di Alberto Bosco
Sembra impossibile che la Manon di Puccini mancasse dalle scene del Teatro Real di Madrid da 121 anni. Ancor più incredibile se si pensa che fu eseguita per la prima volta ad appena nove mesi dal debutto di Torino, nel novembre del 1893. Ebbene, il debito con il primo capolavoro di Puccini è ora stato riparato in apertura della nuova stagione, inauguratasi con la proposta di un allestimento realizzato in coproduzione con l’opera di Colonia, dåove lo spettacolo aveva debuttato nel settembre dell’anno scorso.
La regia di Carlos Wagner ambienta l’opera a metà del secolo scorso, si direbbe nel secondo dopoguerra, un’epoca in cui la morale borghese poteva ancora essere opprimente, ma in cui al tempo stesso lo sgretolamento dei codici morali stava avanzando. Quindi, non un Settecento libertino, ma gli anni ’50, costumi da film neorealista e quel bisogno di cavarsela, di farsi strada in una società grigia e ipocrita che anima Manon e il suo entourage, il fratello Lescaut e il giovane amante Des Grieux. Al centro del palcoscenico in tutti e quattro i quadri è una struttura circolare, a fare da filo conduttore tra le scene staccate in cui si articola quest’opera: nel primo atto è una giostra, a simboleggiare la frivolezza e l’incoscienza delle scelte di Manon, nel secondo è una gabbia in casa di Geronte, in cui Manon è esposta come oggetto erotico e di prestigio, nel terzo diventa una prigione e nel quarto un cratere scuro che allude al destino dei due amanti, ovvero alla morte. Dal punto di vista visivo e dei movimenti scenici lo spettacolo non è stato memorabile, in particolare primo e secondo atto oscillano tra spunti veristici e allusioni simboliche in modo poco omogeneo. Più riusciti gli ultimi due atti, e in particolare il terzo, dove lo sguardo del regista si allarga a denunciare il destino, non solo di Manon, ma di tutte le donne in una società maschilista come quella rappresentata. Più discutibile invece la scelta di non rappresentare i due amanti soli nel deserto, ma di accompagnarli con tante figure silenziose di donne condannate e smarrite, che cadono a terra una dopo l’altra.
Dal punto di vista musicale è da segnalare l’entusiasmo con cui Nicola Luisotti ha messo in risalto la strepitosa continuità orchestrale dell’accompagnamento pucciniano, a volte rasentando però un eccesso di protagonismo che è andato a scapito dei cantanti. Tra questi Jorge de León come Des Grieux si è rivelato più a suo agio nei passi drammatico-spinti che in quelli lirici, Sondra Radwanosky sostituiva un’indisposta Saioa Hernandez e, pur cantando l’impegnativo ruolo principale per la seconda sera consecutiva, ha dato vita a una Manon dalle mille sfaccettature. Ma chi ha più convinto tra gli interpreti è stato Szymon Mechliński, eccezionale Lescaut, dalla vocalità impeccabile e dotato di grande disinvoltura in scena.





















