di Attilio Piovano
Secondo titolo di stagione, al Teatro Regio di Torino, e si è trattato del mozartiano Ratto al serraglio, capolavoro assoluto, sublime Singspiel datato 1782: andato in scena nel capoluogo subalpino sabato 8 novembre 2025.
L’allestimento è quello dell’Opéra Royal de Versailles in co-produzione con Opéra de Tours (datato 2024) per la regia del francese Michel Fau. Un allestimento policromo, passabilmente elegante, «sospeso tra leggerezza e malinconia, colorato e paradossale», che è andato in crescendo nel corso della serata. Scene intenzionalmente ultra tradizionali, corrette e funzionali allo spettacolo, ancorché forse un po’ scontate e anodine nel loro prevedibile e simmetrico impianto (i due minareti, più oltre il giardino ecc). Un guizzo di rilievo, tuttavia, lo si è percepito allorquando la notizia ferale della vera identità di Belmonte giunge alle orecchie di Selim Pascià, vale a dire la circostanza per cui Belmonte è figlio del comandante di Orano, suo più acerrimo nemico; e allora ecco che per lui e per Kostanze, come per Pedrillo e Blonde si preannuncia morte certa (salvo beneficiare della magnanimità di Selim stesso e aver salva la vita). A quel punto le scene del sontuoso Palazzo di Selim si ‘abbassano’ con suggestivo effetto visivo (scatola ottica e prospettiva accelerata) a rendere il senso dalla cattura e, più ancora, della reclusione: o per meglio dire, a restituire, secondo quanto dichiaratamente espresso da scenografo e costumista, un certo senso claustrofobico (l’harem, il serraglio, appunto, fin dalla radice etimologica della parola) in opposizione agli spazi aperti come il giardino e la spianata antistante il Palazzo, che pure nell’opera non mancano.
Scene, dunque, a firma Antoine Fontaine, con tanto di riconoscibili elementi esotici, soffitti decorati alla maniera moresca, effetto marmi bizantini, tappeti di evidente foggia orientale, lanterne, colori caldi in abbinamento all’azzurro e via elencando, in simbiosi con i piacevoli e colorati costumi di David Belugou dalle gradazioni pastello (memori di Jean-Etienne Liotard, Jean-Baptiste Van Loo, delle ceramiche Meissen, di settecenteschi velluti e del fiammingo Jean-Baptiste Van Mour) volti a rendere un Oriente fittizio e idealizzato, un ibrido, un mix a metà strada tra Versailles e Topkapi; il tutto illuminato dalle corrette luci di Joël Fabing ispirate alle settecentesche lampade ad olio (luci della ribalta). Scene che hanno fatto da location ad una regia che nel primo atto appariva, sia permesso affermarlo, eccessivamente se non irrimediabilmente statica. Singolare poi che il citato Michel Fau (attore-regista) abbia predisposto una gestualità, ripresa da Tristan Gouaillier, per lo più scontata e stereotipata.
E allora ecco che alcuni dei protagonisti, solo nel secondo e terz’atto, hanno sfoderato brio e moderata verve (e si tratta degli interpreti di Pedrillo, Osmin e Blonde) con alcune innocue e ingenue gags, come del resto si confà alla tradizione del Singspiel e così pure dell’opera buffa (ma aver sostituito il mandolino, usato come segnale della fuga, nella Romanza entro la scena quarta del terz’atto, con un prosciutto intero posto in mano a Pedrillo, è parsa scelta da avanspettacolo). Al contrario, gli interpreti di Belmonte, Kostanze e Selim hanno mantenuto atteggiamenti scenici per lo più ingessati e guardinghi. Il pubblico è parso piacevolmente stupito dl gioco delle ombre (nel quartetto) a far da doppio ai personaggi, proiettate sulle quinte laterali, benché si tratti in realtà di pur efficace, ancorché consunto espediente, spesso utilizzato, quasi reminiscenza strehleriana; quanto poi al fare apparire Selim in chiusura sopra un dondolante (e periglioso) tappeto volante a sovrastare il tutto, è parso un tocco di fanciullesca naïveté in sintonia – di fatto – con gli assunti dell’opera stessa, e ci può stare, quanto meno per strappare alcuni stupefatti oh da parte di quella fetta di pubblico più generosa e meno ipercritica. Moderatamente apprezzata l’idea (non peregrina, invero) di utilizzare le due quinte affacciate sul proscenio, disseminate di porte, e già intese a rendere l’esterno dell’edificio del Palazzo, per convertirle in una sorta di ideale e simbolico teatro di marionette (così almeno è parso di intendere a chi scrive), nel quale Pedrillo e Osmin agiscono al pari di Pulcinella e Arlecchino che baruffino.
