di Attilio Piovano
Vent’anni per il Festival MiTo che idealmente unisce i due capoluoghi di Piemonte e Lombardia, la prima firmata dalla neo direttrice artistica Speranza Scappucci.
In realtà la manifestazione, denominata Settembre Musica, nacque quasi cinquant’anni or sono a Torino, esattamente nel 1978, grazie alle intuizioni del poliedrico e indimenticabile assessore alla cultura Giorgio Balmas: che in occasione dell’allora Ostensione della Sacra Sindone, propose un ricco cartellone di concerti, all’epoca interamente gratuiti, in prevalenza nelle chiese cittadine, dedicati soprattutto alla musica barocca,nonché volti a valorizzare anche (nel corso di un mese intero) il grande patrimonio architettonico della città sabauda. Ben presto la manifestazione mutò ‘pelle’ aprendosi alla musica sinfonica, alla contemporanea e all’intero variegato panorama della cosiddetta ‘classica’ in tutte le sue più varie accezioni, con concerti presso le principali sale cittadine (dall’Auditorium Rai al Teatro Regio, dal Conservatorio, poi in seguito all’Auditorium del Lingotto come al Piccolo Regio e in svariate altre locations, nei decenni anche talora inconsuete).
La figura di Balmas è stata ricordata nel corso di un incontro a più voci presso la rinnovata Sala Carpanini di Palazzo Civico, il pomeriggio di lunedì 7 settembre 2026. Al ricordo hanno dato vita Giorgio Pestelli, Walter Vergnano che di Balmas fu l’erede (prima all’Unione Musicale poi Sovrintendente del Regio) e Carlo Viano che all’epoca fu collaboratore di Balmas sul versante organizzativo per grandi mostre di arte figurativa. A coordinare il plurimo ricordo di Balmas – che fu intellettuale raffinato, organizzatore, manager, già inventore dei Punti Verdi e sostenitore della necessità di ‘decentrare’ le manifestazioni culturali su tutto il territorio cittadino e altro ancora – la giornalista Susanna Franchi che ha stimolato svariati e succosi ricordi.
Poi la sera, alle 20, in Auditorium ‘Toscanini’, concerto inaugurale (dopo l’apertura alla Scala della sera precedente) grazie all’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai, unitamente a Coro e Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e un pool di scelte voci soliste (il soprano russo Elena Guseva, il tenore scozzese Nicky Spence e il baritono danese Bo Skovhus), sul podio la direttrice australiana Simone Young, direttori dei cori rispettivamente Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio: insomma un notevole spiegamento di forze artistiche per il War Requiem di Benjamin Britten nel 50° della scomparsa, musicista al quale il Festival MiTo dedica un notevole numero di appuntamenti (tra gli altri segnaliamo quello di sabato 19, a Torino in Conservatorio, comprendente i toccanti Canticles e un suggestivo florilegiodi Folk Songs).Significativa la scelta della pagina britteniana, espressamente voluta per rimarcare come nei nostri tempi calamitosi sia oltremodo necessario costruire la pace nel mondo: e la musica, e l’arte più in generale, possono dare un segnale davvero forte in tal senso. Già, perché il War Requiem (a dispetto di quanto il titolo potrebbe suggerire erroneamente di primo acchito) è pagina dal forte messaggio pacifista, riflesso di un sentire che Britten sempre professò strenuamente.E allora un po’ di storia. È nel biennio 1961-62 che l’autore del Peter Grimes lavorò a tale vasta e complessa composizione per soli, coro, coro di voci bianche, orchestra, orchestra da camera e organo, per la consacrazione della ricostruita (nuova) Cattedrale di Coventry, ch’era andata distrutta nel rovinoso bombardamento della notte tra il 13 e il14 novembre 1940, in assoluto una delle più ‘inutili’ e crudeli azioni belliche poste in atto dalla tedesca Luftwaffe. La prima esecuzione ebbe luogo il 30 maggio 1962, per la direzione di Britten stesso. Un lavoro, il suo, che – merita ribadirlo – si inserisce in maniera specifica entro la tematica del Festival MiToemblematicamente intitolato Harmonia. In esso il testo della liturgia cattolica si intreccia, in un singolare mix stilistico politestuale e polilinguistico, ai toccanti versi poetici di Wilfred Owen (giovane ufficiale britannico caduto in battaglia, in Francia il 4 novembre 1918, dunque tragicamente sul finire della Prima Guerra Mondiale a pochi giorni dall’armistizio), versi dalle forti valenze e dall’esplicito appello alla pace, vera e propria meditazione sulle guerre, sulla loro disumana insensatezza e sul luttuoso, devastante potenziale di morte ad esse intrinsecamente connesso. L’orchestra cameristica è intesa a sostenere i testi poetici in lingua inglese (e si tratta delle nove poesie oweniane prescelte espressamente da Britten ed è in esse che il musicista britannico riversa i tratti forse più “originali e idiomatici” della propria scrittura) mentre alla grande orchestra, ai cori e ai soli spetta l’esecuzione della parti in latino: tutti gli elementi posti in atto confluiscono poi nella sezione finale.
Vero simbolo di pacificazione e fratellanza, articolato in sei sezioni a loro volta pluri frazionate (Requiem aeternam,Dies Irae, Offertorium, Sanctus, Agnus, Libera me), l’ampio lavoro di Britten prevede poi anche una significativa spazialità delle fonti sonore di segno squisitamente novecentesco: laddove al coro di voci bianche, accompagnato dall’organo, è richiesta una collocazione distante dal restante organico, con suggestivo effetto. A Torino i validi ragazzi delle voci bianche del Regio erano collocati in balconata, dunque poco visibili dal pubblico in platea, ad accentuare l’arcano e misterioso impatto voluto dall’autore.
