di Monika Prusak
Si è concluso il 69° festival di musica contemporanea Autunno di Varsavia. Tra i collaboratori di questa edizione figurano il Forum Culturale Austriaco e, per la prima volta, l’Istituto Ucraino e la Filarmonica Nazionale di Leopoli. Tra i nomi internazionali presenti: Annesley Black, Niels Rønsholdt, Kelley Sheehan, François Sarhan e Trond Reinholdtsen. Il primo weekend del festival è stato inaugurato da due grandi concerti, entrambi in sold out, presso la Filarmonica Nazionale e il Teatro Nuovo di Varsavia. Tra le iniziative collaterali, un convegno all’Accademia Polacca delle Scienze sull’influenza di Parigi sulla cultura dell’Europa Centrale e dell’Est nel XX secolo.
«Personalmente sostengo che il festival ha costituito l’evento musicale più interessante mai organizzato in Polonia prima e dopo la guerra, e si è rivelato una vera finestra sul mondo». Queste parole del critico musicale polacco Stefan Kisielewski risalgono al primo numero della rivista Ruch Muzyczny del 1° maggio 1957. La pubblicazione, rifondata dopo la chiusura imposta dal regime stalinista, uscì mesi dopo la prima edizione del festival Autunno di Varsavia del 1956, quando la critica musicale e musicologica polacca d’avanguardia cominciava finalmente a percepire i primi segni del “disgelo”. Sono passati 70 anni da quel primo biennio (inizialmente il festival veniva organizzato ogni due anni), ma sarà l’edizione del 2027 a offrirne un rendiconto celebrativo. Di quell’epoca si conserva la dolorosa memoria di una censura severissima che, come in altre aree colpite dal regime, riguardava l’ascolto, la divulgazione e persino le nuove partiture. Oggi questa realtà non fa più parte della vita culturale europea, anche se la situazione internazionale non può dirsi serena o libera da sconcertanti contrasti politici. E anche di fronte a una sempre più vasta offerta culturale polacca, ricca di rassegne, festival, associazioni e concorsi, l’Autunno di Varsavia mantiene la propria indipendenza dal mainstream e dal pensiero comune volto al consumismo culturale.
Nei settant’anni di esistenza l’Autunno ha visto un numero elevatissimo di compositori, musicisti e partiture da tutto il mondo. Col passare del tempo ha affinato le collaborazioni internazionali (vale la pena ricordare quelle storiche degli anni Sessanta con i Ferienkurse di Darmstadt, le Settimane Internazionali Nuova Musica di Palermo e, successivamente, con il festival Nuova Consonanza di Roma), e ha attivato nuovi e interessanti format in linea con i maggiori festival europei e mondiali di oggi. Oltre ai concerti organizzati in numerose sale e all’aperto, il pubblico di Varsavia ha la possibilità di assistere a workshop, incontri con compositori, mostre e installazioni, con un programma — il “Piccolo Autunno di Varsavia” — interamente dedicato ai più piccoli. Quel che rimane inalterato in tutti questi decenni è la forte componente ideologica che fa di questo festival un luogo di culto e di aspirazione per tanti, un must per chi crede nei “vecchi” valori di libertà e pluralità culturale internazionale. Come afferma il direttore artistico Jerzy Kornowicz, il festival riesce a presentare “soltanto un frammento del ricco e creativo paesaggio culturale della musica contemporanea”.
L’edizione di quest’anno si è concentrata sul tema dei “segni” intesi in tutti i sensi possibili, come simboli e indicazioni, ma anche come impronte, gesti o indizi. Quello che va chiarito, nel bene e nel male, è che l’Autunno di Varsavia non ha la pretesa di piacere per quel che concerne il piacere estetico inteso come mero apprezzamento delle composizioni presentate. Punta, invece, a presentare un panorama musicale contemporaneo in maniera oggettiva, concentrando l’attenzione su aspetti sociali e dando un’impronta impegnata e militante, senza con questo rinunciare al pensiero astratto. I “segni” di questa edizione si sono celati sotto i motivi musicali, parole, fonemi, grafiche, gesti, coreografie, film, luci e azioni. Il festival ha invitato a leggerli e riconoscerli, riflettere e ritrovarne il senso, in un’epoca di saturazione dovuta al bombardamento ininterrotto di informazioni e fake news che riguardano ciò che ci circonda, in una vita che si svolge ormai prevalentemente “online”.