Ed ora il versante squisitamente musicale. Sul podio il pur corretto Gianluca Capuano: specialista del repertorio settecentesco e direttore musicale dell’Opéra di Monte Carlo, al suo debutto al Regio (e così pure nel titolo mozartiano, che dichiara di adorare, in un’intervista, affermando inoltre che «non presenta particolare difficoltà rispetto alle altre opere di Mozarti»); in realtà, dichiarando di ispirarsi a direttori del livello di Hogwood e Gardiner e promettendo una scrupolosa lettura filologica (pur senza avvalersi di strumenti originali, ma contando su un’orchestra dall’organico opportunamente adeguato e collocata in maniera rialzata in buca), ha sì evidenziato i dialoghi tra singoli strumenti, cesellando con passabile cura, ma ha altresì tenuto tempi che in qualche caso apparivano eccessivamente dilatati, facendo sembrare lunghissimo il primo atto (a tratti perfino soporifero, absit iniuria verbis). Buoni i fraseggi e corrette le articolazioni, ma mancava, quanto meno a giudizio di chi scrive, il ‘suono’ mozartiano; mancava (paradossalmente) un quid di trasparenza e… brillantezza (fin dalla parte centrale del’Ouverture raramente apparsa così scipita e diafana e pareva di ascoltare un disco in mono anziché in stereofonia), laddove nelle sezioni esterne faceva bella mostra la cosiddetta mezzaluna, ovvero lo chapeau chinois a caratterizzare l’ambientazione giannizzera, vale a dire il topos turchesco, l’esotismo, insomma, il gusto per l’orientalismo, per le cosiddette turcherie di cui è impregnato il Ratto secondo una moda diffusa all’epoca (da Salieri in giù) destinata ad approdare poi ancora al rossiniana Italiana in Algeri. L’orchestra del Regio, sempre attestata su buoni livelli, occorre ammetterlo, ha fatto del suo meglio per assecondare le intenzioni del direttore (che in qualche caso si è lasciato lievemente sfuggire la piena sintonia tra strumenti e palcoscenico): orchestra forse un poco spiazzata dalle opzioni poste in atto da Capuano (che non deve aver valutato appieno l’acustica insidiosa del Regio), orchestra soprattutto proveniente da una produzione dal tutt’altro sound quale la recente Francesca da Rimini di Zandonai. Solo nel finale orchestra e direttore hanno sciolto le briglie cedendo (finalmente) ad una luminosa e catartica brillantezza.
Le voci. Il tenore Alasdair Kent per tutto il primo atto è parso visibilmente in difficoltà (forse non stava bene), voce piccola e timbro nasale, ma buona dizione, è poi andato ‘carburando’ imponendosi in maniera accettabile nei restanti due atti (apprezzata l’aria «Ich baue ganz auf deine Stärke» del terz’atto, scena seconda). Della sua poco convincente gestualità già si è detto. Per contro, restando sul versante maschile, il tenore Manuel Günther ha sbozzato un valido e coinvolgente Pedrillo, furbesco e insinuante, ammirato specie nel celebre passo in cui ‘raggira’ Osmin inducendolo a bere vino, in spregio alla legge islamica: il clou nell’aria «Vivat Bacchus» ironicamente interpuntata dalle sonorità giannizzere, come a sottolineare la trasgressione di Osmin stesso. Personaggio quest’ultimo affidato alle cure del basso Wilhelm Schwinghammer, rivelatosi un poco carente nelle sonorità più gravi, al limite dell’udibile, scenicamente smargiasso comme il faut pur senza eccessi.
