di Gianluigi Mattietti
IL Giulio Cesare di Dantone e Chiara Muti, che ha debuttato a Ravenna, con tappe a Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Lucca, è approdato anche a Bolzano. Una grande coproduzione che conferma come alcuni titoli del repertorio barocco si siano ormai consolidati anche nei teatri italiani (vedi il Giulio Cesare di Alessandrini e Michieletto all’Opera di Roma).
La partitura è stata purtroppo molto sforbiciata, forse per venire incontro alle esigenze della regìa, ed eseguita non con l’Accademia Bizantina, strumento rodatissimo nelle mani di Dantone, ma l’Orchestra Haydn di Bolzano, la quale non ha sfigurato, nonostante qualche riadattamento nell’organico (ma anche nella versione con la Bizantina erano state apportate delle modifiche, un po’ arbitrarie, rispetto alla strumentazione originale di Händel) e con un diapason diverso (442 contro 415) dettato dagli strumenti moderni. La varietà timbrica, la sottile caratterizzazione dei personaggi, la forza evocativa dell’opera händeliana, nella quale Dantone vede la «perfetta simbiosi tra storia e mito e la massima armonia tra musica e teatro», si prestavano molto bene sua lettura esperta, scattante, molto teatrale, carica di tensione anche nei momenti apparentemente più statici, capace di caratterizzare ogni personaggio e ogni scena, trovando sempre i giusti accenti, ma conservando una sobrietà e un eleganza che latitano in tante interpretazioni moderne del repertorio barocco. Nel cast spiccava la Cleopatra di Marie Lys, musicalissima, sempre a fuoco e in stile, anche nelle parti di agilità, spigliata scenicamente e assai duttile nel passare dall’introspezione alla seduzione. Alla sua freschezza si contrapponeva l’emissione opaca della Cornelia di Delphine Galou, che suppliva però alle carenze vocali con la nobiltà della recitazione, con un fraseggio e un’espressività da vera eroina tragica. Le quattro parti maschili erano stranamente tutte affidate a controtenori o sopranisti, forse per evitare di avere ruoli en-travesti. Tra questi non eccelleva il protagonista, un Raffaele Pe dalla voce velata, l’emissione disomogenea dal punto di vista sia timbrico che dinamico, non impeccabile nell’intonazione e anche piuttosto monotono nella recitazione (salvo poi gigioneggiare in alcune scene). Spiccavano invece Nicolò Balducci, un Sesto dalla tecnica superba e con una vasta gamma di colori e di espressioni, e Rémy Bres-Feuillet nei panni di Tolomeo, tanto esuberante in scena quanto raffinato nel canto. Bravissimo anche il baritono Davide Giangregorio che restituiva un Achilla dall’emissione facile, timbro caldo e autorevolezza scenica.
Molto discussa, la regìa di Chiara Muti leggeva quest’opera «attraverso un gioco di simboli», tratteggiando i personaggi con identità fragili, proiettandoli all’occasione in un universo shakespeariano (cosa che non poteva non piacere a Giorgio Battistelli, direttore artistico della Haydn e recente autore di un Julius Caesar): un gioco di immagini e allusioni estremo che alla fine, più che stimolante, risultava caotico e ridondante. Male interpretava soprattutto la «assoluta convergenza e corrispondenza tra suono, vocalità e gesto scenico», trasformando ogni ritmo ripetitivo, ogni figura incalzante, ogni ritmo di accompagnamento in uno spunto per trasformare Giulio Cesare in opera buffa, in farsa rossininana, creando continui scketch e siparietti. Trovava quindi il dinamismo dell’azione non del disegno drammaturgico, ma nell’elemento ritmico locale, nello stacco estemporaneo, probabilmente per la poca dimestichezza con l’opera barocca, che le faceva intravedere una grande «frenesia» nel semplice avvicendarsi di arie diverse, «che passano dalla pietà al riso, dall’ironia alla sensualità amorosa, dall’ira allo sconforto». La vicenda narrata era dunque un semplice pretesto, una griglia generale per costruirci sopra uno spettacolo più coreografico che drammatico, con una serie di scene con messaggi, citazioni, allusioni, che accentuavano la dimensione del gioco e dell’ironia, certo non estranea a quest’opera, ma in maniera davvero caricaturale: c’erano mimi sempre in movimento, che si aggiravano come lemuri, che si muovevano come marionette o come soldati un po’ cretini, che danzavano con grandi pupazzi di pezza, o li maltrattavano, che pescavano o giocavano a tennis… tanto che i momenti più belli erano quelli a sipario chiuso, quando per qualche minuto tutto quel brusio di sottofondo si placava. Bastava un ritmo per innescare un passo di danza. Ma bastava anche una parola per creare delle controscene, in maniera piuttosto didascalica: appena Cesare citava «l’astuto cacciator» pullulavano maldestri arcieri; si citava la «spada» e tutti intorno le sguainavano. Comunque non c’era da annoiarsi, perché succedeva davvero di tutto: le tre Parche comparivano qua e là per svelare qualche destino; Achilla gettava il capo mozzo di Pompeo sul palcoscenico come fosse un pallone; Cleopatra si spostava di profilo, come nelle gag sugli antichi egizi; Tolomeo appariva come un omosessuale isterico e psicolabile, che passava dal narghilè alla cetra di Nerone, offriva a Cesare un banchetto avvelenato, veniva sedato con una mega siringa; Giulio Cesare si presentava in scena con una testa di asino (anche un po’ ragliando e alludendo alla trasformazione di Bottom nel Sogno di una notte di mezza estate); c’era il teschio di Amleto, cui faceva riferimento Sesto nel suo desiderio di vendicare il padre; e c’era una pantomima, al ralenti, dall’assassinio di Cesare accoltellato dai congiurati. Nello spazio scenico disegnato da Alessandro Camera e illuminato dai bei giochi di luce di Vincent Longuemare, dominati da un tono ocra e dorato, tutti si muovevano tra frammenti di un testone di Giulio Cesare, che alla fine dell’opera venivano riassemblati e incorniciati da allori dorati. Le idee in sostanza erano tante, troppe e certo, queste, non bene assemblate, soprattutto prive di un filo conduttore comprensibile. La regìa risultava dunque cervellotica e fumosa. Forse per questo – tanto per rimanere nel registro ironico/concettuale – la scena era stracarica di teste e di teschi, ed era sempre avvolta nei fumi.























