di Luca Chierici
Non nuovo nella ricca programmazione della oggi rinominata Orchestra Sinfonica di Milano, lo Stabat Mater di Rossini ha fatto nuovamente centro con una bella esecuzione diretta da Emmanuel Tjeknavorian e un cast di buona formazione (Benedetta Torre, soprano, Martina Belli, mezzo, Grancisco Gatell, tenore e Nicola Ulivieri, basso).
Lo Stabat, eseguito per la prima volta a Parigi nel 1842 sarebbe il lavoro sacro più importante di Rossini se il Maestro non avesse aggiunto anni dopo quella Petite Messe Solennelle cui spetta davvero la nomina di capolavoro assoluto. Eppure lo Stabat raccolse a Parigi un successo pieno che gli valse l’immediata trascrizione per pianoforte solo e a quattro mani da campioni del genere quali Henri Herz e Carl Czerny, pronti a trasferire sulla tastiera anche pagine di scrittura complessa come la fuga finale “In sempiterna saecula”, forse il punto più alto della partitura. I componenti del cast vocale si sono ben destreggiati nelle rispettive parti solistiche e ancora più in vista è stato il Coro guidato da Massimo Fiocchi Malaspina. Tjeknavorian ha diretto a memoria l’intero lavoro dimostrando sul campo una perfetta sintonia con un oggetto difficile, improbo, non sempre accolto con la giusta comprensione dal pubblico. E ha trasformato in successo anche questa non facile ricezione del capolavoro rossiniano.