Da Sebastian Wendelin (attore), nei panni di Selim, ci si attendeva di più: è parso eccessivamente ‘educato’, buonista e francamente timido: ci si aspettava ragionevolmente maggior autorevolezza, maggiore icasticità. Va bene che egli stesso è l’emblema della tolleranza e della magnanimità, ma quasi sembrava ‘scusarsi’ di esser lì a reclamare sommessamente l’amore di Kostanze, ma senza forzature, per carità, purché sia lei a sceglierlo, e si sa che non lo fa. Va bene che egli sceglie illuministicamente il perdono anziché la vendetta, «restituendo libertà ai prigionieri e dignità a sé stesso», pur tuttavia avrebbe dovuto giganteggiare maggiormente, ci si attendeva ben altra vis drammatica, ed è invece apparso scialbo (nel suo peraltro magnifico costume blu-azzurro istoriato di scintillanti perline), sicché la sua stessa funzione simbolica, la sua figura, complessa e di singolare attualità, il suo ruolo di campione della tolleranza ne sono risultati sminuiti se non francamente compromessi.
Meglio il côté femminile. E allora: nei panni di Kostanze il soprano Olga Pudova, è piaciuta moderatamente, nonostante disomogeneità timbriche, qualche incertezza all’acuto. Ha strappato convinti applausi già nel primo atto, nell’impegnativa aria «Acht ich liebte» (che pare il cartone preparatorio delle abbacinanti ed algide intemperanze della futura Regina della notte), andando poi ulteriormente crescendo nel corso dell’opera, con apprezzabili pianissimi, e per contro con vigorose sonorità, dove occorre, raffinate messe in voce e altro ancora. Positivo, dunque, in complesso il giudizio su di lei. Le ha tenuto testa con spiritoso brio, dando corpo alla sua dignità di donna, Leonor Bonilla nei panni di Blonde dalla buona vocalità e dalla garbata presenza scenica.
Occorre poi rimarcare ancora un aspetto: i cantanti sono tali, e vanno giudicati per le loro performances vocali. Nel Singspiel, tuttavia, si sa, per evidenti ragioni (la presenza dei parlati, ovvero dei recitati, in luogo dei recitativi) si richiede anche una loro capacità attoriale e soprattutto declamatoria; che in questo caso hanno rivelato solamente gli interpreti di Pedrillo e Osmin, intransigente, rozzo e un po’ ottuso custode del Palazzo di Selim e così pure l’interprete di Blonde.
Buoni, in complesso, i pezzi di insieme (il culmine nel coinvolgente Vaudeville conclusivo), salvo qualche occasionale sbandamento. Un plauso davvero speciale all’ottimo coro (e alle voci scelte del coro dei Giannizzeri costituito dagli impeccabili Eugenia Brayanova, Roberta Garelli, Leopoldo Lo Sciuto e Lorenzo Battagion), compagine come sempre istruita con cura e vasta professionalità dal valido Ulisse Trabacchin.
Buon successo, a dire il vero, a fine serata. Applausi soprattutto agli interpreti (pochi alla regia), ma verosimilmente i consensi maggiori andavano alla spassosa e rassicurante vicenda, ovvero a Mozart, per averci regalato beninteso un capolavoro di finezza introspettiva e indimenticabili pagine destinate a trovare ulteriore evoluzione/sublimazione nel Flauto magico, appena nove anni dopo il Ratto. Sette complessivamente le recite (con doppio cast, destinate a protrarsi sino a domenica 16 novembre,) compresa l’anteprima giovani under 30 di mercoledì 5 novembre (come sempre affollata, e fa piacere constatarlo: un bel risultato per il Regio he da anni meritatamente, con sistematica pervicacia, ‘lavora’ lodevolmente sulla formazione del pubblico di domani).























