di Attilio Piovano
E dunque l’attesa Dama di picche di Čajkovskij è approdata al Regio di Torino. Non la si vedeva dal maggio del 2009, quando a dirigerla vi era stato Gianandrea Noseda, e fu spettacolo a suo modo memorabile. In scena a partire da giovedì 3 aprile 2025 (preceduta dall’affollata anteprima giovani), vi rimane per ben sette recite, destinate a protrarsi sino al prossimo 16 aprile.
A Torino, per la prima volta ecco il valido allestimento realizzato da Deutsche Oper di Berlino in coproduzione col Teatro Regio, per la direzione musical di Valentin Uryupin.
Pur non raggiungendo i vertici del peraltro dissimile Onegin (quantomeno a giudizio di chi scrive), l’impetuosa Dama su libretto che il fratello di Čajkovskij , Modest, trasse dall’omonimo racconto breve di Puškin, è capolavoro assoluto: una partitura di strabiliante bellezza e costante tensione, con un plot avvincente di natura smaccatamente russa dalla forte carica emotiva, in cui a predominare sono l’eterno appeal della seduzione, l’esplorazione delle umane passioni come pure dei conflitti generazionali tra i protagonisti, dominati per lo più dalla bramosia e da un angoscioso tormento interiore, nonché sovrastati da un destino ineluttabile; più ancora, vi primeggiano le allucinazioni deliranti e ossessive di un giocatore d’azzardo.
Dal direttore (dal gesto non sempre efficace e chiaro) avremmo desiderato qualche sfumatura in più, per delineare al meglio la natura dei personaggi, per l’appunto, soprattutto sul piano dinamico, laddove a prevalere erano invece i momenti di vivido e pur effettistico clangore orchestrale (giustificabili, dacché si tratta pur sempre di un’opera sorta in piena temperie tardo-romantica) e per contro delicati, rarefatti pianissimi; qualche maggiore gradazione dinamica e più attenzione alle screziate atmosfere timbriche della partitura avrebbero di certo giovato alla resa complessiva dello spettacolo. Si sarebbe potuto conferire maggior spessore ai personaggi, enfatizzando i punti drammatici e i momenti ricchi di pathos, ma anche distendendo luci soffuse per i passi intrisi di tenerezza, e ancora enfatizzando di più il senso tragico del fatalismo che ‘deve’ risultare palpabile fin dall’esordio. Luci ed ombre, dunque, nella direzione hanno fatto sì che talora l’orchestra, peraltro in ottima forma, finisse per sovrastare un poco le voci. Per dire: un cenno al second’atto dove è racchiuso un meraviglioso calco mozartiano (la scena del ballo mascherato); ebbene il tutto, sul piano musicale, è scivolato via in modo un poco anonimo senza regalare soverchie emozioni.
Buono in complesso il cast in cui primeggia il tenore russo Michail Pirogov, abile nel conferire il giusto spessore tragico al personaggio di German e così pure valido nel delinearne la drammaticità e l’inesorabile parabola discendente. Bella voce, stentorea e possente, sale con facilità, conferisce rilievo scenico e passabile credibilità al tormentato personaggio che nel quarto quadro dà vita alla scena madre, costringendo l’arcigna contessa a svelare il segreto delle tre carte e poi fronteggiando Liza che lo accusa di non amarla, ma di essersi recato in casa solo per carpire l’arcano alla contessa. Bene sul piano vocale il soprano Zarina Abaeva dai giusti accenti e dai bei fraseggi, pur alquanto impacciata sul versante scenico, che ha sbozzato – conseguentemente – una Liza solo in parte credibile e convincente (il secondo quadro del primo atto, in cui è protagonista nella stanza, con le amiche, poi sola, vittima delle lacrime e della tristezza). Un plauso speciale, invece, per l’esperta Jennifer Larmore nei panni dell’anziana contessa al cui ruolo si deve il titolo dell’opera: notevole la sua performance, eccellente sotto tutti i punti di vista, ha regalato brividi di emozione nello sbozzare l’inquietante personaggio dal ghigno sardonico e dai tratti fantasmatici. Bene poi anche il conte Tomskij affidato al baritono Elchin Azizov, mentre il pur corretto baritono Vladimir Stoyanov (il principe Eleckij desideroso di vendetta), non sempre risultava del tutto udibile, nonostante i bei fraseggi ed il buon legato; da citare sul versante femminile la valida Deniz Uzun (contralto) nel ruolo di Polina amica di Liza. Non c’è spazio per nominare il drappello dei vari comprimari (cameriera, ufficiali, giocatori, maestro di cerimonie) ovvero l’intero cast di artisti russi, tutti allineati su un buon livello.
Ottimo l’apporto del Coro del Regio, istruito da Ulisse Trabacchin e non è cosa da poco affrontare un’opera in lingua russa, segno palese della professionalità di un ensemble quale pochi altri teatri in Italia possono vantare; ha convinto grandemente fin dall’esordio, dando prova di versatilità ed eccellenza; così pure una nota di ammirazione va al Coro di voci bianche, sul quale Claudio Fenoglio ha compiuto davvero un eccellente lavoro.