L’Autunno 2026 è stato pre-inaugurato da un evento speciale, uno spettacolo audiovisuale nato dalla collaborazione di diverse figure chiave del festival, tra cui il direttore artistico Jerzy Kornowicz in veste di direttore musicale e interprete, e Beata Bolesławska-Lewandowska, presidente dell’Unione dei Compositori Polacchi, musicologa e docente dell’Accademia Polacca delle Scienze, che ne ha curato la scelta dei testi e la sceneggiatura. L’Arcipelago Giedroyc è dedicato a un noto redattore, poeta e attivista polacco, Jerzy Giedroyc (1906-2000), impegnato nella pubblicazione della rivista militante Cultura parigina (Kultura Paryska), fondata a Roma come Istituto Letterario (Instytut Literacki) nel 1946 e un anno dopo trasferita a Parigi, dove fu attiva fino alla morte del fondatore nel 2000. Giedroyc proclamava le idee legate alle indipendenze nazionali all’epoca della Guerra fredda, idee che rimangono vive e sembrano molto attuali anche oggi. L’omaggio sottolinea la ricorrenza degli 80 anni dalla nascita della rivista e dei 120 anni dalla nascita dell’autore, a cui il Senato della Repubblica di Polonia ha dedicato l’intero anno.
Il festival è iniziato con una serata di grande impatto nella storica sala della Filarmonica Nazionale, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Radio Polacca di Katowice diretta da Marzena Diakun. In programma, quattro composizioni appartenenti a quattro universi sonori totalmente distaccati: dalla complessità improvvisata della conduction di Krzysztof Knittel, alle sonorità sfuggenti di Mateusz Śmigasiewicz e Adam Porębski, fino alla spazialità coraggiosa di Annesley Black.
ForMIA di Knittel è stata creata su commissione del festival e dedicata alla celebre violinista, improvvisatrice e compositrice contemporanea austriaca Mia Zabelka, che l’ha interpretata insieme all’autore. Un brano complesso per via del metodo della conduction di Lawrence Douglas “Butch” Morris applicato a un organico orchestrale; un metodo in cui il direttore (in questo caso lo stesso Knittel, che ha curato anche l’elettronica) conduce un’improvvisazione in tempo reale controllando alcuni parametri come tempo, ritmo e dinamica, ma non il materiale sonoro prodotto dai musicisti al momento. Zabelka propone una performance eccellente sia dal punto di vista tecnico che creativo, interpretando la variegata opera di Knittel con una notevole coerenza. Gli artisti vengono premiati con un lungo applauso concluso da una standing ovation.
Le due opere seguenti, Zona di decadimento (Strefa zaniku) di Śmigasiewicz e Postmusica (Postmuzyka) di Porębski, portano lo spettatore in una dimensione sospesa del suono, suscitando un forte senso di malinconia e nostalgia: la prima per le sonorità e le tecniche estese usate con grande sapienza, la seconda per una riflessione profonda e in un certo senso “cageiana” sull’uso dell’elettronica che via via riesce a sostituire il suono degli strumenti, lasciando i musicisti a mimare i gesti mentre è il computer a produrre la musica.
Il concerto si conclude con l’esecuzione di A sound, a narrow, a channel, an inlet, the straits, the barrens, the stretch of a neck (2023) per grande orchestra spazializzata di Annesley Black. Dopo un inizio suonato sul palcoscenico, la composizione si svolge con l’orchestra dispersa in sala — nel caso della Filarmonica Nazionale, su due piani tra la platea e l’estesa balconata. Un esperimento sonoro che esplora la relazione tra l’uomo e lo spazio, originariamente pensato per la Sala Beethoven della Liederhalle di Stoccarda, mette in discussione l’orchestra in maniera insolita e richiede grande attenzione dagli esecutori e dal pubblico. La complessa scrittura di Black incontra la mano ferma della direttrice Marzena Diakun, che guida l’orchestra in un’intera sala mantenendo la giusta tensione fino all’ultima nota del finale rarefatto dell’opera.
