di Attilio Piovano
Dopo l’efficace exploit con le tre Manon del quale riferimmo, la vera inaugurazione della stagione di opera e balletto 2024-25, al Teatro Regio di Torino, è stata con le mozartiane Nozze di Figaro la sera di sabato 23 novembre 2024 (produzione realizzata con il determinante sostegno di Italgas), prima preceduta dall’ormai tradizionale e sempre affollata Anteprima giovani (under 30). Otto complessivamente le recite destinate a protrarsi sino a domenica 1° dicembre.
Che si tratti di capolavoro assoluto è un assioma; non a caso la serata inaugurale, frequentata da autorità, vip e celebrità, ha registrato un pienone incredibile (sold out anche per le successive recite): un’opera – le Nozze – che immediatamente conquista, non solo con il gioco degli equivoci, dei travestimenti, dei ben architettati colpi di scena, bensì in primis con la frizzante brillantezza della sua musica impregnata di eros e sana joie de vivre.
E allora ecco che, con un’effervescente esecuzione dell’irresistibile Ouverture, subito ci si è immersi nel clima della ‘folle giornata’ concepita da Beaumarchais-Da Ponte-Mozart. Dal podio, il giovane e talentuoso sassarese Leonardo Sini (classe 1990), al suo debutto al Regio – gesto efficace e incisivo, sempre funzionale al risultato sonoro e mai fine a se stesso – ha impresso giusto dinamismo e spigliatezza alla pagina, propiziando al meglio lo spettacolo: ben assecondato dall’Orchestra del Regio, in buona forma in tutte le sue sezioni. Molto apprezzata, nel complesso, la direzione di Sini, per l’eleganza del tratto, l’appropriatezza stilistica, per certe garbate sottolineature timbriche, per le raffinate, sempre adeguate opzioni agogiche e molto altro ancora.
Ha saputo imprimere il giusto carattere allo spettacolo, governando con saldezza orchestra, solisti, coro e l’intero palcoscenico. Un solo esempio valga per tutti, per dire dell’eccellenza del lavoro di concertazione: la celeberrima aria di Cherubino «Non so più cosa son cosa faccio», volta a ‘rendere’ con palpabile evidenza i primi palpiti adolescenziali del giovinetto, in piena tempesta ormonale, come noto si conclude con i versi: «E se non ho chi m’oda parlo d’amor con me», in cui la maggior parte dei commentatori vede una nemmeno troppo velata allusione alla scoperta dell’autoerotismo da parte del ragazzino. Mozart lo evidenzia sul piano sonoro con una sensibilità incredibile, ed ecco che quel notevole rallentato delineato da Sini e la delicatezza dei fraseggi hanno reso ancor più emozionante il passo, rimandato da una (quasi) impercettibile e sobria sottolineatura registica.
Non altrettanta cura, sul piano squisitamente musicale (ma non solo, ed è un peccato) ha ricevuto invece il personaggio di Barbarina, sicché la sua conturbante aria «L’ho perduta, me meschina» è scivolata un poco via, se non priva di quel pathos e quell’aura pre romantica che la caratterizza, certo un poco ‘addomesticata’. Per il resto molte le sottolineature di vero rilievo, una lezione di stile e di misurata sobrietà. Qualche perdonabile lungaggine solamente nella parte finale (dove la tensione emotiva è venuta un po’ meno). Un plauso davvero speciale per i recitativi ben disimpegnati al fortepiano dall’esperto Carlo Caputo, in piena sintonia con l’ottima direzione, interpuntati da sottolineature e piccole gags imposte dalla regia.
L’allestimento portato in scena al Regio, proveniente dal Teatro Real di Madrid è firmato dal regista iberico Emilio Sagi (assistente alla regia Matteo Anselmi); pur datato 2009, in coproduzione con Asociación Bilbaína de Amigos de la Ópera, invero regge ancor bene l’età; un allestimento classico nella sua efficace (e forse fin troppo tradizionale) eleganza, con scene pulite, realistiche e lineari di Daniel Bianco, iper realiste, ma nel contempo allusive (gli azulejos, il patio, il giardino ed altri elementi graziosamente esornativi), coerenti e policromi i costumi di Renata Schussheim. Davvero ottime le luci di Eduardo Bravo, riprese da Vladi Spigarolo (quell’effetto di sole splendente dal finestrone di sinistra e quello schiudersi della finestra stessa dalla quale si getta il paggio, atterrando sui garofani del giardiniere), ma anche in apertura del primo atto col contrasto tra il ‘vuoto’ della stanza di Figaro e Susanna e il calore della casa già arredata e ‘vissuta’, sul fondo. Forse si sarebbe potuto far meglio nel notturno finale, dove tutto risulta un po’ insistentemente monocromo e confuso, con fin troppi oggetti (ma è un peccato veniale), e allora sedioline, una fontana zampillante, vasi ovunque e perfino una oleografica luna, gran padellon del cielo, che sorge bianca e luminosa sul fondo. Molto efficace e gradevole la scena per il second’atto (alcova della Contessa), qualche perplessità invece per quella un poco più anodina del terz’atto (con i due troni e la festa nuziale movimentata dalle pur corrette e squadrate coreografie di Nuria Castejon: a proposito di coreografie, bene aver stilizzato ad arte le danze più arcaiche, ma sottolineare il fandango in maniera così plateale con un fragoroso crepitio di nacchere è parso forse un po’ eccessivo, oltre che ingenuo).
