e complesso in palcoscenico, ovviamente con l’arricchimento di strumenti barocchi (e relativi specialisti): e allora arciliuto, liuto, tiorba, chitarra barocca, viola da gamba, arpa barocca (impossibile elencare tutti gli ottimi professionisti, citiamo solamente ai cembali le presenze di Massimiliano Toni e Mariangiola Martello per l’ottimo coordinamento dalle singole tastiere nel disimpegno dei molti e variegati recitativi), ma anche flauti a becco ‘integrati’ entro i più tradizionali strumenti. Non basta, peraltro, si sa, avvalersi di tali strumenti per ottenere un ‘suono’ adeguato, occorre un puntuale e scrupolosissimo lavoro di studio, concertazione, rifinitura dei dettagli, insomma tutto quanto De Marchi ha saputo realizzare ottenendo una perfetta fusione di strumentisti avvezzi a suonare per lo più un repertorio ottocentesco e novecentesco (talora semmai, risalendo indietro, tardo settecentesco) e specialisti di barocco arruolati ad hoc. E poi il lavoro sui fraseggi, onde evitare la monocromia di certe esecuzioni cosiddette filologiche, tant’è che è risultato un tutt’uno omogeneo e vario al tempo stesso e le oltre quattro ore filate (intervalli inclusi) sono trascorse senza (quasi) momenti di flessione: pochissime le temute ‘fughe’ di pubblico e, a De Marchi, il merito di aver tenuta alta la tensione, con stacchi dei tempi adeguati (forse appena qualche ristagno in apertura e in talune arie d’ira, di vendetta o di strepito, ad esempio quella con corni obbligati, che avremo voluto ancor più tese e taglienti, ancorché non al limite del nevrotico come certi altri barocchisti). Molto bene la cura, poi, riservata alle molte arie languorose emerse in tutto il loro pathos.

E naturalmente a questo punto sarà bene dire delle ottime voci del cast. A cominciare dal soprano australianao Jessica Pratt (allieva della grande Cuberli, al suo debutto nel Barocco), una Cleopatra di grande impatto, bellissima voce, eleganza, tecnica ineccepibile, omogeneità ed altro ancora. E un’appariscente e gradita presenza scenica. Se l’è cavata magnificamente anche dove la regìa l’ha collocata a cantare (perigliosamente) dapprima su una sorta di sfinge rovesciata, poi su una specie di castello miniaturizzato (con minareto), facendola salire e scendere; ciò nonostante non ha certo perso la concentrazione regalando emozioni incredibili, vera protagonista di questo spettacolo. Un po’ al di sotto, per qualità vocali (e qualche opacità nel grave, non perfetti i cambi di registro e certe prese di fiato) il Giulio Cesare del contralto Sonia Prina, pur tecnicamente a posto quanto ad agilità. Non tutto era oro colato (qualche defaillance di intonazione la sera della prima si è registrata), peraltro le arie che le competono sono davvero impervie e il risultato complessivo è stato di tutto rispetto. Magnifica, come sempre, l’ottima Sara Mingardo nel ruolo di Cornelia, moglie di Pompeo. Molta eleganza e uno charme timbrico a dir poco indicibile nelle varie arie dolenti che le sono affidate; ne è emerso un personaggio a tutto tondo, anche sul piano psicologico nel rapporto con il figlio, Sesto Pompeo, splendidamente disimpegnato dal mezzosoprano Maite Beaumont, cui il pubblico ha indirizzato un profluvio di applausi a fine serata, del tutto meritati (parte impegnativa anche  numericamente con molti passi virtuosistici).

Completavano il cast i due controtenori Jud Perry (Tolomeo, fratello di Cleopatra) e Riccardo Angelo Strano (Nireno, confidente di Cleopatra): vocalmente validi entrambi, soprattutto il secondo, seppur sia emerso qualche eccesso di gigionismo da avanspettacolo francamente un po’ fuori luogo, nella sua gestualità troppo caricata. Bene, per partecipe intensità e appropriatezza di accenti, il baritono Guido Loconsolo (Achilla), stentoreo e possente il tribuno Curio del basso Antonio Abete.

