di Alberto Bosco
Tra tutti gli oratori di Handel, forse quello che più si presta ad essere messo in scena è Theodora basato sulla storia dei due martiri cristiani Teodora e Didimo che, rifiutandosi di rinnegare la propria fede, si trovano a dover affrontare soprusi e violenze da parte dei romani, qui guidati da Valente, il governatore di Antiochia.
In particolare, il nodo tragico della vicenda si stringe attorno ai due protagonisti nell’atto secondo, quando Didimo si reca nel bordello in cui Teodora è stata rinchiusa e le propone uno scambio di vestiti in modo che lei possa scappare, evitando di essere violentata e di perdere la sua verginità: lei esita perché non vuole che lui si sacrifichi, anche perché lei stessa è già pronta a morire, mentre lui insiste perché vorrebbe proteggerla, senza capire che per lei è sofferenza più grande saperlo in pericolo per causa sua. Alla fine dell’oratorio ci penserà comunque Valente a metterli d’accordo, decapitandoli tutti e due, ma quel duetto in cui i due destini dei due protagonisti si incrociano rimane il punto più bello di tutto il lavoro.
Lavoro che si presta alla messa in scena in teatro per due motivi: primo, per il carattere drammatico e non narrativo del testo, e poi, per via del tema, che ricorda quello delle opere di epoca barberiniana, quelle agiografie di santi e martiri che costituivano uno dei temi più caratteristici del ‘600 operistico romano. A questo va aggiunta la possibilità di aggiornare il tema della persecuzione dei primi cristiani da parte dei romani, adattandolo a scenari sociali più contemporanei: in questo caso, la lotta di classe tra gli impiegati di un’ipotetica ambasciata, impegnati a fare lavori umili e a servire, e i potenti di turno, che se la spassano e conducono una vita debosciata, umiliando i sottoposti con i loro capricci. Quindi, nella riscrittura attualizzante della regista Katie Mitchell, vediamo i cristiani spignattare in cucina, fare le pulizie, servire a tavola, ma anche confabulare e ribellarsi, preparando bombe per annientare i pagani romani che li opprimono ingiustamente, a loro volta difesi da moderni pretoriani, ovvero bodyguard con auricolari e pistole. Succede quindi spesso che le azioni rappresentate contraddicano in modo voluto e un po’ dissacrante le parole cantate dalle arie, per cui Teodora può cantare il suo distacco dalle cose terrene mentre incolla un detonatore a un panetto di tritolo, o i cristiani in coro cantano un inno all’amore eterno mentre sgozzano i loro persecutori nel finale (ribaltando tra l’altro l’esito della vicenda originale, che prevedeva la morte dei due martiri, non di Valente e compagni).
Ma tutto ciò non reca alcun danno allo spettacolo che, pur essendo pieno di contraddizioni, funziona molto bene, rendendo più digeribili le circa tre ore di recitativi (invero assai brevi) e arie quasi tutte rigorosamente col daccapo (invero assai belle) che altrimenti sarebbero state molto meno godibili in forma di oratorio, seduti in sala da concerto con la testa affondata in un programma di mano. Questo perché la parte visiva oltre a essere realizzata con grande fluidità nei dettagli, è completamente innocua: i movimenti, le luci, le espressioni rimandano tutti a un immaginario talmente comune come quello televisivo-filmico attuale, da risultare anodino, ininfluente sulla musica che scorre libera nella sua trionfante bellezza. Persino le scene più osé, come quelle delle ballerine seminude nel bordello abbarbicate ai pali, hanno un che di estetizzante che ne disinnesca il potenziale. Il risultato è pari a un gradevole film, ma senza l’effetto ipnotizzante delle immagini proiettate, un contrappunto visivo che affianca la musica in modo puramente formale ed esteriore.
Questo effetto finale è stato possibile grazie anche alla qualità dell’esecuzione musicale, guidata dall’entusiasmo con cui Ivor Bolton si lancia nelle sue imprese handeliane. Tra i cantanti ha svettato Joyce DiDonato nel bel ruolo di Irene, l’amica cristiana di Teodora, mentre è parsa più in difficolta Julia Bullock nei panni della protagonista. Ottimo il resto del cast, il controtenore Iestyn Davies, il tenore Ed Lyon e il basso Callum Thorpe.























