di Monika Prusak
Ricca di citazioni e anticipazioni proprie di Rossini, Elisabetta, regina d’Inghilterra è un’opera non troppo esaltante, probabilmente a causa di un libretto “freddo”, come lo definì all’epoca del debutto napoletano lo stesso compositore, ma non priva di bei momenti per quel che riguarda la qualità timbrica del tessuto vocale e di quello strumentale. Ne da la prova Antonino Fogliani che, pur presentando una direzione corretta e contenuta, è riuscito a trovare nella partitura rossiniana una palette sonora coinvolgente e ricca di sfumature. Tra gli interpreti due cantanti georgiane Nino Machaidze nei panni della protagonista, e Salome Jicia in Matilde, accompagnate da Enea Scala in Leicester, Ruzil Gatin in Norfolc, Rosa Bove in Enrico e Francesco Lucii in Guglielmo. Machaidze è una regina distinta e incantevole dal timbro caldo e avvolgente anche nel registro acuto, tuttavia il suo vibrato eccessivo ha talvolta oscurato la leggerezza della scrittura rossiniana. La qualità vocale della cantante si apprezza maggiormente nei duetti e nei terzetti, in cui ammorbidisce e perfeziona la resa dell’insieme. Più frizzante e femminile è Matilde di Jicia che ha reso perfettamente il personaggio della rivale dal punto di vista scenico e canoro. Tra i personaggi maschili spicca l’affascinante Leicester di Enea Scala, che ha affrontato il ruolo con notevole e costante sicurezza e slancio vocale, mentre risulta meno soddisfacente la creazione di Norfolc di Ruzil Gatin, dalla vocalità piuttosto acerba, nonostante potenzialità non indifferenti per quanto riguarda il volume e l’estensione della voce.
La regia di Livermoore è frutto di un incontro felice tra le diverse maestranze dello spettacolo, il cui lavoro converge in un risultato sorprendente e riuscito in ogni dettaglio della rappresentazione. Considerata l’ambientazione più recente rispetto a quella del libretto originale di Schmidt, non si possono non cogliere i numerosi richiami cinematografici a film e serie dedicati alla famiglia reale inglese. I costumi mozzafiato del coro, tenuti in tonalità pastello, completano le scene eleganti e oniriche, dominate da netti contrasti cromatici con prevalenza di bianco, nero e rosso, rafforzati dall’utilizzo di luci molto chiare e di numerosi specchi, che creano un illusione ottica in base alle esigenze teatrali. Esperti dello storytelling digitale, D-Wok, creano ambienti che traggono molto dal mondo virtuale, con colori netti anche nelle immagini proiettate, parte integrante delle scene di Giò Forma. Il mondo “ad alta definizione” di Livermore non può che piacere e attirare l’attenzione dello spettatore moderno: la sua Elisabetta è un’opera che trascende i confini della tradizione, offrendo al pubblico un’esperienza visiva di grande impatto, senza sacrificare lo stile caratteristico del compositore pesarese.























