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Alberto Savinio, il tratto della «Scatola Sonora»

Marco Testa di Marco Testa
30 Novembre 2017
in Libri, LIBRI, RECENSIONI
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Home Libri
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di Marco Testa


Specchio di un vivace angolo di vita musicale del primo Novecento, gli scritti musicali di Alberto Savinio (nome d’arte di Andrea de Chirico, fratello proprio di quel Giorgio De Chirico che fu celebre pittore della corrente metafisica) sembrano in parte riassumere il pensiero di Heinrich Neuhaus – il celebre insegnante, tra i tanti, di Svjatoslav Richter – secondo cui la critica musicale deve somigliare alla musica che descrive.

Effettivamente l’impressione che si ricava dai circa duecento articoli che Savinio scrisse tra gli anni Venti e il Secondo dopoguerra, qui riuniti nel volume intitolato Scatola sonora (Il Saggiatore, pagine 600, € 34.00, ISBN 9788842822998) e che prende il nome della rubrica che egli medesimo curava su Il Secolo XX, è quella di leggere degli scritti intrisi di musica anche quando trattano di arte figurativa o rievocano i miti della classicità.

Poliedrico e dalla cultura enciclopedica, Savinio era nondimeno poliglotta e cosmopolita: trascorse la sua vita tra la Grecia (dove nacque da genitori italiani), l’Italia, la Germania, la Francia, e molto viaggiò. Il suo sapere musicale è incardinato nella comunicazione interdisciplinare, convinto che altrimenti la critica non possa esprimere una buona critica: così attraverso la sua penna (talvolta impietosa) si confrontano il musicista, il poeta e il letterato, che convivono in lui perfettamente con pari dottrina. Intellettuale vivace, sempre a caccia di punti di contatto tra gli sterminati terreni dell’arte, Savinio, comunicativo, passionale, narciso forse, compì solidi studi musicali, facendosi ‘maestro’ all’età di soli anni dodici, quando ottenne il diploma in pianoforte ad Atene a pieni voti, per poi diventare allievo di Max Reger per la composizione. Ma se di enfant prodige si trattò, il talento del pianista trasmigrò ben presto nell’umanista, giacché il suo valore è misurabile assai più su questo terreno che non su quello del puro musico: eppure la musicalità saviniana si manifesta pienamente anche nel Savinio pittore, giornalista, critico, facendo dei suoi scritti racchiusi in questo libro una vera e propria scatola sonora. Perché Savinio è stato tutto questo e altro ancora, ma sopra ogni cosa è stato un grande scrittore.


Dovrà in seguito constatare, certo non senza vena polemica, che «hanno vinto i rozzoni»


La quantità e innegabilmente la qualità dei suoi scritti di musica è mirabile e abbraccia tutto l’arco dello sviluppo della musica occidentale dal Barocco in avanti: Savinio scrive di Monteverdi e Vivaldi, di Mozart e Beethoven, dei maggiori operisti italiani ma anche di Wagner e Richard Strauss, di Berg, delle opere di Stravinskij, di Mascagni, delle scuole nazionali e di tanto altro ancora, con competenza e soprattutto con la capacità di collocare tanto nella propria epoca quanto nella trama del proprio sviluppo storico ciascuno di questi autori. Savinio non si perdeva un concerto, un’opera, un recital e della musica sembra volesse esplorare ogni corridoio, ogni stanza e anticamera, in un progetto di unità estetica con le altre arti, aspirazione necessaria per la sua tutt’altro che seduta critica: egli disponeva dei titoli e della preparazione del musicologo, ma scriveva piuttosto da esteta intriso di musica, da dotto classicista ammaliato dai suoni, da scrittore sgorgante d’idee espresse con ritmo coinvolgente, per una critica musicale che non solo potesse descrivere, ma assurgesse a genere peculiare. E si tratta di scritti quasi sempre ispirati: una scrittura di getto, cesellata magari in seguito (come sempre avviene, d’altra parte, anche nello scriver di getto), ma qui il ragionamento metodico segue e non precede la scrittura. Un Mozart della penna, avrebbe forse detto, in modo un po’ altisonante e un po’ retorico, un critico della sua epoca e della generazione precedente. A volte il lettore potrà trovare ridondanti alcuni passaggi. Ma si tratta di una ridondanza traboccante di vitalità, di musica e del desiderio di comprenderla. Una scrittura mai vuota, talvolta polemica, sempre trascinante.

