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MiTo 2025. I concerti di spicco a Torino

Foto c Simone Benso per Colibrì Vision

Attilio Piovano di Attilio Piovano
19 Settembre 2025
in CONCERTI, RECENSIONI
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Home RECENSIONI CONCERTI
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Dopo la serata inaugurale del Festival MiTo, con la Filarmonica scaligera sul palco del Lingotto, il 3 settembre 2025, a Torino, della quale già abbiamo riferito su queste stesse colonne, ecco – come di norma – una carrellata dei principali concerti seguiti sul versante torinese: che stiliamo anche quest’anno attingendo dal diario di bordo di questa ricchissima e variegata edizione, la seconda (ed ultima) firmata da Giorgio Battistelli al quale il prossimo anno subentrerà la direttrice d’orchestra Speranza Scappucci. Una kermesse di vasto respiro con compagini orchestrali di grande rilievo internazionale, solisti di vaglia, programmi variati e variegati, dal Barocco al Contemporaneo e molto altro ancora e, conseguentemente, grandi le emozioni provate.

Il vero clou della prima settimana è stato raggiunto senz’altro con la mitica London Symphony Orchestra (LSO) venerdì 5, ancora al Lingotto, per la direzione di Sir Antonio Pappano: che ha proposto – dopo il concerto milanese e quello a Stresa con dissimili programmi – un Rossini al fulmicotone in apertura e si è trattato della Ouverture dalla Semiramide, eseguita con trascinante verve, un senso della forma impareggiabile e una carica emotiva enorme; un Rossini lussureggiante ed iper energetico, super vitaminizzato, di grande e piacevolissimo appeal (con buona pace dei ‘filologi’); bel suono, la giusta dose di humour, gli strumenti che si fanno il verso rilanciandosi le boutades come nella commedia dell’arte. Poi il proverbiale crescendo calibrato con millimetrica abilità. Una vera gioia.

A seguire di Chopin il Secondo Concerto, solista di lusso il coreano Seong-Jin Cho, tecnica adamantina ed assolutamente perfetta, carisma, suono talora (fin) troppo aggressivo, scattante e corposo (si trattava di Chopin e non già Prokof’ev), ma anche delicate sonorità, scorrevoli, perlacee e bel cantabile (sfoderato ad esempio nel Valzer op. 64 n. 2 offerto fuori programma) del tutto privo di smancerie. Pubblico in visibilio di fronte ad uno di quei giovani ‘mostri’ tipico prodotto delle scuole orientali che stravincono ai concorsi e subito conquistano contratti da favola con le maggiori etichette discografiche. Della ironica, beffarda e grottesca Nona Sinfonia di Šostakovič (un capolavoro assoluto) Sir Pappano ha dato un’interpretazione a dir poco eccellente, per bellezza di suono, appropriatezza di stile ed efficacia: scorrevolezza e ironia nei tempi veloci, così il movimento iniziale e poi il rutilante Galop conclusivo dalla allure graffiante e sbarazzina, un brillante scintillio di fantasmagoriche sonorità, molto charme nel Moderato dall’incedere sghembo e nel Largo dai cupi, lividi e fantasmatici profili. Una vera lezione di stile. Da ultimo la rarità del poema sinfonico Juventus che il direttore d’orchestra e compositore Victor De Sabata compose nel 1919, un occhio a Strauss, specie entro la più pensosa sezione mediana, uno a Stravinskij, per i ritmi dinoccolati delle sezioni estreme e nel contempo agli americani (un certo qual cordiale melodismo tipicamente made in Usa emerge qua e là). Gradevole ed efficace, brillante ed estroverso ancorché non geniale (appena qualche lungaggine), ma ha il pregio di porre in luce la bravura dell’orchestra. Graditissimo bis, la Prima delle sempreverdi brahmsiane Danze ungheresi dall’enorme appeal. Festa grande grazie ad uno dei più blasonati e carismatici direttori al mondo e ad una compagine tra le prime dieci a livello internazionale.

Restando in ambito orchestrale è da registrare il buon successo la sera innanzi (il 4 settembre) per l’Orchestra del Teatro Regio che, diretta con scrupolosa precisione e gesto funzionale dal giovane Giulio Cilona, ha proposto di Berg i sublimi Sieben frühe Lieder, uno più bello dell’altro, vera quintessenza dello Jugendstil, ottimamente interpretati dal talentuoso mezzosoprano Martina Baroni, buona emissione e molta raffinatezza, che ha ben colto lo spirito di ognuno dei Sette Lieder: e allora il carattere incoativo e misterioso di Nacht, dalle vaghe assonanze debussiane, il mahleriano e spettrale Schilflied, lo pseudo brahmsiano Die Nachtigall, il più vasto Traumgekrönt, le seleniche atmosfere di Liebesode giù giù sino all’incandescente opulenza di Sommertage. Indimenticabile interpretazione. Nella seconda parte della serata una screziata Symphonie fantastique di Berlioz, corretta ed efficace, pur senza eccessive impennate, con alti e bassi (efficaci soprattutto la Marcia al Supplizio ed il Sabba). Applausi convinti alla cantante, al direttore e alla compagine del Regio che si conferma attestata su un buon standard qualitativo.

