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In jeans meglio che dieci Pavarotti & Friends

Redazione di Redazione
27 Ottobre 2014
in Lettere al Direttore
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Home Lettere al Direttore
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Caro Direttore,

questo fine settimana, grazie ad un’iniziativa dell’assessorato alla casa, ho girato con l’orchestra dei ragazzi del liceo musicale del Conservatorio cinque quartieri di Milano, di quelli che un’orchestra non l’hanno mai vista. Con semplicità, senza nasconderci dietro ad uno status, senza vestirci da scena, senza essere protetti dal rituale che ci avvolge quando solchiamo i palchi patinati della classica.

Ma attenzione, senza per questo semplificare la nostra musica: suonando Haydn, non Allevi per intenderci. Abbiamo suonato, spiegato, e convinto delle persone che scendevano dal loro appartamento (anche qualche vecchio in accappatoio) e scoprivano la nostra arte per la prima volta. Abbiamo con la musica e il sorriso raggiunto senza filtri il cuore di quasi un migliaio di persone, bambini, giovani, adulti e anziani che non di rado si sono commossi, e hanno salutato con le lacrime le nostre esecuzioni. Ecco, questa esperienza, umanamente così profonda, mi spinge a dire che troppo spesso noi musicisti “classici” non ci rendiamo conto, presi nelle logiche spesso malsane delle nostre carriere, di quanto la musica sia un arte che appartiene a tutti, che non serve una laurea per poterla apprezzare, che non serve conoscerne l’analisi per sentirne la profondità.

Ci siamo rinchiusi in una logica sterile in cui chiediamo alle persone di capire quello che facciamo a prescindere e di seguire un rituale antiquato per dimostrarcelo, invece di, più semplicemente, capire noi come fare arrivare la musica al cuore di chi ci ascolta. Ci lamentiamo dell’inadeguatezza di chi ci evita, invece di capire perché lo fa. Negli ultimi anni pensiamo di contrastare la mancanza di pubblico nei nostri teatri sfoggiando nuove tecniche di comunicazione e marketing, senza tuttavia avere mai il coraggio di rimettere in questione i nostri rituali. Piuttosto preferiamo, per attrarre il pubblico, inserire un contenuto artistico più “facile”, pur di non rinunciare alla nostra formalità, come se fossimo più attaccati alla forma che alla sostanza del nostro bellissimo mestiere. Con questi concerti, ho potuto provare che per attrarre le persone, per farli commuovere e tornare a sentirci, non serve suonare musica diversa, bensì presentarla diversamente. In mezzo alla gente, senza luci, in jeans e camicia, con un semplice microfono per incoraggiare l’ascolto. Così abbiamo suonato Haydn a Ponte Lambro, in Piazza Insubria, a Gratosoglio, nel quartiere Corvetto o a San Siro. E abbiamo convinto più gente nuova in un fine settimana che la musica è una forma espressiva formidabile che dieci Pavarotti & Friends.

Matthieu Mantanus, 3 ottobre 2012

Gentile Matthieu Mantanus,

la ringrazio per questa preziosa e appassionata testimonianza. Le sue parole mi hanno fatto venire in mente i versi di una canzone di Léo Ferré che dice «Dov’era la musica? Nei salotti lustrati da servi venerati, nei concerti segreti dai segreti merletti, nei templi invecchiati da ricordi fottuti, è là che appassisce la Musica, è là che abortisce la Musica. Noi… nelle strade la vogliamo la Musica, e ci verrà, e l’avremo la Musica». E qualche passo dopo, una frase molto secca: «La Musica la trovi al Politecnico, tra due equazioni, mia cara!, Con Boulez nel suo negozio, ed un ministro all’occhiello». 

Gli estremi qui sono molto netti, così come nella sua analisi finale rispetto alla tradizionale fruizione della musica classica.  Forma e contenuto. Trovo che sia molto importante portare la musica fuori dei teatri, ma altrettanto che le persone vengano educate a frequentarli. Con programmi di qualità. Mi piace citare l’esperienza ormai lontana dei concerti in fabbrica di Maurizio Pollini (a proposito, li rifarebbe oggi? No, si fa prima ad andare in tv). Frac, jeans o giacca poco importa, i rituali possono anche essere svecchiati, ma non credo che rappresentino e possano rappresentare il problema principale. In fondo ogni genere musicale ha i propri, dal rock al jazz, eppure non avverto la necessità negli altri ambienti di doverli cambiare.

È vero però che il rituale del “classici” è percepito come un mondo a sé, ed è qui che entrano in gioco il marketing ed il lavoro sull’immagine di cui ci lamentiamo. Lo “svecchiamento” deve essere costruttivo nel senso sociale e culturale della fruizione prima ancora dell’immagine, del resto come non essere d’accordo con Lei quando parla del vuoto di conoscenza al quale il marketing cerca di sostituirsi? Il problema è sempre lo stesso, le istituzioni devono fare la loro parte nell’educazione scolastica, altrimenti continueremo sempre, noi musicisti, critici e docenti, a vedere nel pubblico “in accappatoio” un fantasma da conquistare creato solo da una equazione senza ministro. 

Simeone Pozzini

 

Tags: Matthieu Mantanus
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