Propugnatore della musica come efficace strumento di educazione civica al fine della costituzione di una società realmente civile e superiore, egli dovrà in seguito constatare, certo non senza vena polemica, che «hanno vinto i rozzoni»: tali erano per Savinio coloro che si attribuiscono la patente di persone civili ma che non hanno ricevuto un’educazione musicale, o piuttosto tali sono coloro che negano all’arte di Euterpe una qualche funzione civile. Insomma, la costruzione di una società evoluta non può non passare attraverso le proporzioni musicali: il gusto e il giusto dovevano legarsi al bello musicale, alle sue geometrie e ai suoi valori, tenendo conto dell’antico aforisma greco: ciò che è bello è anche buono («Tutte le qualità buone e belle devono essere coltivate», scrisse  Senofonte ne I Memorabili).

Anche quando non sarà d’accordo su alcune sue valutazioni (e gli capiterà), il lettore sarà stimolato dalla contagiosa curiosità di Savinio. Tra i tanti temi toccati in questi articoli, uno dei più incisivi e insieme polemici riguarda il ritorno alla musica antica proprio del suo tempo, che egli esecrava in quanto, sosteneva, si trattava di un processo figlio non di una scelta estetica cercata, voluta, non di un’evoluzione consapevole, ma dello spirito borghese incapace di comprendere la musica contemporanea:

«Nonché malato di malattie politiche, il nostro tempo è gravemente malato di malattie estetiche. Come spiegare altrimenti la strana preferenza così frequente oggi per le musiche antiche, ossia per le musiche fuori tempo? Oggi, la maggiore e anche la migliore parte degli amatori di musica preferiscono le musiche da Mozart in là, e più le musiche sono lontane da noi, più coloro al sentirle si sentono puri di animo, eletti di arte, castigati di gusto». E ancora:

«La moda della musica antica è una manifestazione collettiva di codardia […].Questa manifesta, questa ostentata preferenza per la musica “antica” non è rinuncia soltanto a quella superiorità espressiva e tecnica che la musica “moderna” rappresenta di fronte alla musica “antica”: è rinuncia soprattutto a quel progresso spirituale che aveva fatto l’uomo padrone di se stesso. Preferire la musica “antica” significa abbandonare le posizioni conquistate e ripiegare su posizioni arretratissime: ripiegamento tanto più deplorabile, che tra quelle posizioni e queste c’è il passaggio da uno stato di libertà a uno stato di schiavitù. Sentimento “borghese” amare la musica antica».

Parole forti, quale che sia il giudizio che possa darsi in merito. Ma parole fresche, incastonate in pagine ispirate, come fresche e ispirate sono le considerazioni su Verdi, su Wagner, sul rapporto tra musica e media, su Donizetti, sullo stesso pianoforte… Parole da artista, quelle del critico Savinio, così che l’arte diventa la risposta alla domanda: «come parlare della musica?». Se il lettore avrà la pazienza di seguire l’autore nei continui rimandi, nei salti pirotecnici alla ricerca dei legami tra la musica e le altre espressioni umane, secondando il ritmo della sua penna (quasi fossero scritti da ascoltare), ne sarà certamente ripagato. In musica, naturalmente.

Tags: Alberto SavinioScatola sonora
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Marco Testa

Marco Testa

Cresciuto nell'isola di Sant’Antioco, ha compiuto studi storici e archivistici parallelamente a quelli musicali. Già collaboratore della cattedra di Bibliografia musicale del Conservatorio di Torino e docente dell'Accademia Corale "Stefano Tempia" (guida all'ascolto/storia della musica), attualmente è docente di storia della musica presso IMUSE Torino e collabora con festival e istituti di ricerca. Autore di saggi e articoli pubblicati in riviste specializzate, lavora principalmente per l'Archivio di Stato di Torino e scrive su "Musica - rivista di cultura musicale e discografica" e su "Il Corriere Musicale".

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