di Attilio Piovano
Tra le più note e apprezzate pianiste a livello mondiale, la canadese Angela Hewitt è considerata (meritatamente) una tra le più originali e accreditate interpreti di Bach. E non a caso la musica del Kantor la Hewitt ce l’ha nel sangue, nei cromosomi, insomma nel suo Dna.
Figlia d’arte – il padre era organista e direttore del coro della Cattedrale di Ottawa – classe 1958, la Hewitt con le bachiane Variazioni Goldberg, in particolare, ha un rapporto privilegiato ed oltremodo prolungato nel tempo. Ha iniziato a suonarle sedicenne (del resto iniziò lo studio a soli tre anni), dacché festeggia ora il 50° del suo sodalizio con la straordinaria opera cembalistica, vero e proprio macrocosmo che ogni volta lascia stupiti e ammirati per la singolarissima ricchezza di contenuti e l’eccezionale conio formale.
A Torino, la Hewitt la si è ascoltata per la stagione de «I Pianisti del Lingotto», la sera di martedì 4 marzo, in Sala 500, dove ha riscosso un successo a dir poco strepitoso.
Come noto, affrontare al pianoforte questo vero e proprio monumentum all’arte del variare, comporta precise scelte interpretative. Gli appassionati si dividono tra cultori di esecuzioni solamente ‘filologiche’ al clavicembalo ed altri che, sulla scorta del geniale ed estroso Glenn Gould (che a suo modo fece scuola e con il quale ogni esecuzione deve necessariamente confrontarsi, fosse anche per rifiutarlo in toto), le ritengono terreno ideale per una re-invenzione pianistica.
La Hewitt sceglie di eseguirle con un nitore e una ‘pulizia’ che sono da vero manuale: e dunque pochissimo pedale, salvo concedersi qualcosa in chiusura, nell’armonioso Quodlibet, ed anche nella penultima dove compaiono raddoppi in ottava e altro ancora. Gioca su fraseggi e differenziazioni timbriche, sfoggiando una tecnica incredibile e una bravura che pochi altri possono vantare, quanto a trilli, incroci di mani, salti, sicurezza nello sgranare le note con una luminosità ialina e adamantina che pone in luce tutte le affinità con certo Scarlatti e via elencando. L’interpretazione delle Goldberg al pianoforte consente, ovviamente, di differenziare al meglio le linee polifoniche: ed è un aspetto emerso stupendamente nell’esemplare interpretazione della Hewitt, grazie alla sua sagacia nel decifrare i contrappunti e nel renderli palpabili agli ascoltatori, una vera lezione di stile.
E ancora: ammirevole il rilievo lirico e talora ricco di pathos dato a certe variazioni in modo minore, grazie al tocco, oppure in altri casi con impercettibili rallentandi, un gioco sopraffino di fraseggi e molto, molto altro ancora.
La Hewitt esegue per intero i ritornelli (la sua performance dura un’ora e venti circa), variando pochissimo (talora riproponendoli in maniera pressoché testuale). E allora luci ed ombre: taluno ritiene che sia opportuno porre in atto abbellimenti e varianti estemporanee, diversamente i ritornelli non hanno senso (ciò del resto in sintonia con la prassi barocca, ma il cembalo è cosa diversa dal moderno pianoforte), altri al contrario apprezzano un’esecuzione che eviti ogni possibile ‘incrostazione’ (come talora accade in certe proposte cembalistiche fantasiose ed eccessivamente fiorite). In un caso ha stupito, eseguendo all’ottava superiore la riproposta della variazione, verosimilmente in ossequio all’indicazione del 4 piedi prescritta per il cembalo: suggestivo e inconsueto. La stessa scelta di avvalersi di un Fazioli dal suono talora leggermente aspro appare indicativa di un preciso sentire: interpretazione sì al pianoforte, sfruttandone le ricche potenzialità timbriche e di distinzione delle parti polifoniche, ma al tempo stesso evitando di caricare l’opera di sovrastrutture per così dire ‘pre romantiche’ che nulla avrebbero a che fare.
Un’interpretazione, quella della Hewitt, dove a prevalere sono intelligenza e sensibilità, gioiosa lucentezza e chiarezza espositiva, cordiale comunicativa, pur senza nulla concedere ad una facile e plateale brillantezza fine a se stessa. A dir poco ammirevole.























