di Monika Prusak
Ambientata nella Mosca degli anni Trenta del secolo scorso, anche se con diversi momenti surreali e grotteschi, la regìa di Ceresa propone una lettura semplice e allo stesso tempo geniale del Faust goethiano, rivisto attraverso lo sguardo incantato di Michail Bulgakov.
È nota la passione che Bulgakov nutriva per l’opera di Gounod (secondo le testimonianze ne vide decine di rappresentazioni solo nella sua Kiev), ammirazione che diede frutto alla lunga stesura de Il Maestro e Margherita avvenuta tra il 1928 e il 1940. Ed è proprio in quel testo che sta la chiave della messa in scena di Ceresa, un abile esercizio che gli ha consentito di creare un interessante “mush-up” tra le due opere.
E così l’azione, le scene e i costumi si spostano dall’Ottocento goethiano al clima moscovita della prima metà del Novecento, svelando allo stesso tempo qualche lontana affinità con gli ambienti parigini dell’epoca. Ai personaggi dell’opera Ceresa accosta le comparse ispirate al romanzo di Bulgakov: accanto al Mefistofele, che ha le sembianze di Woland, il regista recupera quattro personaggi grotteschi del romanzo, i demoni Azazello e Fagotto, il gatto antropomorfo Behemot e l’affascinante strega Hella, qui vestita come una ballerina del varietà. I quattro diventano un ottimo elemento scenico sia dal punto di vista estetico sia da quello drammaturgico, in quanto in alcune scene interagiscono con i protagonisti in maniera attiva e spettacolare. Tra queste il monumentale assolo dell’organo con una gigantesca macchina scenica rappresentante lo strumento suonato da Mefistofele e successivamente dal gatto Behemot o l’arrivo di Faust al sabba e l’interazione con Hella. Convincono di meno le scene bibliche rappresentate a modo di sogno del protagonista in fondo al palcoscenico, che da un lato confermano la scelta registica e rendono lo spettacolo tridimensionale, ma dall’altra sfiorano il kitsch, che contrasta con l’ambientazione dell’azione. Si rendono, tuttavia, indispensabili per comprendere il finale dello spettacolo, che stravolge l’originale goethiano in maniera del tutto sorprendente. Risulta ben organizzato tutto il movimento scenico, quello dei singoli protagonisti, delle comparse, ma soprattutto quello delle scene corali con la bellissima immagine pluridimensionale della fiera con divertenti treni giocattolo in movimento.
Il cast è ben affiatato, anche se non tutti i cantanti presentano la stessa linearità nell’interpretazione. Il primato assoluto appartiene a Erwin Schrott, un Mefistofele affascinante e coerente con la linea della regia. Tra i personaggi secondari spicca Valentin di Andrew Hamilton, che convince sia dal punto di vista della vocalità sia per l’ottima presenza scenica. Non esaltano, invece, i due personaggi principali, Faust di Ivan Ayón Rivas e Margherita di Federica Guida, a tratti poco presenti dal punto di vista vocale ed espressivo. Entrambi dotati di vocalità elegante ed estensione adeguata presentano un approccio troppo ancorato alla tradizione romantica che, nonostante si tratti di un romantico come Gounod, risulta obsoleta all’interno della regia di Ceresa. Guida rende molto bene nel finale dell’opera, dove la stessa partitura richiede più impeto ed espressività, ma perde molto nelle parti iniziali che risultano pallide e poco partecipate. La direzione di Frédéric Chaslin trascina in una lettura romantica sentita e coinvolgente, che presenta la musica di Gounod per quel che è: francese e popolarissima dal grande slancio confinante con una sentimentalità eccessiva. La regia di Ceresa, coadiuvata dall’eccellente lavoro di tutte le figure coinvolte, si nutre di questo approccio esaustivo per portare a un finale spettacolare in cui il male e il bene si compenetrano senza dare una risposta univoca alle questioni poste da tutti gli autori. Margherita e Faust ottengono la pace eterna come glielo prescrive Bulgakov e per ottenerla si rivolgono a Mefistofele, che nel frattempo si fonde con i personaggi biblici e ne risulta successore. È Satana ad essere stato trasformato o è Dio ad essere stato sconfitto? Non sappiamo. La redenzione di Faust sembra simboleggiare la redenzione dalle difficoltà creative del Maestro bulgakiano, che trovano finalmente una via d’uscita nell’eterna riflessione sulla natura del bene e del male.























