di Attilio Piovano
U
n programma davvero singolare, quello ‘ideato’ da Sir Antonio Pappano, alla guida della Chamber Orchestra of Europe, un programma espressamente ‘pensato’ e, soprattutto, con un suo palese fil rouge a far da collante tra autori e brani in programma.
E dunque le suggestioni dell’universo jazzistico che accomunavano ben tre dei brani in programma ascoltati con vivo piacere in Auditorium ‘Agnelli’, la sera di martedì 12 novembre 2024, a Torino, per la stagione dei Concerti del Lingotto: ovvero i due balletti La création du mond del poliedrico e prolifico Milhaud e il giovanile Fancy Free dell’indimenticabile Bernstein, nonché le gershwiniane Variations on «I got Rhythm». In programma poi anche, anziché il raveliano e sublime Concerto in sol (per espressa richiesta della direzione artistica onde evitare sovrapposizioni in stagione: lo suonerà infatti Martha Argerich in febbraio) il sempre gradito e pimpante Secondo concerto op. 22 di Saint-Saëns; gran mattatore il fuoriclasse della tastiera Bertrand Chamayou, vero protagonista della serata dacché – come ha rilevato lo stesso Pappano introducendo ‘in voce’ il concerto, con arguzia e capacità affabulatorie non comuni – il pianoforte ha un ruolo di rilievo altresì nei citati brani in programma.
E dunque in apertura Milhaud. Composto nel 1923 e messo in scena dai Balletti Svedesi di Rolf de Maré, il balletto La création du mond rivela uno spirito dissacrante anti accademico in sintonia con la visione estetica dei Sei. Milhaud tra il 1917 ed il 1918 era stato in Brasile, quale segretario dell’ambasciatore Paul Claudel, restando ammaliato dai ritmi carioca e dalle frenetiche danze caraibiche; un soggiorno a New York fu inoltre determinante per la conoscenza del jazz. E non a caso questi elementi, fusi in un singolare e accattivante mix linguistico, costituiscono l’aspetto più vistosamente appariscente del balletto in cui a predominare è per l’appunto il ritmo.
Vi si evoca una singolare cosmologia secondo una narrazione mitologica di origine africana, soggetto posto in atto dallo scrittore Blaise Cendrars che, assieme a Cocteau e all’enfant terrible Satie, era tra gli ideologi del gruppo dei Sei. In occasione della prima esecuzione il pubblico ammirò scene e costumi ‘barbarici’ dovuti a Fernand Léger. E la musica? In apertura la pagina si rivela in realtà misteriosa e ‘sombre’, ma ben presto una rumba e addirittura un fugato jazzistico prendono il sopravvento. Di rilievo l’orchestrazione cameristica e la prevalenza del sax, oltre al pianoforte. Non pochi passaggi poi paiono occhieggiare a Gershwin. Pagina a dir poco irresistibile che Pappano ha diretto con mano sicura assecondato da una compagine di primissimo livello.
Ecco a seguire i ritmi squisitamente made in Usa delle variegate Variazioni che l’autore di Porgy & Bess costruì, con fantasiosa maestria e ottima capacità di strumentatore, sul tema di un suo stesso song (da cui il titolo). Ammirassimo Chamayou per la souplesse e l’elasticità interpretativa. Gershwin vi rivela una fantasiosa creatività nel trattare un tema jazzistico in forma appunto di variazioni, opponendo un ritmo di valzer a svariati stilemi, tra i quali perfino un’allusione all’universo orientale. Inutile dire che nell’interpretazione della Chamber Orchestra, di Pappano e di Chamayou le Variazioni, spesso dalla sofisticata armonia, sono emerse in tutta la loro freschezza (nonostante i 90 anni portati benissimo), suscitando incontenibili applausi da parte di un pubblico folto e, fa piacere rilevarlo, in gran parte costituito di giovani. Ammirevole la capacità di Pappano nel dar corpo alle varie allusioni linguistiche del brano, in bilico tra note ‘blu’ e chiare ascendenze stravinskijane, in un tripudio di ritmi sgargianti e un profluvio di invenzioni tastieristiche, insomma una vera e propria lezione di stile, quella di Pappano & Chamayou.
