di Attilio Piovano
È stata una bella inaugurazione di stagione, quella per Lingotto Musica, a Torino, la sera di giovedì 2 ottobre 2025 (sold out). Di scena la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, compagine di buon livello, ammirevole per brillantezza di suono, affiatamento, coesione, ottima e precisa (affidabile) in tutte le sue sezioni.
Sul podio l’estroverso Riccardo Minasi, gesto esuberante ed efficace, grande attenzione al range delle dinamiche, dal pianisssimo (talora al limite dell’udibile) all’esasperato fortissimo, per quanto possibile con un organico cameristico, buon senso dei fraseggi ed altro ancora.
In apertura, a propiziare la serata, di Carl Maria von Weber la sempre gradita Ouverture dal Freischütz della quale direttore e orchestra hanno ben restituito il clima romantico. Un’opera, si sa, in cui c’è il mistero della notte e c’è l’evocazione della foresta selvaggia, quasi presenza immanente, in simbiosi coi suoi abitanti; ci sono le sinistre apparizioni demoniache sottolineate da lugubri rintocchi e brividi soprannaturali; cori di cacciatori, canzoni popolari, la forza dell’amore e un tragico epilogo annunciato da funesti presagi. Insomma c’è un concentrato di topoi smaccatamente romantici che ben si coniuga con le tematiche care a quella temperie culturale costituendone una delle più geniali espressioni. Vero e proprio manifesto di poetica, incunabolo di opera nazionale germanica concepita nello spirito di Hoffmann, Jean Paul e Novalis, il Franco cacciatore influenzò, non a caso, musicisti della levatura di Mendelssohn, Berlioz, Liszt e Wagner. Andò in scena a Berlino il 18 giugno 1821; Beethoven, che vi assistette a Vienna, si dichiarò subito tra i più strenui ammiratori dell’eccellente partitura di cui la superba Ouverture è un mirabile compendio, nonché un magistrale saggio di strumentazione. Grazie alla lussureggiante veste timbrica e alla felice invenzione melodico-armonica, coi richiami boscherecci di corni e le evocative frasi dei clarinetti, assieme alla scena della Gola del lupo, essa conta tra i momenti più efficaci dell’opera prefigurandone l’atmosfera.
Tutto questo è emerso al meglio nell’esecuzione della Filarmonica da Camera di Bremen. Il direttore ha ben inteso come ci sia spazio per sbalzi d’umore, inquietanti frasi, esaltate accensioni, ma anche per reminiscenze dall’opera italiana, giù giù sino al giubilante epilogo, prossimo alle incandescenti atmosfere del brillante (e fortunato) Invito alla danza, epilogo che non a caso ha innescato copiosi e convinti applausi. Un’interpretazione vivida ed efficace della quale conserveremo a lungo memoria. E subito si è compreso che sarebbe stata una serata foriera di emozioni.
Poi ecco l’esperta e raffinata Beatrice Rana che ha offerto un’esecuzione a dir poco esemplare del beethoveniano Terzo Concerto per pianoforte e orchestra, intriso di pathos con quel suo emblematico do minore prossimo a certe atmosfere della fatalistica Quinta, della Sonata ‘Patetica’ e di non poche altre pagine. Direttore e solista in più di un passaggio hanno ben posto in luce l’evidente legame con il mozartiano Concerto K 491 scritto nella medesima, fantomatica tonalità, fin dall’inquietante esordio intercalato di pause, in cui pianista e orchestra apparivano in piena sintonia. Quanta poesia poi con quel secondo tema: effusivo e cantabile, con quella soave curva melodica quasi innodica, come di società filantropica. Né sono mancate le sottolineature, misurate e mai enfatiche, su certi anacoluti e talune atmosfere protese sull’abisso.
