di Monika Prusak
Chiunque conosca le fiabe de Le mille e una notte non può non aver colto la somiglianza della nuova versione di Aida firmata da Mario Pontiggia — maestro di una lettura fedele e appassionata dei libretti operistici — con le atmosfere magiche e colorate che emanano dai costumi e dalle scene, caratterizzate da luoghi meravigliosi e tessuti di grande ricchezza e fantasia.
In un simile contesto si muovono i personaggi dell’opera monumentale di Verdi, il coro e i rappresentanti del corpo di ballo, impegnati in coreografie di grande impatto visivo. Lo spettatore rimane ammaliato dalle tonalità pastello con elementi dorati dell’intero quadro e dai celebri passi orchestrali e vocali; tuttavia, sin dall’inizio, si avverte una mancanza, come se la scena fosse stata alleggerita di qualche dettaglio essenziale. Tale assenza non è trascurabile: l’impostazione fiabesca finisce per non far trasparire la vera essenza della trama del libretto di Antonio Ghislanzoni, ovvero il conflitto, sia esso amoroso o politico. La storia dei protagonisti si svolge, così, attraverso un susseguirsi piuttosto statico di scene, privo della necessaria tensione.
Non convince appieno il cast vocale. Maria José Siri, nel ruolo di Aida, esibisce una vocalità suadente ed efficace nel registro acuto, ma non convince in quello grave, eccessivamente vibrato. È ben assortita la vocalità di Daniela Barcellona (Amneris) che, oltre ad affrontare il ruolo con grande sicurezza, si avvicina maggiormente al concetto verdiano di “parola scenica”, scandita in maniera esemplare pur sacrificando a tratti il passaggio tra i registri. Si distingue per il timbro e l’ottima resa scenica la Sacerdotessa interpretata da Anna Ryabenkaya, che dona alla scena dell’invocazione al dio Ptah un’aria di finezza e spiritualità. Risultano più persuasive e ricche le voci maschili: il Radamès di Angelo Villari, l’Amonasro di Claudio Sgura, il Ramfis di Marco Spotti e il Re dell’Egitto interpretato da Manuel Fuentes.
Un grande plauso va al Coro del Teatro Massimo, che affronta la produzione con estrema disinvoltura e stile. Daniele Callegari guida l’orchestra con grande sicurezza, pur risultando talvolta poco empatico con il pubblico: non concede il tempo necessario per il raccoglimento iniziale e silenzia bruscamente un applauso, seppur spontaneo e fuori posto, durante la scena di Amneris. È molto apprezzata, infine, la performance del corpo di ballo nelle coreografie fresche e spumeggianti di Luigia Frattaroli.























