Serata davvero indimenticabile, quella di sabato 6 settembre 2025 a Stresa, e dunque una conclusione di festival ‘alla grande’, un festival che si era inaugurato lo scorso 19 agosto nel segno dei bachiani Brandeburghesi ed ha avuto non pochi momenti di enorme successo.
Pubblico delle grandi occasioni, presso lo Stresa Festival Hall (già Palazzo dei Congressi), sul palco la prestigiosa London Symphony Orchestra, per gli appassionati la mitica LSO, apparsa in forma smagliante, sul podio il fuoriclasse Sir Antonio Pappano, solista di lusso il raffinato violoncellista Mario Brunello che del festival è apprezzato e fantasioso direttore artistico.
Rilevante il programma che prevedeva in apertura un significativo hommage al sommo Šostakovič nel 50° della morte, e dunque la superba e concisa Nona Sinfonia dai nitidi e trasparenti profili, venuta alla luce tra luglio e agosto del 1945 dopo la vasta Settima ‘Leningrado’ e la sfortunata Ottava sottoposta a censura: pagina caratterizzata da una croccante ironia, della quale Pappano ha perfettamente colto il singolare esprit, ben assecondato dalla compagine orchestrale. E allora ecco il graffiante e beffardo Allegro «dagli atteggiamenti clowneschi», quasi circensi, che Pappano ha reso in tutta la sua magnificenza rivelandone lo humour sardonico e lo spirito parodistico, a tratti scanzonato, brano che guarda a Haydn e Rossini (lontanamente) e così pure a certo Prokof’ev, ma come sempre in Šostakovič, con un ‘segno’ affatto personale. E subito si è compreso che si sarebbe trattato di serata foriera di indicibili emozioni e alto godimento estetico. Poi ecco il successivo Moderato dal ritmo sghembo, impregnato di desolazione, cupa e livida, quindi i brevi e ulteriori tre tempi collegati l’uno all’altro senza soluzione di continuità, uno sbarazzino Presto dai profili caricaturali tutto animazione ed incandescenze, con un passo di colore quasi partenopeo che pare echeggiare Casella e di cui Pappano ha dato una splendida interpretazione sbrigliando l’orchestra per sfociare poi direttamente in un breve Largo di intensa drammaticità, con quegli ottoni (stupende prime parti) che emergono altisonanti. Infine la LSO ha affrontato con vigore e nel contempo con smagata souplesse il Galop finale, perché di questo si tratta – ricalca certi tratti della Prima Sinfonia e la Polka scritta per il film La giovinezza di Maksim (1934), con le sue acidule atmosfere e le burlesche sortite – movimento al quale Pappano ha impresso un progressivo crescendo che ha innescato applausi entusiasti e copiosi, una vera standing ovation e si era solamente all’inizio della serata.
Ulteriore omaggio alla genialità di Šostakovič con la pagina che campeggiava a centro programma, vale a dire di Schumann il violoncellistico Concerto in la minore op. 129 offerto nella rara orchestrazione realizzata per l’appunto da Šostakovič nel 1963 su richiesta di Rostropovič. Brunello è stato solista di impagabile bravura, abile nel porre in luce quell’alternanza di tratti fiammeggianti e plaghe liriche, molto apprezzata l’intensità del movimento lento, non meno del virtuosistico e aitante finale in cui Brunello, in perfetta simbiosi con l’orchestra, ha sfoderato la sua tecnica prodigiosa e il suo bel suono, sempre corposo e pur ricco di sfumature. Una gioia per le orecchie e per il cuore. E per i più raffinati la possibilità di raffrontare idealmente tale versione con l’originale, una versione in cui il musicista sovietico riversò personali soluzioni timbriche, per dire il baluginare dell’ottavino e l’emergere beffardo della tromba nel primo tempo, ma anche il colore diafano dell’arpa nel secondo. Non poche le sorprese, inoltre, nel variegato Finale, sicché il lavoro, traboccante di lirismo e caratterizzato da una certa ciclicità, all’ascolto attento ne risulta come rigenerato, potendosi avvantaggiare di una inedita brillantezza, grazie alla soppressione dei raddoppi, alla preminenza dei fiati, e a svariate intuizioni coloristiche peculiari dell’autore della Lady Macbeth. Brunello, nel ringraziare il folto e colto pubblico per questa edizione del Festival, ha poi offerto un toccante bis di antico autore armeno (abate San Gregorio di Narek), in ricordo dei bambini innocenti vittime di guerre, pagina che rielabora un’arcaica salmodia (Havun Havun) dai tratti esotici imbevuta di nostalgica mestizia
