L’Eugenio Onegin andato in scena nel mese di febbraio al Teatro Real di Madrid è una coproduzione con il teatro dell’opera di Oslo e il Liceu di Barcelona.
Si tratta della seconda messa in scena che il regista Christof Loy ha ideato per l’opera di Čajkovskij, a vent’anni dalla sua prima versione, ambientata nella Russia sovietica. Questa volta il regista non ha stravolto più di tanto l’ambientazione, che pur non essendo così precisamente databile, potrebbe collocarsi verso la fine dell’Ottocento, con una scelta che mette in luce un aspetto autentico della partitura, composta sì su un testo di Puškin, cioè di inizio secolo, ma nello spirito crepuscolare dell’epoca di Čechov. Se però il decadentismo, il ripiegamento intimo e un tono rinunciatario e disincantato sono certamente ingredienti importanti nella drammaturgia del capolavoro di Čajkovskij, il regista ha voluto troppo calcare la mano su questo lato dell’opera, tanto da far sparire dalla scena ogni riferimento all’antitesi di tutto ciò, ovvero alla purezza di cuore di Tatiana, alla ingenuità adolescenziale ed esuberante di Olga e insomma al mondo di valori immutabili rappresentati dalla vita di campagna, certo più noiosa di quella cittadina da cui viene Onegin, ma più a misura d’uomo, meno distruttiva.
Invece, per tutta la prima parte vediamo una famiglia di provincia che pullula di personaggi corrotti, un’atmosfera la cui desolazione è da imputare, secondo quanto s’indovina dalla regìa, all’ipocrisia benpensante che vieta ad eros di manifestarsi. Una lettura un po’ superficiale, per cui Tatiana non è mossa dalla sua anima sensibile e carica di ideali assimilati e potenziati dalle sue tante letture, ma è una vergine repressa, obnubilata dal desiderio fisico per Onegin, a sua volta più simile a un dongiovanni che a un intellettuale. Lo stesso dicasi di Olga, ridotta a una sciacquetta che si permette quella promiscuità sessuale da cui la sorella si tiene lontana. In questo panorama non si capisce come possano formarsi dei sentimenti e come possano quindi essere traditi dai casi della vita, amara verità che è il fondo poetico dell’opera.
Gli squarci lirici appaiono così senza radici nella vicenda e suonano come arie isolate, in cui è dato ai bravi cantanti dar sfoggio del loro talento, ma che non creano personaggi, né dramma. Si arriva pertanto, con logica consequenziale, al punto che la vicenda nella seconda parte si svolge direttamente in un paesaggio onirico privo di riferimenti reali, e tutti i personaggi s’agitano davanti a un fondo bianco in cui s’apre solo una porta (trovata già vista in Arabella, che permette a Loy di risparmiarsi la fatica di muovere le masse nelle scene di ballo): Lensky ucciso in duello può così riappare in scena e Onegin smarrirsi nei suoi deliri.
La direzione d’orchestra era affidata a Gustavo Gimeno, da poco scelto come futuro direttore musicale del teatro di Madrid, e si è distinta per una cura dettagliata dei particolari e per la tinta dimessa, in linea con la volontà dell’autore che in quest’opera ha evitato toni troppo melodrammatici. Ma certe estenuate sonorità, certe lentezze hanno forse spinto un po’ troppo la musica verso un decadentismo di tipo quasi mahleriano. Dell’alto livello del cast vocale si è già detto, piace qui segnalare il tenore Bogdan Volkov per le delicate mezze voci e il sontuoso basso Maxim Kuzmin-Karavaev nei panni di Gremin.























