di Attilio Piovano
Un bel modo – quello prescelto da Ton Koopman – per festeggiare l’ottantesimo genetliaco, vale a dire interpretare in tournée l’integrale dei bachiani Sei Brandeburghesi alla guida della ‘sua’ compagine, la blasonata Amsterdam Baroque Orchestra.
Ad invitare a Torino, per la gioia dei barocchisti (e non solo), il direttore e cembalo-organista olandese con il suo ensemble ha provveduto Lingotto Musica, per la stagione dei Concerti in Auditorium ‘Agnelli’. Uno speciale privilegio e un’occasione preziosa poter ascoltare di seguito, in una medesima serata, l’intera serie dei mirifici Sei Concerti – vera summa settecentesca di maniere tedesche, italiane e francesi, capolavoro sublime che tuttora lascia attoniti e ammirati per la ricchezza dei contenuti, la varietà degli aspetti formali e molto altro – idealmente potendoli raffrontare, come già era avvenuto nel dicembre del 2021 quando i sei capolavori del Kantor vennero proposti dall’Orchestra Barocca Zefiro per la direzione di Alfredo Bernardini.
Folto pubblico, anzi a dire il vero sala gremita (ed è risultato di grande rilievo, trattandosi pur sempre di repertorio per così dire ‘di nicchia’), la sera di martedì 11 marzo 2025, e un meritato successo entro la vasta sala concerti di via Nizza, progettata da Renzo Piano.
Koopman ha scelto di proporre i Brandeburghesi, come spesso accade, in un ordine diverso rispetto a quello della catalogazione di Schmieder (BWV 1046-1051). L’esordio, pur tuttavia, ragionevolmente è stato con il Concerto n. 1 in fa maggiore dall’anomalo taglio (prevede un Minuetto, una Polacca e relativi Trii in coda ai tre tempi ‘regolamentari’); un Concerto che annovera come si sa la presenza di due corni da caccia: a suonarli i pur validi e passabilmente intonati Christopher Price e Thomas Müller e pazienza per qualche piccolo incidente di percorso, ma si sa quanto siano infidi e insidiosi gli strumenti antichi; basta una variazione di umidità a sala piena e allora possono manifestarsi défaillance che pur tuttavia (quasi) nulla tolgono al fascino di sonorità desuete e arcaiche, irrinunciabili in caso di esecuzioni filologiche. E ancora, accanto agli archi, ecco in organico tre oboi (un plauso sincero a Marcel Ponseele, Ofer Frenkel-Shraga e Hanna Lindeijer), un fagotto (Wouter Verschuren) e un violino piccolo. Quest’ultimo maneggiato con innegabile maestria da parte di Chaterine Manson che ha tuttavia adottato un strumento dal suono eccessivamente velato se non addirittura cupo, e ciò ha finito per penalizzarla un poco. In apertura qualche piccolo problema di equilibrio fonico tra archi e fiati (poi in parte risolto) non ha tuttavia inficiato il carattere fastoso e incoativo del Concerto al quale Koopman ha impresso tempi moderatamente scorrevoli. Avremmo voluto forse un filo di maggiore icasticità e brillantezza, ma è peccato veniale.
A seguire il celeberrimo Quinto, con cembalo concertante, traversiere e violino a far da ‘concertino’. Koopman stesso ha disimpegnato la parte del cembalo facendosi ammirare per la fantasiosa creatività nel realizzare gli abbellimenti, e così pure nell’affrontare con buona tecnica, ma soprattutto con disinvolta e a tratti iconoclasta libertà la lunghissima e anomala cadenza, quasi iconico prototipo. Koopman dalla doppia tastiera del cembalo visibilmente ‘tirava’ sui tempi inizialmente un po’ allentati esortando i compagni di percorso ad una maggiore scioltezza. Poco udibile (nonostante la nostra postazione fosse piuttosto ravvicinata rispetto al palco) il flauto traverso della pur ottima Kate Clark apprezzata per gusto, eleganza ed appropriatezza stilistica, e allora ecco una certa monocromia timbrica (dovuta anche al colore scuro del violino). Un po’ più di brillantezza e di differenziazioni dinamiche, poi, non avrebbero guastato nel pimpante finale, quasi danza gaelica, che è scivolato via invece quasi anodino e con (troppo) compassato aplomb, nonostante i validi fraseggi e la buona messa in luce degli spunti imitati.
