di Luca Chierici
Daniele Gatti è per la Società del Quartetto il direttore “di prima scelta” fin dal 2022, quando ha incastonato l’Eroica di Beethoven in un suo programma, facendola seguire dalla quarta, quinta e sesta sinfonia l’anno seguente per il concerto inaugurale della centocinquantanovesima stagione della gloriosa società milanese.
Il ciclo beethoveniano si concluderà a settembre di quest’anno per la ricorrenza della 160ma annata ma l’altro giorno si sono ascoltate la prima, seconda e settima sinfonia che completano il ciclo, protagonista strumentale l’Orchestra Mozart.
Avevamo già notato negli appuntamenti scorsi che Gatti si riserva in queste sinfonie di apportare alcune varianti di fraseggio che forzano non poco la lettura delle stesse deviando da uno stile più classico. Non dimentichiamo che la prima e seconda vennero eseguite rispettivamente nel 1800 e 1803 e per la settima è necessario attendere il 1813. Siamo dunque in pieno periodo classico e la pur sconvolgente scrittura beethoveniana, pur passibile di diverse interpretazioni, mal si adatta a certe variazioni di tempo rispetto ai metronomi indicati dall’autore e più o meno rispettati nella tradizione esecutiva, così come non tutte le sottolineature di alcuni particolari volute da Gatti trovano una loro ragion d’essere indiscutibile. Dovremmo scendere in particolari partitura alla mano, ma non occorreva essere specialisti beethoveniani per comprendere ciò di cui parliamo. Questa modernizzazione, o post-datazione come la si vuole chiamare, era più evidente nelle prime due sinfonie, mentre la settima ha sofferto soprattutto nel finale di una sorta di rincorsa verso l’epilogo che è sembrata eccessiva. Il successo di pubblico è però stato innegabile, motivo che ci fa dubitare della conoscenza di alcune ragioni stilistiche da parte della maggior parte dello stesso. Un pubblico già pronto al trionfo che seguirà certamente all’esecuzione prossima della nona sinfonia.
Gatti dovrà forse maturare ancora di più la sua visione dei classici (ma alcune esecuzioni passate rivelavano le stesse velocità se non le stesse varianti di fraseggio) e per fortuna ci dona sempre eccellenti letture del repertorio romantico e novecentesco. Di ciò dovrà tenere conto quando si avvicinerà la sua più che probabile nomina come direttore stabile del più grande teatro milanese