Da registrare il vivace successo dello spettacolo-concerto tenutosi domenica 7 settembre presso il Teatro Ragazzi dal titolo Una vita in musica, Amadé e Nannerl grazie alla sagace e intrigante drammaturgia del navigato Pasquale Buonarota (anche in veste di brillante attore ad affiancare l’ottima e spigliata Mirjam Schiavello), musiche ovviamente di Mozart inframmezzate alla narrazione a cura dell’Orchestra di studenti dei Conservatori di Torino e Milano, diretta con gusto e precisione dal giovane Emanuele Marino (regia di Emiliano Bronzino). Uno spettacolo che è filato via liscio regalando istanti di pieno godimento, grazie alla narrazione del genio Wolfgang Amadeus, ma dal punto di vista della non meno dotata sorella maggiore in dialogo con il vecchio cocchiere-precettore-sarto-tuttofare: ben documentato e storicamente corretto, il tutto narrato con tono lieve e smagato, nulla di fastidiosamente didascalico, molto humour e un velo di intelligente proto-femminismo nel delineare la figura della ragazza che ‘si sacrifica’, certo, ritirandosi e lasciando campo libero al fratello destinato all’immortalità, ma col consapevole orgoglio di essersi a sua volta immortalata, «rivendicando – con garbo e fermezza – il diritto di aver contribuito a creare un genio e di essere in fondo parte anche lei di quella [sua] musica».

Per intero monograficamente consacrato alla musica di Samy Moussa, il concerto dell’OSNRai dell’8 settembre, in Auditorium ‘Toscanini’, con la direzione attenta ed esperta di Tito Ceccherini (avvezzo a frequentare il repertorio contemporaneo). Del quarantunenne canadese si sono ascoltate due composizioni di differente peso, per grande orchestra, vale a dire il breve Elysium (2021) e l’antecedente e ben più vasta Sinfonia n. 1 detta ‘Concordia’ (2017). Fiducioso nelle possibilità per la musica di comunicare tuttora emozioni, Moussa opta per un linguaggio di cordiale franchezza (pur non banale) che occhieggia al passato. I lunghi concatenamenti di triadi che si susseguono in Elysium suggeriscono vistosamente assonanze bruckneriane e talora straussiane, con moderati e pur prudenti sguardi verso la contemporaneità, disvelando, occorre ammetterlo, una scaltrita capacità di orchestrazione. L’effetto è luminoso e imponente, di fatto gradevole, sia pure con un gusto dichiaratamente e intenzionalmente retrò. Un poco diversa la valutazione per quanto attiene ai quattro movimenti della Sinfonia (Adagio, Ieratico, Nocturne, Scorrevole), una pagina di quasi 50 minuti forse fin troppo dilatata: linguisticamente oppone due movimenti estremi compatti e ancora in parte analoghi a quanto rilevato nel breve pezzo di cui sopra, mentre il movimento posto in seconda posizione si rivela timbricamente screziato e stilisticamente molto più avanzato, con slanci ritmici e forti contrasti. Taluno ha riferito in termini di «minimalismo rarefatto» segnalando le evidenti allusioni ancora a Bruckner e così pure a certo Mahler e Sibelius (emerge l’eco di Samuel Barber). Un musicista senz’altro raffinato ed elegante, in parte controcorrente rispetto ai pur dissimili numerosi filoni della musica contemporanea: alla ricerca di un personale linguaggio e di una sua espressività che, tuttavia, definire attardato liquidandone l’opera con un solo aggettivo, sarebbe senza dubbio riduttivo. In forma smagliante l’OSNRai, con le sue strabilianti prime parti, in grado di sfoderare possenti clangori e delicati pianissimi, nonché di offrire una variegata palette timbrica, grazie all’attenta concertazione di Ceccherini.