Quanto a Lennie (Bernstein), Fancy Free è un balletto datato 1944; vi si narra di tre marinai in libera uscita alla ricerca di ragazze. Se le contendono, tra allegre bevute e scazzottate, in un tourbillon di inesauribili trouvailles che sembrano rigenerarsi di continuo. L’invenzione è pressoché incontenibile, appena qua e là qualche momento di cedimento che Pappano e la compagine hanno fatto del loro meglio per minimizzare. Ammirevole l’equilibrio tra i momenti più smaccatamente jazzistici in cui gli ottimi professori d’orchestra della Chamber hanno dato il meglio di sé e passi più soft, impregnati di bonaria nostalgia. Pappano, poi, ha mostrato a chiare lettere la valentia di strumentatore di Bernstein, dando un’esecuzione davvero magnetica e ricca di appeal della gradevolissima partitura. In cui c’è spazio per un linguaggio tranquillamente tonale di cordiale comunicativa e per passaggi alquanto più cubisti, a tratti perfino angolosi, prossimi all’atonalismo, con pseudo clusters e altro ancora. Superbo Pappano nel mostrare i molti colpi di scena di cui il balletto è disseminato, conducendo per mano il pubblico, passo dopo passo. Un vero trionfo e, anche in questo caso, un successo personale per il pianista, dato il ruolo concertante che il pianoforte riveste entro il balletto.
A centro serata, lo si anticipava, il Concerto n. 2 di Saint-Saëns nel quale Chamayou si è fatto apprezzare per le sue non comuni doti: scorrevolezza e nitore di suono, ma anche granitica capacità di ottenere vibranti fortissimi, senza mai divenire aggressivo, bei fraseggi, buon cantabile, senso della forma, tecnica solidissima, impeccabile, leggerezza, ironia e altro ancora. Insomma un signor pianista che ha stupito tutti, specie nel dinoccolato e mercuriale secondo tempo dai tratti spiritosi, e così pure nel finale affrontato a una velocità incredibile, un finale al fulmicotone che ha magnetizzato l’intera platea. Nessun bis – comprensibilmente, dopo un tale tour de force – e lunghissimi, convinti applausi a fine di una serata di cui conserveremo a lungo gradito ricordo.
Non basta: per una serie di circostanze, ci è stato possibile riascoltare il medesimo programma due sere dopo, al Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, presso il capoluogo friulano (teatro dalla valida acustica e dal look fascinoso, costruito nel 1997), medesimo programma, salvo una significativa variante: vale a dire, per espressa scelta del neo direttore artistico Paolo Cascio, l’inclusione del raveliano Concerto in sol in luogo di Saint-Saëns. Ed è stata una gioia misurare la bravura di Chamayou anche dinanzi a tale capolavoro, di cui ha distillato con estrema eleganza il sublime Adagio centrale per poi fiondarsi con energetica vis entro il finale, si sa, tutto echi jazzistici e rimandi a Gershwin. E allora come non pensare al famoso episodio, protagonista il musicista americano che domandava lezioni all’autore del Boléro: «Perché mai volete fare del cattivo Ravel quando potete fare dell’ottimo Gershwin…?». A suo modo Ravel aiutò il musicista statunitense a trovare se stesso. Peraltro, oggi possiamo ben dirlo, Ravel a sua volta fece propria la lezione jazzistica sublimandola nel Concerto in sol, come pure nella Sonata per violino nel Trio o in certi passi dell’Enfant et les sortilèges. Anche in tal caso, applausi scroscianti, teatro gremito e il pubblico udinese (molti venuti espressamente da fuori città) a insistere a lungo nel richiedere (invano) un bis.























