di Luca Chierici
Non si ascolta così spesso Salonen alla Scala ed è un peccato perché ogni suo intervento è sempre foriero di nuove osservazioni che scaturiscono dal suo profondo e per nulla scontato modo di affrontare partiture classiche e novecentesche (come è stato il caso dell’altra sera alla Scala). Del successo franco che la performance ha meritato da parte di un pubblico entusiasta (molti gli appassionati conoscitori del direttore e della sua arte) è stata ovviamente responsabile anche l’orchestra ospite del Teatro, quella Philharmonia che dalla sua nascita nel 1945 è stata tra le compagini più famose anche sul versante discografico. Salonen ha un gesto che comunica perfettamente ogni dettaglio all’orchestra e che rende un piacere anche il vedere, non solamente l’ascoltare il frutto del rapporto felice che egli ha con la Philharmonia.
Apriva la serata il complesso Concerto per orchestra di Bartók che nei suoi cinque movimenti richiede un intervento di gruppi di strumenti che agiscono come solisti, richiamando la tradizione barocca del concertino. Bartók fece appena in tempo prima di morire ad ascoltare la prima esecuzione del Concerto diretta da Koussevitzki con la Boston Symphony e da allora la partitura si è situata tra i raggiungimenti più alti cui può aspirare un’orchestra. Da questo punto di vista la Philharmonia ha risposto in maniera ideale alle richieste di questo capolavoro, mediate attraverso il gesto di Salonen.
Il quale ha poi attinto alla propria origine finlandese per immergersi nella prima sinfonia di Sibelius, una partitura in parte debitrice della poetica di Čajkovskij (Sibelius era stato molto colpito dall’ascolto della Patetica del compositore russo). Salonen è riuscito a evidenziare ciò che è così difficile sottolineare nel percorso compositivo dell’autore, dai frammenti di temi ispirati al folklore, dalla storia e dalle leggende finniche, alle suggestioni simboliste, alle atmosfere sfumate che tendono a disgregare il disegno architettonico che è pure presente anche se in senso piuttosto lontano dalla tradizione.
Una esecuzione magistrale che ha fatto passare piuttosto in secondo piano, anche se applauditissimi, i bis (Puccini, De Falla) che il direttore e l’orchestra hanno concesso più che generosamente al pubblico.























