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Alessandro Taverna, il Quarto di Beethoven e il debutto con OSNRAi

Attilio Piovano di Attilio Piovano
10 Marzo 2018
in CONCERTI, RECENSIONI
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Home RECENSIONI CONCERTI
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di Attilio Piovano foto © Giorgio Gori


Debuttare con l’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai non è da tutti. Se il debutto poi è con il pianistico Quarto Concerto  di Beethoven – in assoluto dei cinque il più toccante, quello più impastato di humanitas e, a conti fatti, anche il più innovativo sul piano linguistico, soprattutto, timbrico, armonico e formale – la circostanza assume un carattere ancora più incisivo e rilevante. Se poi il debutto è con un ancor giovane, ma già oltremodo affermato pianista dal curriculum internazionale e dalle prestigiose collaborazioni con direttori di rango (da Chailly a Luisi, Maazel, Harding, Mariotti) e con blasonate orchestre (dalla Filarmonica della Scala ai Müncher Philharmoniker, Royal Liverpool Philharmonic, Minnesota Orchestra e via elencando), ecco che gli elementi per attendersi una memorabile serata ci sono tutti. E infatti non solo le attese non sono andate deluse, ma addirittura per Alessandro Taverna le sere di giovedì 1° e venerdì 2 marzo 2018, a Torino, in Auditorium ‘Toscanini’, si sono rivelate un vero e proprio (mertitatissimo) personale trionfo.

Solidi studi, tecnica sicura, ma soprattutto una rara sensibilità e una vasta cultura, non solo musicale, Alessandro Taverna – affermatosi a livello internazionale al prestigioso Concorso di Leeds nel 2009 – è pianista dalla personalità spiccata. Nel panorama attuale dove  l’allineamento, per così dire, su standard tecnici sì elevatissimi, ma anche su un certo virtuosismo esasperato, appariscente, spesso freddo e inespressivo, la sua figura di interprete raffinato, cordiale ed anti divo si staglia a tutto tondo, ed è merito non da poco. Un pianista che, non a caso, ha scelto di debuttare con una grande orchestra (rivelatasi ancora una volta in gran forma e in smagliante veste) proprio con il Quarto di Beethoven. Di esso Taverna ha saputo mettere in luce al meglio i poliedrici e sfaccettati elementi espressivi. A partire dal memorabile attacco col pianoforte ‘solo’, come proiettato sull’Assoluto, sull’infinito e quel tema pacato, dai colori ambrati, quell’incedere rapsodiante, che quasi non ha eguali in tutta la storia della letteratura pianistica. E subito si è capito che sarebbe stata un’interpretazione di alto livello.

 Una vera e propria lezione di stile, quella offertaci da Taverna. Quante raffinatezze timbriche, quante preziosità di tocco già nel primo, vasto Allegro moderato d’esordio dove spesso il solista affronta passi di rarefatta bellezza, in alternanza a tratti brillanti nei quali Taverna ha mostrato di avere sì una tecnica infallibile, ma anche  – ciò che conta – di saperla porre costantemente al servizio della Musica e non soltanto avvalersene, come troppi oggidì, per farne puro sfoggio di vacuo esercizio atletico. Quanta bellezza in quegli istanti di illibata beatitudine dove il pianoforte pare librarsi ad altezze indicibili, in quei passaggi a mani uguali dal gioco perlaceo, iridescenti e magici, che richiedono esattezza assoluta, controllo del tocco, bei fraseggi e molto altro ancora. Tutte qualità che Taverna possiede al massimo grado oltre ad una comunicativa invidiabile e ad un aristocratico gesto sonoro. Nell’ampia cadenza, poi, Taverna ha toccato vertici di ineguagliabile, siderale, clarità richiamando alla mente alcuni grandi pianisti del passato.

