di Luca Chierici
Si è arrivati così alla Scala al termine di questa tetralogia firmata dalla regìa di David McVicar, dalle scene dello stesso McVicar e di Hannah Postlethwaite, sotto la direzione di Alexander Soddy e la partecipazione di un ottimo cast vocale. Uno spettacolo la cui ovvia lunghezza ha tenuto comunque accesa l’attenzione degli spettatori, che al termine della rappresentazione hanno indirizzato convinti applausi al direttore e a tutto il cast, riservando però rumorosi dissensi nei confronti dei responsabili dell’allestimento.
Cosa c’era che non andava nella regìa e nelle scene? Al contrario di quello che McVicar aveva affermato nella sua conferenza stampa, non c’era qui una vera e propria invenzione trasfigurante i motivi principali del soggetto: tutto era condotto in maniera molto ligia rispetto alle didascalie del libretto e gli unici dettagli personali erano tutto sommato quelli già visti nel Prologo e nelle due giornate precedenti, dal viso di pietra di Erda, alla mano sulla quale è distesa Brünhilde, dai cavalli-uomo al teschio dorato, alla scala che porta al Walhalla e così via per numerosi altri dettagli. Uno spettacolo i cui elementi principali erano un ovvio déjà-vu rispetto alle giornate viste nell’anno passato.

La sorpresa di questa Götterdämmerung risiedeva innanzitutto nella direzione di Alexander Soddy, che in precedenza aveva condiviso il podio con Simone Young nelle tre altre opere della tetralogia. La sua è stata una lettura intensa del capolavoro wagneriano culminata in quella vera e propria orgia sonora che è la marcia funebre di Sigfrido ma anche attenta a sostenere senza prevaricazioni il complesso delle relazioni tra i personaggi. La chiarezza della lettura di Soddy si è particolarmente apprezzata nel contesto dei rapporti tra Brünhilde e Siegfried e nel dialogo tra Waltraute e Brünhilde nella terza scena del primo atto.
Nel cast l’unica voce non del tutto a proprio agio era quella di Günther Groissböck, il cui timbro quasi sempre poco gradevole non ha permesso di recepire appieno la parte di Hagen. Il Siegfried di Klaus Florian Vogt ha al contrario riassunto egregiamente le variazioni di carattere del personaggio, con una perfetta scelta narrativa durante la scena del patto a due con Gunther. Quest’ultimo, Russel Braun, si è mosso con intelligenza nella parte di un personaggio che è di difficile definizione. Già ascoltata nelle precedenti “giornate”, Camilla Nylund ha dominato gran parte dell’opera come una Brünhilde che affronta con veemenza le diverse caratterizzazioni del proprio ruolo, fino all’ultimo addio con l’amato Siegfrid. Waltraute di grande pregio – e applaudita a scena aperta – era Nina Stemme, ancora capace di una vocalità da brivido e di una perfetta realizzazione del ruolo. Gutrune era Olga Bezsmertna, notevole per l’estensione vocale e co-protagonista nel ruolo di soprano delle tre norne. Altrettanto notevoli le tre ondine, ammalianti e alla fine protagoniste al momento del rilascio del fatidico anello. Lodevole la partecipazione di Johannes Martin Kränzle quale Alberich ,ruolo già coperto con maggior peso nel Rheingold e in Siegfried. Nel Crepuscolo ha importante peso il coro che è stato preparato con saggezza da Alberto Malazzi. Il rito degli applausi finali ha privilegiato innanzitutto la Brünhilde di Camilla Nylund, seguita dalla già ricordata Nina Stemme. Il direttore Soddy ha avuto la propria notevole dose di consensi, che ha diviso con tutti gli orchestrali portati sul palcoscenico.