Ed ora la regìa, affidata alle mani del britannico Sam Brown che ha raccolto e approfondito «un’idea concepita poco prima della pandemia da Graham Vick», vero e proprio genio visionario, purtroppo prematuramente scomparso nel 2021. Come per la direzione, anche in questo caso occorre registrare uno spettacolo di luci ed ombre: ovvero, alcune cose molto azzeccate, come la toccante scena del suicidio di Liza ed altre assai meno. E allora ad esempio la scena iniziale col piccolo comandante ed il manipolo dei suoi piccoli soldati, eccessivamente aggressivi, con un taglio non certo politically correct che a qualcuno (di questi tempi a maggior ragione) è parso non a torto eccessivo se non fuori luogo. Una regia che muove masse e personaggi in maniera piuttosto prevedibile. Una regia non esente da qualche errore. Ad esempio: quando la contessa irrompe nella stanza di Liza e scorge dapprima la pistola di German, poi lo cerca sotto al letto, intimando nel contempo alla nipote di andare a letto (quando la ragazza è già nel suo giaciglio), il tutto risulta ingenuo se non addirittura un poco ridicolo. E ancora: l’apertura del terz’atto con German che brucia fotografie (che ritraggono particolari del volto e dettagli vari), anziché leggere la lettera di Liza, e di costei si sente la voce (amplificata): risulta espediente un poco ingenuo e forse anche fuorviante. La scena del ballo mascherato, poi, per la coreografia provocatoriamente trasgressiva di Angelo Smimmo (che riprende ed adatta quella originale di Ron Howell), scena investita da luci allusivamente rosse, a non pochi è parsa francamente eccessiva (lungi da ogni ipocrita moralismo), semplicemente non si vede la necessità di averla trasformata in un’orgia di bassa lega, anche se scenicamente di impatto, occorre ammetterlo (ma forse fin tropo d’impatto). Detto ciò, bene la scena del suicidio di Liza, volta ad evidenziare, dai due lati del fiume, ovvero del canale, la distanza psicologica oltre che fisica tra la donna ed il giocatore.
Ecco alcune delle dichiarazioni di intento del regista: «Hermann è un uomo qualunque, prigioniero di un’esistenza incolore, sospeso in un limbo sociale da cui non vede via d’uscita. Vive nel dormitorio di una caserma, in uno spazio angusto che riflette la monotonia della sua condizione. La sua è una vita decorosa, ma priva di slanci, un’esistenza in cui il benessere è un miraggio e il desiderio di riscatto si alimenta di fantasie. Il mondo attorno a lui gli appare come uno spettacolo inaccessibile: lo contempla con uno sguardo febbrile, carico di invidia e smarrimento, come chi osserva una vetrina luccicante senza potervi entrare. Si muove in una dimensione fatta di illusioni, una sorta di “realtà Instagram” ante litteram, dove la felicità altrui gli sembra scintillante e perfetta, ignaro delle incrinature che la percorrono. In questa società rigidamente strutturata, Liza incarna l’aspirazione al dissenso: nata e cresciuta in un mondo di privilegi e regole inflessibili, sogna di sottrarsi alla gabbia dorata che la opprime. Hermann, al contrario, desidera ardentemente varcarne la soglia, illudendosi che solo lì possa trovare il rispetto, la ricchezza e l’amore che gli sono negati. Ma il destino, implacabile, gioca con le loro illusioni e li trascina in una partita senza vincitori, dove la realtà si impone con tutta la sua crudeltà». Affermazioni, queste riportate in esteso, senza dubbio condivisibili che, pur tuttavia, non sempre hanno trovato, a giudizio di chi scrive, adeguata compiutezza sul piano della realizzazione pratica, lasciando qualcosa di irrisolto.
Molto efficaci le scene di Stuart Nunn (che firma anche i costumi stilisticamente variegati ed un poco incoerenti) costituite da elementi verticali girevoli su se stessi, sorta di remake di antichi periatti, intesi a ricostruire la settecentesca San Pietroburgo ai tempi della zarina Caterina, in grado di trasformare in un istante l’ambientazione: quasi carte da gioco, coperte e poi scoperte, con l’apporto sapiente delle luci. Caterina stessa compare in scena, ma è la contessa, una contessa che in realtà pare una diva del cinema, come sottolinea la presenza di un vecchio proiettore nella sua stanza. Ottime luci, quelle firmate da Linus Fellbom, sempre funzionali. Tra le scene, in particolare, ha molto colpito quella volta a designare il giardino d’inverno, con cancellata in ferro, antine laterali e balaustra, mentre sullo sfondo a prevalere era un colore vistosamente giallo Di spicco, entro le scene elementi, a led, ora a delineare il canale, ora a sottolineare le diverse ambientazioni, con un esile ‘tetto’ luminescente. Da citare le inserzioni di fotogrammi dal film in bianco e nero La dama di picche diretto nel 1916 da Jacov Aleksandrovič Protazanov: idea non certo innovativa, parsa pleonastica se non del tutto inutile, e in qualche caso non ha fatto altro che rallentare l’azione facendo venire un poco meno la tensione.
Applausi sì convinti, la sera della ‘prima’ ma senza eccessi, omogenei, dunque, senza punte particolari di ‘accensione’ per direttore o regìa, ma con visibili consensi (in gran parte per così dire emotivi) nei confronti dei protagonisti.