Un concerto del tutto differente si è svolto, invece, al Teatro Nuovo (Nowy Teatr), uno spazio moderno dedicato a diversi tipi di spettacolo teatrale, da prosa contemporanea, performance sperimentali e concerti di musica nuova. In programma, diverse composizioni di autori polacchi ed europei quali Oskar Tomala, Stefan Prins, Aleksandra Słyż, Sara Glojnarić, Andrew Evdokimov e Cezary Duchnowski. Tra le opere della prima parte del concerto, interpretate dall’Hashtag Ensemble diretto da Lilianna Krych, spiccano la commissione del festival Ask the Frozen Lark per strumenti ed elettronica di Evdokimov, e I’m your body di Stefan Prins, che conferma lo stile dinamico e ritmato del compositore belga.
Il momento più rilevante è stata la prima esecuzione della Composizione musicale (Kompozycja muzyczna) di Cezary Duchnowski, compositore premiato dall’International Rostrum of Electroacoustic Music (IREM) svoltosi a Roma nel 2004. Interpretato egregiamente dall’Ensemble Kompopolex, costituito da percussioni (Aleksandra Gołaj), fisarmonica (Rafał Łuc), elettronica (Jacek Sotomski) e due ingegneri del suono (Kosma Standera e Łukasz Myszyński), il brano — che inizia con una simulazione di unpacking degli strumenti musicali e la loro sistemazione sul palcoscenico insieme ad alcuni aggeggi usati per creare svariati effetti sonori — è una sorta di rivisitazione surreale e degenerata di una band o un trio addetto alla musica di consumo di una volta. Ma al posto dell’allegria, le sonorità portano verso un profondo senso di decadenza e smarrimento; i ritmi inizialmente fortissimi e incalzanti delle percussioni si smorzano sempre di più verso un inevitabile senso di vuoto, mentre la fisarmonica e l’elettronica ne aumentano l’aspetto malinconico. L’ascoltatore assiste a un mondo sonoro del tutto inedito e ne rimane catturato e turbato.
Contemporaneamente ai concerti nelle sale più grandi, il pubblico di Varsavia ha potuto assistere a eventi apparentemente minori, come i concerti “casalinghi” dell’Istituto Sociale di Cultura e Critica Politica, che ha prodotto intere giornate di brevi esecuzioni di musicisti specializzati nel contemporaneo organizzate in diverse stanze di un appartamento (sede dell’istituto), a cura di Michał Mendyk della fondazione Automatophone di Varsavia.
La città si è inoltre riempita di bambini e adolescenti per via dei progetti del festival in versione “Piccolo”, ripetuti più volte in diversi luoghi per permettere a un numero più elevato possibile di ragazzi e adulti di assistere alle performance. Il programma è stato inaugurato dall’installazione audiovisuale e radiodramma Neurogęsiopolis e Nuro G del compositore, flautista e improvvisatore Dominik Strycharski, la cui esecuzione è stata affidata al coro scolastico del LXXV Liceo “Jan III Sobieski” di Varsavia, preparato e diretto da Liliana Bach.
Un’altra idea avvincente degli ultimi anni è l’organizzazione dei concerti nei club (quest’anno sul palcoscenico del club Pardon, To Tu — in italiano: Pardon, è qui), che, accanto ai noti musicisti polacchi del mondo dell’elettronica, del jazz e dell’improvvisazione, ha visto tra i protagonisti un duo imperdibile costituito dalla flautista Beatrix Wagner e da Gerald Eckert all’elettronica. I musicisti hanno eseguito le composizioni dello stesso Eckert insieme a un’eccellente interpretazione di Musica su due dimensioni (1958) per flauto e nastro di Bruno Maderna.






