Dell’affettuoso Largo, nella ‘lontana’ tonalità di mi maggiore, tutto soave grazia, come investito di luce meridiana, quasi rievocazione nostalgica di un arcadico passato, un Paradise Lost, per dirla con Milton, un’epoca d’oro ormai irrimediabilmente destinata a tramontare, Beatrice Rana ha posto in primo piano tutto lo charme, specie in quei passaggi lussureggianti dalle delicate efflorescenze e dalle morbide sonorità, cui l’uso del pedale di risonanza conferisce un timbro di straordinaria novità, davvero ammirevole. Il suo tocco perlaceo e vigoroso, delicato e possente ha conquistato il pubblico ancora una volta, così pure la sua innegabile sensibilità. Da ultimo tutto è parso a posto anche nel conclusivo Rondò, assertivo e serioso, dal cipiglio talora corrusco fin dal suo apparire, con quegli sforzati provocatoriamente sfrontati e l’asprezza di un intervallo di nona minore, i passi militareschi, ma altresì le sbrigliate incandescenze e perfino certi momenti come di mozartiana Serenata notturna (uno in particolare, col clarinetto in bella evidenza) che solista ed orchestra hanno evidenziato ad hoc. Infine la festosa esultanza, col mutare del ritmo e la radiosa apparizione del modo maggiore che ne apparenta la ‘tinta’, pur coi dovuti distinguo, alla catartica e ialina clarità del finale della Quinta. Minasi e l’orchestra l’hanno ben posto in luce, con misura e sobrietà, ma nel contempo con ammirevole chiarezza, non priva di una certa dose di humour come è giusto che sia. Ne è emersa un’interpretazione apollinea, emozionante per intensità e precisione (perfettamente in asse solista e orchestra), per bellezza del suono e per appropriatezza stilistica.
Quale bis Beatrice Rana ha offerto l’Intermezzo dal ciaikovskijano Schiaccianoci in una efficace e molto virtuosistica trascrizione.
In chiusura il sommo Brahms dell’austera Quarta Sinfonia. L’esordio, a dire il vero, ha convinto solo in parte, affrontato da Minasi a velocità sostenuta, forse fin troppo, e con un piglio che pareva se non estraneo certo distante dal colore umbratile e dal tono elegiaco di questa pagina che nell’Allegro dalla compatta orchestrazione e dalle altisonanti espansioni, coi temi derivati gli uni dagli altri rivela un colore autunnale e malinconico. Minasi e i Cameristi di Brema ne hanno un poco attenuato la ieraticità e quella poesia frale che ne costituisce il motivo di maggior fascino. È piaciuto maggiormente il mirifico Andante dagli echi modali, intriso di nobile tenerezza. Grande bellezza di suono e brillantezza di timbri, poi, nel vitalistico Allegro giocoso di singolare attrattiva, che, nonostante qualche occasionale squilibrio fonico, è parso in linea stilisticamente con le tipiche maniere dell’autore amburghese.
A coronamento dell’edificio il monumentum del severo e solenne Finale in cui il nordico Brahms, ‘passatista’ e nel contempo ‘progressista’, con eccezionale maestria, riporta in auge l’arcaica forma della Ciaccona: avvalendosi, si sa, di un tema desunto dalla sezione conclusiva della bachiana Cantata BWV 150 e confermando di prediligere la tecnica del variare. L’organico cameristico, con tre soli contrabbassi ha finito per penalizzare un pochino quel senso di maestosità e di possanza che ci si aspetta in questo brano sublime. Insomma una Quarta a corrente alternata della quale ricorderemo con emozione soprattutto i due movimenti centrali.
In chiusura di serata (dedicata alla memoria di Renzo Giubergia nel 100° della nascita), quale bis, ecco la spumeggiante Ouverture in stile italiano D 590 di Schubert che Minasi comme il faut ha diretto con alquanta arguzia, brio e un tocco di gigionesca verve del tutto appropriata a questo vero e proprio hommage alla genialità di Rossini: applausi convinti, apprezzato divertissment e tutti a nanna.