Una composizione degna di stare accanto ad altri capolavori del Novecento dagli analoghi assunti tematici quali la Trenodia per i morti di Hiroshima del polacco Krzysztof Penderecki o Lux Aeterna dell’ungherese Gÿorgÿ Ligeti. La dedica (analogamente al raveliano Tombeau de Couperin venuto alla luce, in realtà, dopo la Grande Guerra), è ad alcuni militari britannici caduti nel corso del conflitto. Significativo rammentare come alla prima esecuzione abbiano preso parte Peter Pears e Dietrich Fischer-Dieskau, l’uno tenore inglese e l’altro baritono tedesco, a rappresentareemblematicamente la ritrovata armonia tra Inghilterra e Germania.
Una pagina di forte impatto emotivo dal linguaggio armonico fitto di dissonanze, spesso spigoloso ed acuminato e dallavibrante forza espressiva che necessiterebbe ampi spazi per descriverne le linee fondamentali. Molti i passaggi evocativi, grazie anche a una strumentazione timbricamente screziata e di vasto respiro (il risuonare della campana che evoca l’intervallo funereo del tritono vi si inserisce assai bene in tal senso).
L’esecuzione torinese ne ha restituito al meglio la Stimmung. Fin dal coinvolgente esordio, cupo e statico, con la campana a punteggiare la sillabazione corale («Requiem aeternam dona eis Domine») poi con l’intrecciarsi sapiente delle voci e la comparsa delle voci bianche («Te decet») dalla tramatura dolce ed angelica sostenuta da un delicato substrato armonico. Poi ecco l’animazione del primo intervento del tenore («What passing bells») dalle sonorità angolose e dalle pungenti armonie seguite dall’intervento a cappella del coro («Kyrie eleison»).
Voci maschili e voci femminili si contrappongono nella parte iniziale del «Dies irae» introdotta dalle luminescenti sonorità degli ottoni (ottima la compagine Rai) e contrassegnate da una sillabazione che (solo vagamente) potrebbe rammentare certi atteggiamenti del pur distante Orff. Le percussioni parimenti giocano un ruolo di rilievo. Il baritono compare in «Bugles sang» ove nuovamente il tessuto si fa rarefatto, ma tocca poi un indicibile apice dinamico. Soprano e coro intrecciati nell’incalzante «Liber scriptus proferetur», dalle insinuanti armonie, laddove vaghi echi stravinskijani emergono nell’aitante «Out there»..
Tra i momenti di maggior fascino e presa sul pubblico degli ascoltatori il dolce ed effusivo «Recordare Pie Jesu» risolto in termini corali (e si sa quanto Britten amasse la coralità). Non meno fascinosa la ripresa del «Dies irae» dal fare minaccioso, poi con frasi smozzicate e il soprano che si fa qintessenziato in «Lacrimosa». Il tenore a sua volta rilancia il clima onirico, come di sospensione in «Move him into the sun», in assoluto uno dei tratti più ‘alti’ dell’intero War Requiem suggellato dalle austere inflessioni del «Pie Jesu», dal pregnante fugato del corale «Sed signifer sanctus» e seguito dalla incredibile concitazione del duetto «So Abram rose» (baritono e tenore) che ribalta tragicamente il tradizionale apologo.
Il tinnire altisonante della campana contrassegna col suo timbro ialino il «Sanctus» (soprano e coro) che si fa trionfante in «Osanna», ma poi vira nuovamente sul versante misterioso in «After the blast» (baritono solo). Complessa struttura per l’«Agnus» dal colore per lo più cinereo; il vasto «Libera me» dalle sonorità esacerbate, rinforzate dalle percussioni, cede tosto alla mirifica staticità di «It seemed that» (tenore solo).
Da ultimo l’epilogo con la sillabazione iterata («I am the enemy») in cui un soldato tedesco ed uno inglese si fronteggiano con emozione e il commovente «Let’s sleep now» dalle soffuse atmosfere post mahleriane. Un culmine dinamico, un vero e proprio climax e da ultimo, la ricomparsa delle voci bianche (il dolcissimo «In Paradisum») e la campana che specularmente rimanda all’inizio.
Un lavoro – è stato sottolineato più volte – caratterizzato da una certa qual teatralità, al pari della verdiana Messa daRequiem. Ciò non toglie che la partitura di Britten possegga altresì un suo peculiare intimismo, un suo sound specifico, un suo colore, segno di partecipe coinvolgimento emotivo che, di fatto, si riverbera ad ogni ‘ripresa’ sul pubblico in sala.
Capolavoro assoluto, dunque, il War Requiem, opera sinfonico corale (definita impropriamente ibrida, dacché non pensata certo per la liturgia) in cui c’è spazio per tonalismo e modalità, reminiscenze arcaiche e colte allusioni, libertà e rigore, stratificazione della materia sonora e altro ancora, un lavoro dalla scrittura solidissima che, grazie alla concertazione attenta della colta e sensibile Simone Young, ha riscosso un (meritato) ed enorme successo con applausi protratti e convinti da parte di una straripante platea. Ottima la prestazione fornita dall’OSNRai, attestata su elevati standard qualitativi, in tutte le sue sezioni; Simone Young, vera specialista di tale partitura, ha potuto contare – lo si anticipava in apertura – inoltre su una perfetta resa corale, sia delle voci ‘adulte’ sia di quelle bianche, e allora un plauso speciale ai citati Gea Garatti Ansini e a Claudio Fenoglio per aver preparato con scrupolosa maestria le due compagini. Non meno applauditi i tre solisti, dalle voci incisive e possenti, ma altresì capaci di restituire al meglio le mille sfumature di questa partitura singolare e toccante.
E non vi era modo migliore per ‘aprire’ l’importante edizione del ventennale di MiTo.























