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Il Werther di Massenet alla Scala dopo quarant’anni

Grande successo per tutti i protagonisti e per la regìa di Christof Loy. foto © Brescia & Amisano

Luca Chierici di Luca Chierici
12 Giugno 2024
in OPERA
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Home OPERA
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di Luca Chierici

Non lo si ascoltava da molto, troppo tempo, il Werther, che è sicuramente il capolavoro del suo autore e un’opera che ha riscosso da sempre una notevole successo di pubblico per la bellezza della musica e il rimando a un soggetto classico della poetica goethiana.

Ciò che si è visto alla Scala presupponeva una conoscenza da parte degli astanti non solamente della vicenda in sé ma anche delle didascalie del libretto, dell’ambientazione del soggetto, poiché ben poco si salvava nella immaginifica versione preparata dal regista Christof Loy che ha operato più sui meccanismi che regolano i rapporti tra i personaggi che sulla coerenza del soggetto stesso. Loy ha infatti letto la vicenda aderendo sì alla psicologia di Werther, Charlotte, Albert e Sophie ma quasi studiandone i risvolti reciproci, dando per scontato, complice le schematiche scene di Johannes Leiacker, che agli astanti poco interessasse la struttura del borgo nel quale si svolge la vicenda, la casa del Borgomastro e quella di Albert alla vigilia di Natale, lo studio di Werther agonizzante. Un’unica scena con una porta a due battenti scorrevoli incastonata in una enorme parete vuota, che lascia intravedere solamente cosa accade al di là, rappresenta l’idea che Loy ha dell’ambientazione di quest’opera, lasciando lo spettatore dunque immaginare tutti gli altri dettagli del libretto. È un’idea forte, abbiamo detto, che permette al regista la riflessione su altri aspetti della vicenda, o meglio sui rapporti che intercorrono tra i protagonisti e che davvero guarda, più che all’opera di Massenet (che si perderebbe anche in particolari sdolcinati tipici di una giovane borghesia tedesca) al testo originale di Goethe. Se è vero che il romanzo goethiano innescò una serie di suicidi per amore, è questo il contesto in cui Loy precipita lo spettatore, per nulla attratto dai riferimenti borghesi che si affacciano al di là del portale o, all’inizio, al di qua con la scena dei bambini che evocano il Natale. Non tutto però funziona in questa visione del regista, che nelle scene finali si perde in una rappresentazione del suicidio del protagonista con alcuni particolari male risolti. Sono i trabocchetti delle regìe “moderne”, che a furia di eludere gli aspetti tradizionali cadono spesso nell’inespresso, nel difficile da cogliere. Aspetti tradizionali che, ad esempio, erano invece ravvisabili nei bellissimi costumi femminili dovuti a Robby Duiveman.

Ciò premesso l’edizione andata in scena alla Scala si è rivelata perfettamente consona alla lettura del regista, con una direzione di Altinoglu che ha confermato l’abilità del direttore nel dipanare la musica che scorre a fiumi nell’immaginazione del compositore, soffermandosi sia sugli aspetti corali che, soprattutto, sui commenti che delineano la personalità dei quattro protagonisti principali. Una sorpresa per tutti è stata la Sophie di Francesca Pia Vitale che ha stupito per vocalità smagliante e perfetta rispondenza al ruolo di amante segretamente respinta da Werther, e bene inserito nel non facile personaggio si è rivelato Jean Sébastien Bou come Albert. Charlotte di gran pregio è stata Victoria Karkacheva, non fosse stato per la dizione francese poco comprensibile, elemento che è stato riscattato dalla personalità della voce e dalla notevole presenza scenica. Ma la più che attesa star della serata era Benjamin Bernheim, Werther che si è immerso con spontanea aderenza al personaggio e che forse ha oltrepassato i pur presenti limiti del regista. Bernheim è un tenore che ha approfondito tutti gli aspetti della partitura, che è stato capace di sovrastare anche le ondate di suono davvero wagneriane che Altinoglu ha richiesto all’orchestra e che non ha avuto paura di confrontarsi con un Werther d’annata che era stato l’indimenticabile Alfredo Kraus. Grandi applausi per tutti (una volta tanto anche per i responsabili dell’allestimento), per l’importante ruolo dei bambini del coro di voci bianche istruito da Casoni, e commozione palpabile – ancora oggi – nel pubblico.

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Luca Chierici

Luca Chierici

Luca Chierici, nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Radio Popolare dalla fine degli anni '70 e per Il Corriere Musicale dal 2012, collabora alle riviste Musica e Classic Voice dalla fondazione. È autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti istituzioni teatrali e concertistiche e case discografiche. Ha collaborato per molti anni alle riviste Amadeus, Piano Time, Opera, Sipario. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha curato numerose voci per la Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso i licei milanesi. Nell'anno accademico 2016-2017 ha tenuto un ciclo di seminari di storia dell'interpretazione pianistica presso il Conservatorio di Novara (ciclo che è stato replicato per l'anno 2017-2018 al Conservatorio di Piacenza). Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di oltre 140.000 spartiti e una collezione di oltre 70.000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha contribuito in qualità di consulente al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano. Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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