Serata a suo modo speciale quella del 9 settembre in Conservatorio, con Ictus Ensemble e Irini Ensemble per la direzione artistica di Lila Hajosi. Un concerto performance con movimenti corporei, danza e svariati ritmi, che si apriva con il suggestivo Book of Woman di Riccardo Nova (classe 1960) per cantante carnatica indiana, sei voci femminili ed ensemble, ispirato ad un poema epico sanscrito. Pagina alla quale si sono poi succeduti brani incentrati sulla devozione mariana di anonimi dal cosiddetto Manoscritto di Cipro (1420 circa), dal Llibre Vermell de Montserrat, pagine del polifonista Pérotin e altro ancora. Esecuzioni intenzionalmente anti filologiche volte a rivitalizzare, in maniera forse troppo spregiudicata (con percussioni, elettronica e altro) repertori antichi di raro ascolto. Un Medioevo (a tratti) in salsa pseudo pop, con creazione (verosimilmente) di immaginari sostegni armonici per melodie monodiche e molte altre ‘libertà’ con coinvolgimento finale del pubblico nella risposta al refrain (Ave Maria). Altissima professionalità da parte di tutti gli artisti, molto entusiasmo del pubblico e qualche (legittima) perplessità della critica.

Da menzionare il concerto dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretto da Alessandro Cadario, la sera dell’11 settembre in Conservatorio. In apertura prima esecuzione assoluta di Gnosis per violino e orchestra, pagina in quattro movimenti, espressamente commissionata, per celebrare il 100° della nascita di Berio, dal festival MiTo a Salvatore Frega (classe 1989): che ha costruito un vero e proprio Concerto in cui il solista (l’ottima Benedetta Mignani, dalla tecnica sicura) è pressoché onnipresente e spesso integrato in orchestra, così già nel movimento di apertura (Intreccio) dalla notevole mobilità intesa a rilanciare vari echi dal contemporaneo. Poi ecco il suono cupo e pessimista di Materia/Spirito (il secondo movimento, ancora animato e assai conciso), quindi il più calmo e screziato Karma/Dharma in cui affiorano frammenti melodici e da ultimo (Luce), magmatico, dai ritmi spesso aggressivi, energetico e compulsivo. Una composizione dalla ritmica stratificata, con reminiscenze di armonie balcaniche e della tradizione italo-albanese, fondanti nella formazione di Frega (nato a Cosenza, di origini arbëreshë), e così pure vistose assonanze con certa avanguardia (un po’ invecchiata) dei maestri di Frega stesso tra cui Ivan Fedele, Sciarrino e Manzoni.

Poi ecco di Berio Rendering, notissima e sagace ‘ricostruzione’ di una Sinfonia schubertiana della quale restavano solamente frammenti sparsi. Buona l’esecuzione dei Pomeriggi Musicali, anche se avremmo voluto più varietà timbriche e, soprattuto, maggiore attenzione al suono ‘diafano’, incorporeo e delicatissimo voluto da Berio per i suoi personali interventi di raccordo siglati dal suono etereo della celesta. Un po’ troppo appiattite inoltre, a nostro avviso, le dinamiche.

Tra i momenti più ‘alti’ del festival è da sottolineare la proposta dell’integrale dei Quindici Quartetti di Šostakovič a cura dello straordinario Eliot Quartett, distribuita in sei concerti (tre a Milano e altrettanti a Torino), un’impresa non da poco che il pubblico più colto ha mostrato di gradire enormemente. Dei tre appuntamenti torinesi abbiamo seguito il concerto conclusivo, quello di lunedì 14, presso l’Auditorium del grattacielo di Intesa Sanpaolo dall’acustica eccessivamente ‘secca’, in cui l’Eliot ha offerto Sesto, Undicesimo e il notissimo (e assai eseguito) Ottavo. Ed è stata l’occasione per ammirare la compattezza di suono della formazione, in grado di realizzare un range timbrico di enorme varietà, di differenziare le linee melodiche con assoluta chiarezza e molto altro ancora. Grande raffinatezza, fraseggi di ampio respiro, sintonia perfetta tra i quattro e appropriatezza stilistica. Colgono bene, per dire, il carattere peculiare dell’Undicesimo dal clima per lo più livido, ben più che elegiaco. Così pure il pubblico ha ammirato la formazione per aver messo a fuoco la desolazione sconsolata in apertura dell’Ottavo dai vistosi riflessi biografici, poi la barbarica, feroce e devastante furia dell’Allegro, il colore fantasmatico dell’Allegretto e da ultimo l’intensità del Largo finale. Successo pieno, e meritatissimo come già – dalla testimonianza di chi vi ha assistito ­– negli antecedenti appuntamenti.