Quindi il Terzo, in sol maggiore (BWV 1048), che è concerto ‘di gruppo’ per soli archi (e continuo). Se ne è ammirata la fluidità del primo tempo e così pure l’allure (moderatamente) briosa impressa al finale. Di gran spicco le mirifiche improvvisazioni di Koopman entro l’Adagio che prevede un solo, brevissimo, collegamento armonico e che, secondo una consolidata prassi, preconizza interpolazioni mediante altre pagine bachiane o, per l’appunto, libere improvvisazioni in stile. Koopman ha scelto una saggia via di mezzo, potendo contare su vasta esperienza e grande sensibilità, dopo decenni di frequentazione con la musica del Kantor. Sicché ha improvvisato sì, ma partendo dalla cembalistica Toccata in sol minore BWV 915 destando non poco stupore.
Molto buona la performance di Sander Kintaer (tromba) nel Concerto in fa maggiore BWV 1047 al cospetto di impervie e famigerate difficoltà affrontate con souplesse (appena qua e là qualche piccola forzatura, ma siamo comunque a livelli assai elevati, per precisione e bellezza di suono). A tener testa all’ottimo strumentista vi erano Reine-Marie Verhagen (flauto) e il violino di David Rabinovich. A conti fatti il Secondo Concerto, dalla palese e smagliante spettacolarità, è forse quello che ha maggior mente colpito per variegata alternanza di sonorità, fraseggi e dinamiche.
In penultima posizione si è ascoltato il Sesto Concerto dalla singolare ‘compattezza’ sonora dovuta all’insolita opzione di organico prevista da Bach; in questo caso il Kantor pose in atto infatti la sorprendente scelta di lasciare ‘in panchina’ gli archi acuti, avvalendosi di sole viole da braccio, da gamba e violoncello (a interpretarlo i validi John Crockatt e Catherine Manson viole da braccio, i gambisti Alberto Rasi e Kostanze Waidosch e al violoncello Werner Matzke; ben amalgamati ed omogenei, hanno fornito una buona prova). Una scelta, quella del sommo musicista di Eisenach, in grado di rivelare a chiare lettere la sua volontà enciclopedica e compendiaria nel variare organici e disposizioni sonore, realizzando con i Brandeburghesi – al pari delle Goldberg, del Clavicembalo ben temperato, delle violoncellistiche Suites o ancora delle violinistiche Sonate e Partite – una riassuntiva sintesi del mondo del concerto barocco che ha tuttora del prodigioso.
In chiusura Koopman e i ‘suoi’ hanno deciso di lasciare il Quarto Concerto che ha regalato innegabili emozioni, a coronamento di una serata di qualità: e allora, ammirata ancora una volta la già citata Catherine Manson per l’impeccabile tecnica (e si sa quanto il Quarto richieda bravura assoluta e dominio perfetto dello strumento), sicché a maggior ragione spiace dover rimarcare ancora l’opacità del suo strumento che ha finito per porne un poco in ombra la bravura. Molto bene le due flautiste dall’intonazione inappuntabile e dalla buona emissione e si trattava ancora di Reine-Marie Verhagen affiancata dalla giovane Inès d’Avena. Morigerati e pur evidenti i giochi imitativi nell’ultimo tempo, del quale è stato eseguito, ormai a notte fonda, l’ultimo ritornello quale bis.
Prossimi due appuntamenti al Lingotto: martedì 8 aprile (recital del pianista Rafael Blechacz, in Sala 500), quindi l’atteso concerto della Camerata Salzburg dal programma monograficamente brahmsiano, previsto in Auditorium ‘Agnelli’ per mercoledì 7 maggio, solista di lusso la pianista Hélène Grimaud.