A dire il vero la regia avrebbe potuto caratterizzare un po’ meglio la psicologia dei personaggi: e allora il livore anti aristocratico del ribelle Figaro (che non emerge quasi per nulla), l’eccessiva ingenuità del paggio che nelle intenzioni di Da Ponte e Wolfgang è assai meno innocente di quanto si sia inclini a pensare, la maliziosa sensualità di Barbarina, lo si anticipava, che invece è delineata come una contadinotta un po’ stupidina e testarda e si tiene stretto il mazzolin di fiori (ad onta del libretto che lascia intendere ben altro). Lo stesso dicasi di Marcellina e Bartolo ridotti a macchiette o, peggio, di don Basilio, a dire il vero troppo untuoso e caricaturale, pur essendo di fatto tutti eredi della commedia buffa di matrice settecentesca.
Ed ora le voci. Il baritono Vito Priante, già applaudito nel «Don Giovanni» con Muti, ha dato vita ad un Conte credibile e passabilmente autorevole, sia sul piano musicale, sia pure su quello scenico (pur entro una regia, si diceva, che muove i personaggi in maniera corretta e del tutto tradizionale). In «Vedrò mentr’io sospiro» ha regalato sincere emozioni, facendo emergere i tratti da opera seria che Mozart ha posto in atto, mentre in altri momenti dell’opera non sempre la sua voce era stentorea ed icastica come si conviene, giganteggia poi in chiusura nell’idiomatico «Contessa perdono».
Nei panni della Contessa, la sera della prima, ha cantato il soprano Ruzan Mantashyan, giunta all’ultimo in sostituzione della prevista Monica Conesa. L’emozione deve averle giocato uno scherzo, verosimilmente sentiva il ‘peso’ e la responsabilità della sostituzione stessa, sicché in apertura dell’atto secondo ha mostrato esitazioni e qualche défaillances di intonazione nella toccante e sublime cavatina «Porgi amor qualche ristoro», ma poi, occorre rilevarlo a chiare lettere, si è ampiamente riscattata, scaldando la voce e dunque affrontando con sicurezza e con grande bravura «Dove sono i bei momenti» in cui ha saputo delineare la struggente nostalgia e quel senso di mestizia che Mozart ha saputo magnificamente imprimere alla parte.
Quanto a Figaro, ad impersonarlo vi era Giorgio Caoduro. Corretto il suo «Se vuol ballare signor contino», ma come dicevamo più sopra, lo avremmo voluto più ‘cattivo’, più ribelle nei confronti del mondo aristocratico in via di tramontare del tutto, a un passo dalla Rivoluzione francese, ed invece ha cantato in maniera, come dire, educata e assai edulcorata, pur con ottima dizione, convincendo solo in parte. Non sempre la sua voce possedeva quella forza e quel vigore che dovrebbero contraddistinguere il personaggio. Bene, pur tuttavia nella sua invettiva nei confronti del ‘malnato’ Cherubino, e allora emozioni sincere in «Non più andrai farfallone amoroso». Apprezzato il soprano Giulia Semenzato nei panni di Susanna: ha reso il personaggio con arguzia e humour, buona vocalità, presenza scenica e, insomma, garbo e una buona efficacia, suggellata da applausi pieni. Molto bene il mezzosoprano Josè Maria Lo Monaco (il paggio Cherubino) che a suo modo ha giganteggiato in «Non so più cosa son cosa faccio» e più ancora in «Voi che sapete».
Bene i pezzi d’insieme, entro uno spettacolo di livello e di innegabile qualità, che di certo andrà ulteriormente migliorando nelle recite (come sempre piccole esitazioni e dettagli non perfettamente messi a fuoco, funzionano poi alla perfezione quando la macchina è perfettamente oliata). Completavano il cast Chiara Tirotta (Marcellina), Andrea Concetti (Bartolo), apparsi corretti e convincenti, Cristiano Olivieri (un Don Curzio curiale e formale come si conviene). Un po’ troppo caricaturale (vocalmente, soprattutto) il Basilio di Juan José Medina, mentre della Barbarina di Albina Tonkikh già si è accennato più sopra. Simpaticamente efficace il giardiniere Antonio sbozzato da Janusz Nosek.
Da ultimo, ancorché entro le Nozze il suo ruolo sia oggettivamente limitato, merita citare il sempre ottimo apporto del Coro del Teatro Regio, istruito dal colto e sensibile Ulisse Trabacchin.
Applausi convinti e copiosi a fine spettacolo, specie all’indirizzo del direttore ed all’intero cast.























