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“Salome” nella Vienna di Klimt

Francesco Lora di Francesco Lora
27 Febbraio 2013
in OPERA, RECENSIONI
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Home OPERA
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salome copia

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Opera • Il capolavoro di Wilde/Strauss in un allestimento ispirato al pittore della Secessione. Si sono distinte la protagonista di Camilla Nylund e la Herodias di Michaela Schuster


di Francesco Lora


Nell’allestimento scenico della Staatsoper di Vienna, la Salome di Richard Strauss è un omaggio a Gustav Klimt: se Boleslaw Barlog firma una regia fedele alla didascalia, le scene e i costumi di Jürgen Rose citano il pittore viennese negli sgargianti accostamenti cromatici spruzzati d’oro, nel colossale scoscendere di alti gradoni dipinti e nel sontuoso od onirico ricadere dei tessuti sui corpi dei cantanti. Lo spettacolo, che ha molte primavere sulle spalle, mostra i segni del tempo in qualche scolorimento o sgualcitura, ma non certo nell’idea di fondo: esso fa tutt’uno con l’aspetto e la cultura della capitale austriaca, già sede della Secessione; calza come un guanto al testo di Oscar Wilde tinteggiato da Strauss; coincide infine con l’esuberanza, lo sfarzo e il caleidoscopio timbrico dell’Orchestra della Staatsoper, capofila delle interpretazioni straussiane secondo l’inossidabile tradizione viennese. Nelle recite dell’11, 15 e 18 febbraio, per la verità, il direttore Peter Schneider ha faticato a domare la grande compagine sinfonica, la quale ha sfogato le proprie sezioni con ostentazione selvaggia: splendide sonorità da ogni settore del golfo mistico, cioè, senza però pervenire all’unità di intenzioni, né tantomeno al rispetto di precise volontà direttoriali; a Vienna, si sa, con poche eccezioni, è l’orchestra a decidere chi comanda e quando. All’ascoltatore, pur sempre stordito dall’ammirazione, rimane un retrogusto amarognolo: nelle recite del maggio scorso, sotto la bacchetta di Ulf Schirmer, un’orchestra più disciplinata si era coperta di gloria ancor maggiore, facendo gridare al miracolo.

Quando più, quando meno: alla Staatsoper la Salome è in cartellone tutti gli anni o quasi, e l’avvicendamento di diversi interpreti in uno stesso allestimento è inevitabile, vivificante, avvincente. A questo giro, la parte protagonistica è spettata alla finlandese Camilla Nylund, soprano di sicuro riferimento nel repertorio straussiano: la voce è chiara, svettante e radiosa, per nulla intimorita dalle asperità della partitura; e non vi è esitazione, da parte dell’attrice, nell’affrontare di persona e con onore la “Danza dei sette veli” (contro l’uso di ricorrere a una ballerina come controfigura). Finita la Danza, la Nylund dà il colpo decisivo alla propria lettura del personaggio: questa Salome ipocritamente adolescenziale ed eterea, che accoglie madre e Tetrarca aggiustandosi in posa da fanciulla sognante e innocente, alla resa dei conti con Herodes rivela le sue pretese con tremenda rabbia, inaugurando solo qui la ferocia del registro di petto e una gestualità che graffia il palcoscenico. Non è da meno la presenza di Michaela Schuster come Herodias, cioè di un mezzosoprano tra i più in vista dell’area tedesca – sarà Kundry nel prossimo Parsifal di Wagner a Salisburgo, Festival di Pasqua – in una parte di caratterista poco spesso premiata da tanto lusso; si rileva innanzitutto la floridezza del materiale vocale in fatto di rotondità e potenza, e si gode poi di un accento drammatico ove non si perde una parola né un’inflessione: una simbiosi rara e degna di applauso. Un esito comparabile si sarebbe forse potuto ritrovare nello Herodes di Thomas Moser: il suo forfait ha invece lasciato il campo a Gerhard Siegel,  che persegue una declinazione istrionica e grottesca della parte senza per questo macchiare con suoni chiocci una sana vocalità.

Non entusiasma, al contrario, lo Jochanaan di James Rutherford, basso-baritono peraltro appena impiegato a Vienna come Hans Sachs nei Meistersinger wagneriani, e con risultato altrettanto parziale e interlocutorio. La voce, più grossa che risonante, il timbro, tanto omogeneo quanto sfocato, un accento generico e un aspetto fisico da frate gaudente rendono poco credibili i suoi moniti profetici, i quali dovrebbero tuonare con altro peso, incisività e autorevolezza. Validi nella loro stilizzazione sono infine Carlos Osuna come Narraboth e Juliette Mars come Paggio, mentre nell’innumerevole comprimariato si ritrovano i migliori nomi in servizio alla Staatsoper per le seconde parti: Herwig Pecoraro, Jinxu Xiahou, Benedikt Kobel, Wolfram Igor Derntl e Walter Fink per il quintetto dei Giudei; Janusz Monarcha e Nikolay Borchev per il duetto dei Nazareni; Alfred Šramek e Il Hong per quello dei Soldati; Jens Musger e Roland Winkler, in ultimo luogo, per l’Uomo di Cappadocia e lo Schiavo.

© Riproduzione riservata

Tags: Alfred ŠramekBenedikt KobelBoleslaw BarlogCamilla NylundCarlos OsunaGerhard SiegelHerwig PecoraroIl HongJames RurherfordJanusz MonarchaJens MusgerJinxu XiahouJuliette MarsJürgen RoseMichaela SchusterNikolay BorchevPeter SchneiderRoland WinklerThomas MoserUlf SchirmerWalter FinkWolfram Igor Derntl
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Si è addottorato in Musicologia e beni musicali nell’Università di Bologna ed è docente di Poesia per musica e drammaturgia musicale al Conservatorio di Verona. Con Elisabetta Pasquini dirige la collana «Tesori musicali emiliani» (Bologna, Ut Orpheus, 2009-) e vi pubblica in edizione critica l’Integrale della musica sacra per Ferdinando de’ Medici di Giacomo Antonio Perti (2010-11) e oratorii di Giovanni Paolo Colonna (La profezia d’Eliseo, L’Assalonne, Il Mosè legato di Dio e La caduta di Gierusalemme, 2013-21). Sue la monografia Nel teatro del Principe (sulle opere di Perti per Pratolino; Torino-Bologna, De Sono - Albisani, 2016) e l’edizione critica del manoscritto viennese Austriaco laureato Apollini (musiche di Ferdinando Antonio Lazzari, Giovanni Perroni e Francesco Maria Veracini, eseguite a Venezia, 1712, per l’incoronazione imperiale di Carlo VI d’Asburgo; Padova, Centro Studi Antoniani, 2016). Con Giulia Giovani ha curato Giacomo Antonio Perti: corrispondenze dall’Europa (ricognizione, edizione e analisi dell’epistolario del compositore; Roma, Società editrice di Musicologia, 2023). Collabora alla Cambridge Handel Encyclopedia, al Dizionario biografico degli Italiani, al Grove Music Online e alla Musik in Geschichte und Gegenwart. Dal 2003 è critico musicale per testate giornalistiche specializzate, inviato nelle massime istituzioni di spettacolo europee; collabora col «Corriere musicale» dal 2013. Nel 2020 la Fondazione Levi di Venezia gli ha conferito il Premio biennale “Pier Luigi Gaiatto”.

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