di Monika Prusak
Considerato un giovane talento emergente, vincitore del 64° Concorso Internazionale Ferruccio Busoni e del Premio Arturo Benedetti Michelangeli (la cui assegnazione avviene solo in condizione di unanimità della giuria), Arsenii Moon ha presentato a Palermo un programma composto prevalentemente da musiche russe con un accento debussiano iniziale e due bis richiesti calorosamente dal pubblico. Preoccupa la scarsa partecipazione a un concerto serale di un nome di tale fama, che con grande probabilità potrebbe migliorare con una più assidua divulgazione mediatica precedente l’evento.
Quel che incanta sin dalle prime note della performance del pianista venticinquenne è il suono cristallino e ineffabile, che fa del suo Cloches à travers les feuilles di Claude Debussy un gioiello di trasparenza inedita, mai freddo, ma opportunamente bilanciato e coinvolgente. A tratti troppo ritirato nelle dinamiche, Moon ne propone una interpretazione poetica e sognante, che tuttavia non perde mai la pulsazione interiore. Il concerto prosegue con i ventiquattro Preludi op. 11 di Aleksandr Skrjabin, costituiti da brani molto brevi organizzati in maniera contrastante per quanto riguarda il carattere, i tempi e l’alternanza di tonalità maggiori e minori. Anche in questo caso il pianista non eccede mai nelle dinamiche, rendendo l’esecuzione a tratti fin troppo omogenea.
Un breve intermezzo, lento e riflessivo, della n. 2 delle Études-Tableaux op. 39 di Sergej Rachmaninov ha portato gli spettatori all’ultima posizione in programma: Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij. Nel caso di questa famosa composizione viene del tutto a mancare la resa “in modo russico”, prescritta puntualmente dal compositore, sostituita con la tempra che Moon evidentemente predilige: tocco delicato e carattere inafferrabile del suono. Non esaltano alcune licenze ritmiche e agogiche che il pianista si concede in Musorgskij e che rendono la composizione meno maestosa e di conseguenza poco convincente.
Dopo un lungo applauso finale, l’artista esegue due bis contrastanti: la delicatissima Siciliana di Bach/Vivaldi/Volodos e la più vivace e tecnicamente complessa Étude S. 140 No. 3 in Sol diesis minore “La campanella” di Franz Liszt, lasciando il pubblico incantato da una leggerezza eccezionale del tocco e da una eccellente virtuoseria.