Infine l’evergreen della beethoveniana Quinta, di cui Pappano e la stupefacente LSO hanno dato una interpretazione a dir poco magistrale, per misura, compostezza e intensità, lontana dagli eccessi di certa presunta ed esangue filologia, ma al tempo stesso senza inutili provocazioni (come ormai troppi direttori e orchestre propinano) né sul piano dinamico né su quello agogico. Tutto appariva perfetto, all’insegna di eleganza e bellezza. Suoni corposi ove occorre, fin dal virile e fantomatico incipit, ma anche delicate rarefazioni, stacco dei tempi a dir poco ottimale, colori variegati, ma senza stravaganze né smancerie, ottimi fraseggi, insomma una Quinta da manuale, altamente ed emotivamente coinvolgente come poche altre, di cui conserveremo a lungo graditissima memoria. Che gioia ascoltare quelle luminescenti fanfare entro l’Andante, poi le atmosfere spettrali e fantasmatiche dello Scherzo dalle catramose sonorità dei bassi, e infine l’apoteosi, la catarsi, con quel tripudio di gioia dilagante, e l’olimpico do maggiore del tempo conclusivo in cui l’immane tensione si scioglie in termini di energico vitalismo. E il pubblico, a sua volta, si è abbandonato a lunghi ed entusiasti applausi (del tutto meritati) a direttore e prime parti, ammirato per la bellezza del suono di una formazione che ha pochi eguali al mondo. Graditissimo bis, il delicato Nimrod dalle Enigma Variations del britannico Elgar, in cui Sir Pappano ha posto in atto un enorme e trascinante climax chiudendo poi col rarefatto pianissimo (come occorre) e ci ha fatto ricordare con un filo di nostalgia il grande Temirkanov, avvezzo anch’egli a ‘chiudere’ con questa pagina. Ancora applausi scroscianti e pubblico in visibilio che non voleva lasciare la sala, poi il rito degli autografi e le amabili conversazioni con Brunello e Pappano stesso, cordialissimo e sorridente,
E dunque felice chiusura di un festival che, lo si anticipava, ha raggiunto elevati vertici di qualità regalando emozioni a un pubblico andato ampliandosi vieppiù. Come ci ci ricordava il Presidente onorario Giancarlo Belloni: «in non poche serate, un pubblico in parte ‘nuovo’ di turisti e stranieri ha affollato le sedi acquistando i biglietti all’ultimo», dunque vari sold out e la possibilità per molti di venire a contatto (forse per la prima volta) con la realtà di un festival che giunge ormai alla sua 64° edizione. Gran successo, dopo la tranche jazzistica e per così dire ‘trasversale’ di luglio-inizio agosto, già con Akademie für Alte Musik Brlin e un’apprezzata full immersion bachiana, poi con il violoncello di Andrei Ioniță (subentrato all’indisponibile Demenga), ancora sul versante del Kantor; emozioni con lo Satbat Mater di Pärt posto a reagire con pagine di Durante e l’omologo Stabat di Scarlatti senjor (il Suonar Parlante); e ancora, bel programma quello del Quatuor Van Kuijk, grandi consensi per la Kremerata Baltica in uno dei suoi fantasiosi programmi fuori dagli schemi, come pure per il recital alla marimba dell’impeccabile e talentuoso percussionista Simone Rubino, per il concerto del pianista Conrad Tao e così pure per un Don Giovanni in forma di concerto nella suggestiva cornice dell’Isola dei Pescatori. Impossibile citare tutto e tutti, interpreti, programmi e peculiarità di un festival ben confezionato, grazie alla direzione artistica di Brunello, nel suo apprezzato mix di tradizione e innovazione. Appuntamento al 2026, sulle rive del Lago Maggiore, a Stresa, sulle Isole Borromee e dintorni, in quello che Pappano ha definito «un paradiso sulla terra». Grande musica in luoghi di eccezionale bellezza. What else?