Pubblico ‘trasversale’ per un pianista a sua volta ‘trasversale’, cross-over verrebbe da dire, il lussemburghese Francesco Tristano (dalle ovvie origini italiane), la sera del 14 nella molliniana sala Le Roi Music Hall. Mixando con abilità, ma anche con scaltrezza un po’ guascona, sonorità classiche, elettronica, techno ed altro, è passato dal minimalismo aggressivo e fonicamente (troppo) dirompente di una dilatata e ripetitiva pagina di Matteo Franceschini, allo Scarlatti, amplificato e iconoclasta, di Tre Sonate accostato a Berio (Rounds), chiudendo con un’antologica dal proprio album Tokyo-Stories. Tristano è così, prendere o lasciare. A molti piace, in giro per il mondo, indipendentemente da età e formazione, altri non ne condividono quasi per nulla il curioso e provocatorio percorso artistico (peraltro colto e sofisticato nel gioco dei rimandi e delle citazioni) pur apprezzandone l’indubbia tecnica.

Gran finale, sul versante torinese, la sera del 17 settembre (Auditorium del Lingotto) con la Tredicesima Sinfonia di Šostakovič risalente al 1962 e fondata su testi del poeta Evtušenko, diretta da Enrico Calesso sul podio di Orchestra e Coro maschile del Teatro Regio di Torino (voce solista, il basso Alexander Roslavets). Di pagina vasta e imponente si tratta, volta a sviscerare temi toccanti, quali la strage di oltre 34mila ebrei di Kyiv trucidati nel 1941 nel burrone di Babij Jar (nei pressi della città ucraina). da cui il titolo del primo dei cinque movimenti in cui si articola l’imponente lavoro. Dunque la tematica affrontata coraggiosamente da Šostakovič è quella dell’antisemitismo che nella Russia staliniana era stato artatamente ’rimosso’ nei decenni successivi al massacro, per l’imbarazzo di dover riconoscere l’eccidio.

Ed ecco allora la nera tetraggine imbevuta di echi musorgskijani che predomina in questo primo, opacoAdagio affrontato da Calesso e dall’Orchestra del Regio con intensità (forse avremo desiderato ancor più incisività fonica in taluni passaggi). Ottima la voce del solista, per emissione, fraseggi e possanza, ma anche ricchezza di sfumature, voce onnipresente in ogni movimento, in alternanza al coro ben istruito da Ulisse Trabacchin, parso all’altezza della situazione, nonostante il numero tutto sommato contenuto dei coristi. Nel successivo Allegretto (Humour) è emerso bene il carattere grottesco, agrodolce e sardonico del brano, così pure Orchestra, solista, coro e direttore (dal gesto chiaro e preciso) si sono fatti apprezzare nel ieratico Adagio (All’emporio) dalle reminiscenze stravinskijane (vi si sente l’eco di ipnotici passaggi dell’Oiseau de feu), con il poderoso climax nella parte conclusiva, prima dell’estrema rarefazione finale con le melopee della tuba e i rintocchi delle percussioni. Agli echi mahleriani e alla timbrica variegata del Largo (Paure) che il direttore ha saputo evidenziare opportunamente, giocando di colori, si contrapponeva infine l’ironia dell’Allegretto conclusivo (Carriera), impregnato di sarcasmo, ma concluso in un clima onirico e quasi fanciullesco dominato dal suono delicato della celesta.

Applausi convinti, nonostante talora fosse venuta un poco meno la tensione in zone di lieve ristagno: forse il direttore avrebbe potuto spingersi oltre, osando un poco di più e pigiando per così dire sul dionisiaco, mentre ha preferito una lettura oggettiva, e pur partecipe, sapendo peraltro di poter contare su una compagine in ottima forma e dalle esperte prime parti.

Impossibile citare tutto e tutti, interpreti, programmi e peculiarità di un festival variegato, nel suo apprezzato mix di generi, stili, opere, autori: un festival – MiTo 2025 ­– che ancora una volta ha regalato non poche emozioni, catturando tranches di pubblico differenziate per fasce di età, cultura, interessi (dall’antico al cinquecentesco Palestrina, tutto esaurito con l’Accademia Maghini diretta da Claudio Chiavazza in tre chiese del centro storico, per altrettanti appuntamenti pomeridiani, dal Barocco al contemporaneo, dalla voce agli strumenti, dalla cameristica al sinfonico e via elencando). Come è giusto che sia. Diversamente il festival non sarebbe tale e costituirebbe un doppione delle ‘normali’ e pur ricche stagioni di concerti che a Torino non mancano nel corso dell’anno. Archiviata questa edizione approntata ancora, lo si diceva in apertura, dal colto e raffinato Battistelli, appuntamento dunque al 2026 con la firma della citata Speranza Scappucci che di certo saprà imprimere la propria personalità alla ultra consolidata manifestazione.

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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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