Poi ecco il sublime Andante con moto nel quale il solista, novello Orfeo, pare sfidare i custodi dell’Averno, Plutone e Proserpina, opponendosi con la sola bellezza del suo canto, o più propriamente del suo ‘cantabile’, sino ad avere la meglio: e allora, dinanzi al terrifico monito degli archi, ecco il trionfo, la luce e lo sfolgorio in quel profetico passaggio, poco prima della misteriosa chiusa (per i maniaci delle pedanterie tra i trilli di battuta 55 e battuta 63), in cui il pianoforte di Beethoven, quasi delirante, pare realizzare una fuga in avanti di decenni, con una scrittura che preconizza ed anticipa l’impressionismo debussiano. Di un passo brevissimo si tratta, eppure quanta stupefacente chiaroveggenza. Ascoltare per credere. E gli audiofili che hanno seguito la diretta radiofonica di giovedì 1° marzo – possiamo ben immaginare – sapranno confermare la nostra impressione durante l’esecuzione ‘live’.

Da ultimo quanto humour nell’arguto finale, dove ancora una volta, però, non mancano i momenti di singolare preveggenza, i passi dove il pianoforte anticipa la Stimmung del Notturno romantico (che gioia, per dire, ascoltare i violoncelli laddove sostengono  con un unico re  grave il terzo tema, dalla schubertiana allure, o ancora udire l’orchestra nel punto in cui le viole trasfigurano in chiave lirica il tema dell’attacco); per contro i momenti di rumorosa ed ebbra, ancorché non sfrenata brillantezza,  che però a conti fatti sono in minoranza rispetto alla dimensione intimista, giù giù ancora nelle battute conclusive, dove i pianissimi e le  sonorità rarefatte prevalgono, salvo cedere al fortissimo  d’ordinanza delle ultime otto misure. Un vero trionfo, la sera di giovedì e così pure nel corso della replica, dove l’intesa tra solista e orchestra è parsa ancora più serrata e l’intensità interpretativa  ha toccato il culmine, e peccato per una lieve flessione del pubblico. Ben due i bis offerti da Taverna nelle rispettive serate, a riconfermare la sue doti di interprete e la sua versatilità: e allora la prima sera le delizie di Bach, e si è trattato della trascrizione di lusso a cura di Egon Petri dall’aria «Schafe können sicher weiden”, a dir poco commovente, mentre il venerdì si è ascoltato di Rachmaninov il Preludio in sol maggiore op. 32 n. 5. Non basta. Il concerto prevedeva ancora un’ulteriore replica sabato 3 marzo, per la serie Classica per tutti, con introduzione a cura del violinista Giacomo Tesini (e Taverna non ha lesinato un ulteriore bis fuori dagli schemi e dunque un brano di  Friedrich Gulda da Play piano play).

In abbinamento al debutto di Taverna si è registrato altresì il debutto sul podio dell’OSNRai di Claus Peter Flor direttore nativo di Weimar (città impregnata di musica, da Bach a Liszt, dove nascere verosimilmente non è dev’essere circostanza casuale implicando forse una certa qual ipoteca sul versante artistico), musicista dall’impressionante palmarès e dalla vasta discografia.  Della Quarta di Bruckner, Flor ha dato un’interpretazione convincente, potendo contare sull’OSNRai al meglio del sue potenzialità: orchestra dallo strepitoso affiatamento e dalle prime parti di singolare bravura, merita ribadirlo, ancorché già altre volte ci sia accaduto di scriverlo. E allora ecco i clangori e le altisonanti fanfare del  movimento iniziale, rivelatosi una formidabile vetrina per l’orchestra (anche se forse avremmo apprezzato un filino di sobrietà in più). Stupendo e commovente è apparso lo stupefacente Andante quasi allegretto, della Quarta in assoluto il movimento di maggiore intensità espressiva, impregnato di Sehnsucht e struggente nostalgia per un mondo ormai in via di declino e così pure esaltanti, quanto ad emozioni, sono apparse le cavalleresche atmosfere dell’incandescente Scherzo popolato di evocazioni boscherecce e allusioni ad una natura di marca squisitamente romantica (da cui l’epiteto col quale la Sinfonia è entrata nella storia). Ancora qualche eccesso dinamico e un certo appiattimento verso l’alto nel Finale che Flor ha affrontato facendo del suo meglio per limitarne i limiti obiettivi, segnatamente certe lungaggini, talune frantumazioni e un procedere debordante, prolisso, a tratti un po’ dispersivo: Finale che ha comunque scatenato applausi sonanti – c’era da aspettarselo –  a suggello di un gran bella serata,  della quale conserveremo a lungo graditi ed emozionanti ricordi.

Tags: Alessandro Taverna
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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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