di Luca Chierici
Che i Wiener Philharmoniker siano famosi in tutto il mondo come orchestra di livello superiore per eccellenza dei suoi strumentisti e per compattezza di intenti è cosa scontata. Ci si era preparati quindi all’ascolto di una serata scaligera memorabile, sia per la presenza di un concertatore e direttore amato da tutti gli italiani come Riccardo Muti sia per l’impaginato che prevedeva la quarta sinfonia di Schubert e la settima di Bruckner.
E così è stato, forse in misura addirittura maggiore rispetto alle pur notevoli aspettative. Entrambe le sinfonie erano già nel repertorio di Muti con i Wiener e si è trattato quindi di una rilettura di un repertorio ben noto. Di Bruckner, Muti è interprete un poco anomalo nonostante il fatto che egli abbia diretto nella sua carriera la Prima, la Seconda, la Sesta, la Settima e l’Ottava delle sue sinfonie. Il tardo romanticismo del musicista austriaco gli è però congeniale più di quanto non lo sia il repertorio sinfonico di Mahler, così differente per impianto e costruzione. E nella Settima Muti ha scelto tempi relativamente più comodi rispetto ad altri direttori, puntando al respiro delle frasi liriche e al magnifico impianto delle perorazioni a grande orchestra. Una concertazione superba per un’orchestra che forse avrebbe potuto impegnarsi in una esecuzione addirittura senza direttore. Muti è stato da questo punto di vista più presente nella Quarta di Schubert, della quale ha sviscerato ogni segreto comunicandolo nei dettagli con estrema precisione di intenti e con un risultato di perfezione inimmaginabile.
Nessun bis era possibile dopo Bruckner: lo ha comunicato il direttore precisando anche come a lui e all’orchestra attendeva un faticoso viaggio verso New York dove l’evento avrebbe dovuto essere replicato a breve distanza. Il successo della serata è stato enorme, con espliciti richiami al nome del direttore fin dalla sua prima apparizione sul palcoscenico del teatro.