A questo punto occorrerebbe molto spazio per dire tutto il bene possibile della regìa (e così pure i costumi) del mago Laurent Pelly che quando ‘azzecca’ uno spettacolo è davvero tale (peraltro lo avevamo assai poco apprezzato per una sua orribile Traviata). Ma si tratta di una produzione assai nota, proviene da Parigi (allestimento originale 2011, poi Palais Garnier 2013, regìa ripresa al Regio da Laurie Feldman) e allora tanto vale rimandare il lettore, che desideri farsene un’idea e rendersi conto dell’impatto delle belle scene di Chantal Thomas, al molto che ragionevolmente si trova sul web. L’idea di fondo (coerente, validissima e condivisibile) è quella di proporre una lettura che esalti il carattere ‘museale’, stereotipato del teatro barocco. E dunque proprio in nei depositi di un museo (egizio) si svolge il tutto, con tanto di inservienti e ‘muletti’ in scena, intenti a spostare statue, vasi, casse imballate, un’urna, movimentare quadri di grandi dimensioni (coreograficamente efficaci e pur stilisticamente fuori epoca) far scorrere enormi teche, estrarre reperti dalla polvere e teste sovra dimensionate da un montacarichi con porta a maglia di metallo e via elencando. Stupende poi le scene del terz’atto con una lussureggiante ‘collezione’ di tappeti che poi verranno rimossi con gesti furiosi ed efficacissimi. E poi mille dettagli, dalla vela che trascorre sul palco a rendere la battaglia, al muoversi frenetico di inservienti sul palco (in apparenza un po’ esagitati, ma mai caotici, in realtà a sottolineare il dinamismo delle molte arie agogicamente assai movimentate) giù giù sino al buio che attanaglia la scena, alla fine, coi personaggi divenuti essi stessi museo, statue, fissate nella storia, come archetipi, archeologicamente schedate e catalogate e gli inservienti che ispezionano con enormi lampade da cantiere, come in una normale giornata di lavoro, prima della ‘chiusura’. Perfetti i movimenti scenici, e non è nemmeno mancata una sottile dose di ironia di fronte alle iperboli del teatro barocco, molto coerente il tutto e davvero centrato: del resto non avrebbe senso oggi proporre un Giulio Cesare ‘realistico’, mentre una regìa per così dire ‘stilizzata’ (e intelligente) come questa si configura quale operazione del tutto vincente. Sicché, pur nel rispetto democratico delle opinioni altrui, vien difficile, in tutta franchezza, comprendere il senso di un paio di isolati fischi all’indirizzo del versante visivo dello spettacolo a fine serata, a fronte di protratti e convinti applausi a direttore, orchestra e solisti.

Forse un’unica (davvero piccola) caduta di gusto: i busti che si muovono a tempo di musica, aprendo la bocca come tanti alter ego del coro (nascosto in buca): a restituire la drammaticità del coro classico da tragedia greca? Si poteva forse evitare. Marginale, dacché così prevede la partitura, l’apporto del coro, per l’appunto,  peraltro, come sempre ottimamente istruito da Claudio Fenoglio, opportunamente sfoltito quanto a presenza numerica, e rivelatosi del tutto all’altezza nei suoi pochi, ma significativi interventi: perfettamente allineato quanto a qualità del sound con il colore barocco dell’intero spettacolo. Chapeau.

Tags: Alessandro De MarchiGiulio Cesare in Egitto HändelJessica PrattLaurent PellyMaite BeaumontSara MingardoSonia PrinaTeatro Regio Torino
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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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Commenti 1

  1. Renato Verga says:
    12 anni fa

    Meglio tardi che mai…
    http://operaincasa.com/2014/10/30/giulio-cesare-2/

    Rispondi

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