di Luca Chierici
Alla Scala, la prima esecuzione di Turandot con la regìa di Davide Livermore era avvenuta nel 2024 in occasione del centenario della morte di Puccini. Quell’allestimento è stato ripreso il 1 Aprile 2026, questa volta per commemorare la prima esecuzione dell’opera, quando Toscanini interruppe lo spettacolo con la morte di Liù. Nelle repliche successive, come è noto, all’opera venne aggiunto il finale di Alfano, o meglio quella parte di finale raccomandata dallo stesso Toscanini.
La recita dell’altra sera forse ha scontentato una parte dei professionisti della critica per la mancanza di un direttore di statura più alta di quella di Luisotti, per la presenza nel ruolo di Liù di un soprano più adatto a ruoli leggeri come Mariangela Sicilia, per la ricomparsa di un tenore ritenuto troppo in età come Roberto Alagna. Ma a volte il giudizio del pubblico rovescia le previsioni più infauste e dà credito al cast dell’altra sera per avere portato in scena delle figure che hanno garantito un successo pieno ai protagonisti.
La regìa di Livermore, ripresa da Laura Galmarini, aveva pochi nuovi dettagli che variavano l’accoglienza che era stata ben superata nel 2024. Nuovi invece erano gli interpreti a partire dal direttore Nicola Luisotti, che ha saputo estrarre dall’opera le modernità di linguaggio che tanto avevano affascinato il Puccini ascoltatore delle partiture più moderne del momento. Protagonista del titolo era la Turandot di Anna Pirozzi, non nuova a questa impresa, sicura nel registro acuto (che deve gareggiare con la scrittura sinfonica) e bene adatta al cambio di statura del personaggio nel finale. Calaf era Roberto Alagna, completamente immerso nel ruolo ma tale per cui la sua prestazione faceva dimenticare le meraviglie di un tempo e rendeva difficoltose le lucentezze degli acuti. Mariangela Sicilia si è distinta in un’ottima resa del personaggio di Liù, descrivendo con la sua voce una figura in antitesi con la gelida Principessa e quindi ricco di possibilità espressive per una cantante che entra a fondo nell’impossibile rapporto d’amore con Calaf.
Bene assortite le tre maschere, che si devono barcamenare tra la partecipazione alle efferate azioni della Principessa e un mite carattere che rimpiange nostalgicamente le abitazioni lontane dalla terribile Pechino. Riccardo Zanellato era un discreto Timur, così come Gregory Bonfatti dava più presenza che voce all’imperatore Altoum. In piena rispondenza al loro ruolo si sono ammirati il Coro del Teatro, diretto da Alberto Malazzi e quello di voci bianche dell’Accademia, diretto da Marco De Gaspari. L’accoglienza finale del pubblico ha premiato soprattutto la Liù di Mariangela Sicilia, ma tutto il cast, e soprattutto i validissimi cori hanno ricevuto un’ottima dose di consensi.























